Anno 2004

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I nostri cari ragazzi, soldati di pace

Luigi Caligaris, 11 dicembre 2004

Mentre nei primi cinquant'anni del dopoguerra dei militari si č parlato poco e non bene, oggi č politicamente corretto chiamarli i "nostri cari ragazzi". A tale svolta si potrebbe plaudire se non palesasse una cultura a disagio con loro, disposta a legittimarli solo dopo avere tradotto in chiave buonista il loro mestiere.

Tale pensiero debole, che alligna in Italia, č fra le cause delle ambiguitā che incombono sugli impegni militari oltremare, presentati come missioni di "pace" per ottenere corale consenso; artifizio in comune con il libro "1984" di Orwell ove gli Stati guerreggiano all'insegna del credo "la guerra č pace".

In linea con tale pensiero, i militari italiani sono, persino nelle sedi ufficiali, chiamati "soldati di pace", un quasi ossimoro che ne fa involontari eredi dei "soldati brava gente" celebrati dal cinema.

Tali termini buonisti, oltre a farsi beffe della semantica, fanno un sacco di guai. Distorcono le scelte della politica e la condotta delle missioni, vincolano le norme d'ingaggio, attenuano le misure di sicurezza, inibiscono l'invio di armi potenti e protette, inviate in ritardo se la situazione precipita.

Problemi che, riportati dai media, sono accolti con disagio, in omaggio alla retorica della "pace". Quale la cura? Descrivere, approvare, preparare e condurre ogni impegno per quello che č, non per come si vorrebbe che fosse. E cessare di aggettivare missioni e soldati con la parola "pace".

Le alternative? Per le missioni, il termine adottato ogni volta deve indicarne la reale natura sia politica sia militare e uniformarsi alle scelte multinazionali mentre per i soldati l'unico aggettivo che serve č quello che ne indica la nazionalitā. Quindi, solo "soldato italiano".

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