Anno 2004

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La Chiesa serba in Kosovo chiede aiuto agli ebrei

Paola Casoli, 15 ottobre 2004

L'allusione all'esperienza vissuta dagli ebrei nel secolo scorso non passa inosservata al Jerusalem Post, che la pubblica il 13 ottobre nell'ambito di un articolo intitolato "La chiesa serba cerca il supporto del World jewish congress (Wjc) per la violenza in Kosovo".

"Ci troviamo nei nostri mini-campi di concentramento come in un ghetto" denuncia il vescovo Iriny Bulovic alla presenza del Patriarca Pavle e della delegazione del Wjc riunita nel Palazzo dei Patriarchi a Belgrado. E non si lascia sfuggire l'occasione per chiedere ai delegati del Wjc di "esprimere il proprio interessamento affinché ciò che è stato non si ripeta più".

Il vescovo si riferisce alle distruzioni seguite ai disordini dello scorso 17 marzo nella regione controllata dalle Nazioni Unite. In quell'occasione in Kosovo scoppiarono 33 rivolte che nel giro di 48 ore arrivarono a coinvolgere 50 mila dimostranti. Le vittime degli incidenti furono 19 e almeno 550 case e 27 chiese e monasteri ortodossi vennero bruciati. La stima dei danni fatta da Human Rights Watch parla anche di 4.100 dispersi. Tutti appartenenti a minoranze.

Per il rabbino Israel Singer, chariman del Wjc di New York, ciò che ha detto il vescovo è "molto significativo e ci dà un grande dolore". Non è la prima volta che l'olocausto viene accostato alla situazione delle minoranze del Kosovo, con particolare riferimento agli ultimi fatti di sangue del marzo 2004.

"In quella data (il 17 marzo 2004, ndr) - scrisse il vescovo Artemije a Boris Tadic lo scorso 5 ottobre - abbiamo sperimentato un massacro in massa per mano dei terroristi albanesi". Il termine utilizzato dal vescovo, "pogrom", viene di norma riferito agli ebrei e richiama deportazioni e persone disperse. Nel 1999 quasi 200 mila serbi fuggirono dal Kosovo lasciando le loro case.

Due di questi lo scorso 10 ottobre sono tornati per sposarsi nella chiesa di San Nicola a Pristina dove ricevettero il battesimo. Una cerimonia veloce, fatta sotto un cielo limpido tra le rovine della chiesa distrutta lo scorso mese di marzo, con la scorta dei poliziotti delle Nazioni Unite impegnati a rendere possibile una cerimonia ortodossa in un'area a prevalenza albanese.

"Questa coppia mi dà la speranza che un giorno i serbi torneranno in Kosovo", ha affermato il testimone dello sposo intrecciando senza saperlo le caratteristiche di un conflitto che non sembra essere esclusivamente etnico o esclusivamente religioso.

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