Anno 2004

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Iraq, dalla guerra preventiva alla guerra ripetuta

Riccardo Cappelli, 23 dicembre 2004

Per risolvere le crescenti difficoltà della guerra irachena, il politologo Edward Luttwak ha di recente suggerito l'attuazione di una sorta di disimpegno parziale americano accompagnato da negoziati bilaterali con gli attori regionali. Luttwak consiglia di cominciare effettivamente il ritiro progressivo di soldati e mezzi dal teatro iracheno, per dare sostanza al minacciato ripiegamento totale.

Il fine che si raggiungerebbe con questo ventilato disimpegno unilaterale, sarebbe quello di convincere gli attori geopolitici dell'area che è meglio avere un Iraq con gli americani che senza e, perciò, sarebbero incentivati a cooperare. Il vero nocciolo del problema sta nell'assicurare, in un modo o nell'altro, la partecipazione al processo di stabilizzazione dell'Iraq di contingenti militari dei paesi arabi e islamici, destinati a sostituire i contingenti occidentali nel controllo delle turbolente aree urbane.

L'ipotesi Luttwak parrebbe essere stata ben recepita ai piani alti dell'amministrazione Usa, tanto è vero che il segretario alla Difesa Rumsfeld ha dichiarato che porre il prerequisito della pacificazione completa dell'Iraq per avviare il disimpegno americano non è realistico, in quanto quel paese non è mai stato perfettamente pacifico e non lo sarà mai veramente. Se poi, nonostante tutto, l'avvio del processo di disimpegno americano non portasse i benefici sperati, si potrebbe comunque chiudere l'esperienza irachena prima che si deteriori in un annoso conflitto stile Vietnam.

Chissà che per il futuro la dirigenza politico-militare americana, scottata dall'esperienza irachena, non decida di prendere in considerazione l'opzione dottrinale del "3-3-3" suggerita dal pensatore militare William S. Lind in un articolo apparso sulla rivista Parameters nel 1987. Tale opzione prevedeva di avere forze armate in grado di: decapitare lo Stato bersaglio, eliminandone la leadership e prendendo il controllo delle sue istituzioni più importanti in 3 giorni; terminare le aperte ostilità belliche in 3 settimane; mantenere piccoli distaccamenti di truppe capillarmente distribuiti sul territorio (sullo stile del Combined Action Program usato in Vietnam), appoggiati in caso di bisogno da fanteria leggera elitrasportata e contemporaneamente creare una forza di polizia indigena in grado di sostenere il nuovo governo, basato su forze ostili alla precedente leadership, in 3 mesi. Dopo di che, stabilizzata più o meno la situazione, tornarsene a casa al più presto.

Lind basa la sua analisi su quattro assunti di base relativi agli Stati Uniti che, per diversi motivi: 1) non possono permettersi di essere coinvolti a lungo in un'attività di contro insurrezione; 2) non sono granché nell'addestramento di forze armate straniere; 3) sbagliano nel credere di poter esportare il loro modello culturale, sociale, politico ed economico; 4) si illudono se pensano di vincere le guerre solo con vittorie tattiche.

Secondo Lind è ovvio che il suo schema d'azione potrebbe fallire perché si potrebbero sviluppare forze di guerriglia indigene capaci di sconfiggere il nuovo governo, ma tali forze sarebbero certo capaci di mettere a dura prova anche gli alleati americani se decidessero di rimanere a lungo. Se poi il governo fosse di nuovo conquistato da forze ostili (che dovrebbero a quel punto esporsi diventando bersagli visibili), gli Usa potrebbero ancora intervenire con la somministrazione di un altro "3-3-3" e tale determinazione costituirebbe un deterrente efficace per qualsiasi potenziale sfidante locale.

Si passerebbe così dalla teoria della guerra preventiva a quella della guerra ripetuta.

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