Anno 2004

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Yasser Arafat, la vita e la morte

Massimo Chiais, 11 novembre 2004

"Arafat appartiene al popolo palestinese più di quanto non appartenga alla sua famiglia". Queste parole, pronunciate da alcuni membri dell'Autorità Nazionale Palestinese in visita al rais a Parigi, evidenziano bene il ruolo di un leader che, nonostante alterne fortune, continui scontri e disaccordi spesso profondi, si prepara a diventare l'icona di un popolo in lotta per la sua indipendenza. Una sorte quasi scontata quella di Arafat, da sempre in prima linea e da sempre in bilico tra la ricerca di una situazione di compromesso politico-diplomatico e la necessità di non chiudere del tutto la strada a una risposta forte, tanto da meritarsi un premio Nobel per la pace pur essendo considerato al contempo un "terrorista".

L'intera vita di Mohammad Abdel Rauf Arafat al Qudwa al Husseini, soprannominato "Yasser" che in arabo significa "spensierato", è stata caratterizzata dalla costanza di un impegno militante, che affonda le sue radici nel clima turbolento degli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale in Egitto e Medio Oriente. Proprio in Egitto, al Cairo, Arafat nasce il 4 agosto 1929 da una agiata famiglia proveniente da Gerusalemme, luogo dove il futuro leader palestinese farà ritorno per alcuni anni a seguito della morte della madre.

Il fatto in sé potrebbe apparire di scarsa importanza, se non fosse alla base di un equivoco, in larga misura alimentato proprio da un Arafat ben consapevole dell'importanza politica di tale affermazione: il sostenere di essere nato a Gerusalemme assume infatti una notevole valenza simbolica, fondamentale per poter guidare un popolo alla ricerca di un capo. Un capo che divenne necessario dopo la spartizione della Palestina nel 1947, la nascita di Israele nel 1948 e le successive guerre arabo-israeliane che portarono alla umiliazione degli arabi e alla catastrofe del popolo palestinese.

In questo contesto la vita politica di Yasser Arafat inizia nel 1949 allorché, studente di ingegneria al Cairo, si avvicina alla Fratellanza Musulmana che all'epoca rappresentava il gruppo politico più vicino alla causa palestinese, per venire successivamente eletto come rappresentante all'Unione degli Studenti. E' nei campus universitari che inizia anche l'iniziazione militare del giovane Arafat, attraverso i corsi di addestramento tenuti da Hasan Doh, agente dei Fratelli Musulmani.

Ma fin da subito la sua dote principale risulta essere quella della comunicazione, della acquisizione e gestione del consenso, della propaganda che, dopo la rivoluzione nasseriana del 1952, lo porta a ricoprire incarichi sempre più importanti nell'ambito della Lega degli Studenti. E' a partire da questa fase universitaria che la storia di Arafat inizia a diventare leggendaria, dando vita ad una vera e propria mitologia del personaggio continuamente alimentata da aneddoti e enfatizzazioni di una realtà forse non sempre così eroica come si vorrebbe credere.

Nel frattempo la striscia di Gaza diventava la culla dei nazionalisti palestinesi e un centro attivo di resistenza, centro di aggregazione di quanti, negli anni a venire, costituiranno la spina dorsale dell'Olp. E' qui che, nel 1955 dopo un violento attacco israeliano contro una manifestazione, si inizia a parlare di lotta armata. Intanto Arafat continuava la sua opera diplomatica. Nel 1956, a Praga per una riunione del Congresso internazionale degli studenti, non solo riesce a ottenere che gli studenti palestinesi siano accolti a pieno titolo, ma sfodera un elemento che lo contraddistinguerà per tutta la vita e che, certamente, continuerà a segnarlo nella sua immagine pubblica: la kefyia, il copricapo da battaglia dei militanti della rivolta palestinese del 1936-39 contro le truppe britanniche e i sionisti in Palestina.

Si tratta di un piccola vittoria diplomatica, che tuttavia apre numerosi canali con gli studenti del blocco orientale e con quelli del Terzo Mondo, che si rivelano preziosi negli anni seguenti. Rientrato al Cairo e richiamato in servizio come ufficiale della riserva in occasione della questione del Canale di Suez, Arafat si laurea in ingegneria nello stesso anno.

Risale a tre anni dopo, a Kuway City, la creazione di al Fatah che in seguito diventerà la principale tra le componenti politiche dell'Olp. Il movimento, fondato da Arafat e da Khalil al Wazir più noto come Abu Jihad, prende il nome dall'acronimo di haraka at-tahrir al filastini (Movimento di liberazione palestinese) che letto all'inverso è la radice della parola araba che significa "vittoria".

Al Fatah si organizza in una rete di cellule segrete, legate a un giuramento la cui componente centrale era, ed è: "Giuro che mi dedicherò sinceramente alla Palestina, che opererò senza sosta per la liberazione della Palestina, che farò tutto quello che mi sarà possibile". In questa fase nasce l'usanza di assumere nomi di battaglia, preceduti dall'attibuto Abu (padre di): il nome di Arafat diventerà Abu Ammar in memoria di un guerriero compagno di Maometto.

