Anno 2004

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Siria, al centro del mirino americano

Riccardo Cappelli, 23 marzo 2004

Nella scorsa settimana, scarsa rilevanza è stata attribuita dai mass-media nazionali alla notizia di sommosse popolari della minoranza curda in Siria (circa 1,5 milioni di persone su un totale di 17 milioni di abitanti). Infatti, durante un incontro di calcio tra una squadra araba e una curda, sono stati urlati dalle opposte tifoserie alcuni slogan politici ("Lunga vita a Saddam Hussein", "Lunga vita a Barazani") che hanno surriscaldato gli animi. Il risultato è stato una settimana di scontri e diffuse proteste di piazza, repressi dall'intervento di Esercito e polizia siriani e costati alcune decine di morti alle parti in lotta.

Il duro intervento repressivo, con tanto di carri armati, è stato condotto personalmente dal ministro della Difesa Mustafa Tlas assistito dal colonnello Maher Assad, fratello del presidente Bashar. Colpi d'arma da fuoco sono stati esplosi da entrambi gli schieramenti e in alcuni villaggi è stato imposto il coprifuoco dopo la devastazione di uffici pubblici. La durata delle violenze, la partecipazione in prima persona dell'èlite della dirigenza siriana e il numero delle vittime sono tutti indicatori della gravità della situazione. Addirittura, secondo una fonte giornalistica, unità militari turche sarebbero intervenute oltre confine per dar man forte ai siriani ed evitare la propagazione dei disordini all'interno dei propri confini.

I più maligni tra gli esperti di questioni internazionali, che non vogliono credere alla spontaneità della protesta popolare, potrebbero intravedere lo zampino interessato statunitense dietro ai disordini curdi. Ormai, sono diversi anni che vi è uno stretto legame operativo tra apparati di sicurezza statunitensi e alcune organizzazioni curde (senza dimenticare lo storico rapporto di collegamento tra queste ultime e il Mossad israeliano, secondo l'antica massima "Il nemico del mio nemico è mio amico").

La Siria appare essere sempre più al centro del mirino americano: la decisione politica siriana di non ostacolare il passaggio di armi e volontari estremisti arabi verso l'Iraq viene percepita come una sfida diretta da Washington. Già durante le fasi calde del conflitto iracheno vi erano stati scontri tra militari americani e siriani lungo il confine, oltre al bombardamento di almeno un camion carico di volontari siriani.

Adesso pare che reparti scelti statunitensi e britannici abbiano allestito una sorta di free fire zone notturna lungo il poroso confine siro-iracheno per limitare in maniera drastica il transito clandestino. Inoltre, secondo alcune fonti giornalistiche, la Siria avrebbe aiutato a fuggire parte della dirigenza baathista irachena e anche accettato di sotterrare sul proprio territorio armamenti tossici provenienti dall'arsenale di Saddam Hussein.

Per tutti questi motivi - e per altri ancora - nelle scorse settimane il Dipartimento di Stato USA ha ventilato la concreta possibilità di sanzioni economiche nei confronti di Damasco. Perciò, nel caso in cui l'amministrazione americana decidesse di procedere con un'operazione Syrian Freedom, non scarseggerebbero certo le giustificazioni da somministrare all'opinione pubblica interna e internazionale: possesso di armi di distruzione di massa, aiuto alla resistenza irachena, regime dittatoriale, repressione minoranze e così via.

Per tentare di ammorbidire la politica statunitense verso il proprio paese, Assad - si dice - avrebbe recentemente offerto di avviare il disimpegno militare dal Libano, dove dal 1976 staziona un forte contingente di truppe di Damasco. L'eventuale ritiro siriano dal Libano indebolirebbe gli islamisti dell'organizzazione guerrigliera Hezbollah, che sarebbero esposti a probabili tentativi del governo centrale libanese di estendere la propria sovranità anche ai territori de facto indipendenti del meridione. La conseguente alterazione del delicato equilibrio dei poteri libanese potrebbe portare all'innesco di una nuova spirale di violenza generalizzata: la guerra civile è ancora un ricordo fresco.

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