Anno 2004

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Iraq, informazione a bassa intensità e guerriglia

Riccardo Cappelli, 17 agosto 2004

"Loro sporcano le strade e si aspettano che noi raccogliamo la spazzatura, loro vogliono più sicurezza ma non ci dicono chi è il cattivo, loro uccidono la propria gente con ordigni esplosivi improvvisati e vogliono che gli Stati Uniti li rimborsino dei morti". Questa è la realtà irachena descritta dal tenente John Dunlap in una serie di lettere recentemente pubblicate dal giornale The Republic dell'Arizona. Alzi la mano chi ha letto qualcosa di simile sulla stampa italiana.

Da una rapida selezione degli articoli online dei giornali statunitensi, si può apprezzare la preparazione degli inviati a stelle e strisce che, con competenza, descrivono i fatti politico-militari e li analizzano in maniera critica, mentre gli inviati delle testate italiane (in particolare, di quelle televisive) ci trastullano con edulcorati "taglia-e-incolla" effettuati sulle notizie stampa di agenzia e su quelle fornite dall'addetto stampa del contingente militare nazionale.

Eppure a molti piacerebbe vedere-leggere servizi giornalistici che trattino del rendimento militare effettivo dei corpi armati alleati iracheni (possibile che siano diventati tutti eroi in pochi mesi?), della situazione nella zona nord di Nassirya (che pare essere stata regalata alle bande sadriste), dell'attività di pattugliamento italiana (quanta, come e dove).

Inoltre, ci basterebbero anche contributi giornalistici minimi quali, ad esempio, verificare se vi è o meno un cratere dove si suppone sia stata fatta esplodere un'autobomba lanciata a inizio agosto contro i nostri soldati o trasmetterci le immagini della tribolata zona dei ponti di Nassiriya per constatare la reale intensità degli scontri (quanti sono gli edifici crivellati dai colpi? Le case hanno ancora i vetri? I ponti sono segnati dalle battaglie?). Di certo è più comodo elaborare i "pezzi" al fresco di una condizionata e protetta stanza d'albergo, che affrontare la calura e gli agguerriti sequestratori professionisti iracheni.

È un peccato che occorra di nuovo rifarsi alla stampa USA per capire dal di dentro come agisce, prolifera e combatte il sottostimato movimento armato sadrista che - nonostante l'inevitabile propaganda occidentale - appare avere una buona base popolare di appoggio, in grado di fornire branchi di motivati pesci-guerriglieri (anche part-time) e l'acqua in cui nuotare.

Stupisce, in particolare, che nonostante le centinaia di perdite subite da aprile a oggi e la scarsa preparazione militare, l'Esercito del Mahdi continui a sfidare a mano armata le forze della coalizione occupando in maniera stabile porzioni di territorio iracheno. Moqtada al-Sadr è per ora riuscito con successo ad alternare con machiavellica sapienza operazioni militari a trattative più o meno occulte.

Infatti, spesso cessate-il-fuoco e accordi sottobanco locali sono serviti tatticamente ai sadristi per scomparire, rifornirsi, ripianare le perdite e attaccare altrove, oltre che a provocare dissidi e perniciose differenziazioni tra i diversi contingenti militari alleati. In realtà, tutti hanno condotto negoziati con al-Sadr, usando di frequente la foglia di fico del rispetto della sovranità irachena (ma siamo seri!), non ultimi gli americani: tanto è vero che oggi vanno affermando come a Najaf gli insorti abbiano violato i termini di un accordo che proibiva l'uso militare dell'area del cimitero sciita.

Rimane però da chiarire perché sia stato permesso finora a Sadr di agire "da golpe e da lione": in attesa di una convincente spiegazione non ci resta che seguire l'attacco americano in corso nella città santa sciita di Najaf, per capire se sia o meno l'inizio della fine militare per i sadristi. Finché la protesta e l'insoddisfazione irachene vengono espresse in maniera violenta, le esitazioni alleate aiutano chi semina l'odio, che finora non sempre ha ricevuto la dose di tempesta prevista dal detto popolare.

Per il futuro è bene ribadire che non si può permettere agli insorti di qualsiasi fede di mantenere e ostentare a lungo il controllo armato di intere città. Quando nel 1972 in Irlanda del Nord l'IRA tentò di sottrarre al libero accesso britannico alcune zone urbane (le cosiddette "no-go areas"), 20.000 soldati di Sua Maestà misero prontamente fine all'esperimento.

Ciò non toglie che larga parte della popolazione cattolica sia sempre stata della parte dell'IRA e che quest'ultima avesse il controllo di fatto delle province cattoliche, però le pattuglie britanniche hanno sempre potuto circolare ovunque, impedendo alla controparte di fare il salto di qualità strategico.

Se è vero che la guerriglia si vince convincendo e non combattendo, lo stesso assioma vale per il nemico: è sbagliato perciò permettere all'avversario di convincere, concedendogli lo spazio necessario per mostrarsi forte e capace di offrire un'amministrazione alternativa.

Per adesso molti iracheni sono convinti che l'instabilità e insicurezza siano il risultato dell'invasione-liberazione alleata e che la guerriglia sia la giusta reazione: finché non si rovescerà tale convincimento la guerra in Iraq non potrà essere vinta e allora già ottenere un basso livello militare di conflittualità - come nell'Irlanda del Nord dei "troubles" - potrebbe essere un risultato finale accettabile.

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