A partire dall'inizio del 1965 il comitato centrale di al Fatah decide che è ormai giunto il tempo di passare definitivamente alla lotta armata. Arafat, lasciato il lavoro, inizia a spostarsi continuamente tra Beirut, un campo militare a Damasco e la Giordania, ancora una volta alimentando una leggenda sul suo conto destinata ad accompagnarlo per tutta la vita: quella di non dormire mai due notti di seguito nello stesso posto. Da questa data il mondo inizia a conoscere una nuova parola, fedayin, combattente, che accompagna la resistenza palestinese praticamente fino all'inizio dell'Intifada grazie alle continue incursioni e alla pratica della guerriglia e del terrorismo.

La stessa immagine del feday (letteralmente: che sacrifica se stesso) può ben essere riconosciuta come parte dell'apparato simbolico e di immagine che accompagna la lotta palestinese. Versione moderna del guerriero della fede che si immola contro il sionismo a immagine dei combattenti del 1936, il feday è spesso ritratto, ad esempio nei manifesti di reclutamento, con la caratteristica kefiya e con in pugno il kalashnikov, arma quasi di culto per intere generazioni di guerriglieri.

Ma al contempo rappresenta anche la figura del contadino in armi, quella del figlio della pietra, quella del martire che offre la sua vita per la causa nazionale, fino a una completa identificazione dopo la Guerra dei sei giorni con il popolo che vuole difendere: anche grazie alla popolarità di questa immagine, l'Olp e i suoi membri potranno autoproclamarsi unica e legittima rappresentanza del popolo palestinese. Nel 1969 Yasser Arafat viene eletto presidente del Comitato esecutivo dell'Olp, che diventa organizzazione pluripartitica e raccoglie i diversi gruppi politici e armati palestinesi.

Il 1970 segna un'altra tappa fondamentale nella vita di Arafat e dei palestinesi tutti. Timoroso che le forze dell'Olp presenti in Giordania diano vita a un vero e proprio Stato nello Stato, re Hussein scatena in settembre una violenta repressione nei loro confronti. E' il famoso Settembre nero, che causa l'uccisione di oltre 4.500 palestinesi e il ferimento di altri 10.000. Il fatto, che porta alla creazione del commando terroristico Settembre nero, reso celebre dalla strage all'aeroporto di Tel Aviv e dal massacro della squadra olimpica israeliana alle Olimpiadi di Monaco, determina anche il nuovo corso della politica del leader dell'OLP.

Dirà Arafat, commentando i fatti del settembre nero: "Questo è il tasto sul quale continuano a battere: avete avuto abbastanza scontri, abbastanza battaglie. L'unica soluzione al problema della Palestina è la creazione di uno Stato nella West Bank e a Gaza". Si tratta di una dichiarazione di importanza vitale per la questione mediorientale. L'Olp si rende conto infatti della necessità di rinunciare a avere tutta la Palestina. Si può allora ben dire che da questo momento inizia la fase diplomatica della politica di Arafat che, pur ignorato dalla Conferenza di Ginevra che pone fine alla Guerra dello Yom Kippur, ottiene per l'Olp nello stesso anno il riconoscimento diplomatico da parte di 114 paesi e, nell'ottobre del 1974 con le risoluzioni 3236 e 3237, la definizione di "Rappresentante del popolo palestinese" da parte dell'Assemblea generale dell'Onu.

E' in questa occasione che si celebra il primo vero trionfo internazionale del rais. Invitato a partecipare all'Assemblea generale (prima di lui tale onore era stato concesso unicamente al Papa), e accolto dall'ovazione dei partecipanti, con l'esclusione degli statunitensi e degli israeliani, Arafat pronuncia un discorso, destinato a passare alla storia. "Oggi sono venuto con un ramoscello di ulivo e un fucile da combattente per la libertà. Non lasciate che il ramoscello di ulivo cada dalla mia mano".

Il ramoscello cade tuttavia ancora molte volte, e non solo ad Arafat. A Tel Aviv e a Gerusalemme nello stesso anno; a Entebbe nel 1975; a Tall el Zaatar nel 1976, dove milizie falangiste cristiane e truppe siriane, spalleggiate da Israele, massacrano 13.000 palestinesi in un campo profughi; ancora a Tel Aviv nel 1978; a Misgav, Anversa, Nablus e Parigi nel 1980; in Egitto, con l'assassinio del presidente Sadat nel 1981, anno in cui l'Olp compie ben 248 azioni terroristiche contro bersagli israeliani; a Sabra e Chatila, dove nel 1982 gli israeliani che dovrebbero proteggere i campi profughi lasciano il campo ai falangisti che uccidono oltre 3.000 palestinesi; a Roma, dove nello stesso anno compiono un attentato alla Grande Sinagoga. E così via in un'escalation di sangue che porta fino all'inizio di una nuova fase: quella dell'Intifadah, la sollevazione popolare in Cisgiordania e a Gaza che porta a oltre 800 i morti nell'arco di tre anni e alla cosiddetta "seconda Intifadah", che dal 28 settembre 2000 a oggi ha portato all'uccisione di oltre 3.400 palestinesi e 954 israeliani.

Eppure, nonostante la scia di sangue e distruzione che continua a caratterizzare la questione israeliano-palestinese, in molte occasioni sembra che si possa arrivare a una pace tra i contendenti. E ancora una volta il protagonista, il vero e unico interlocutore palestinese è proprio Arafat. A Madrid, Oslo, Washington, Taba, Wye, Sharm el-Sheikh, Camp David, attraverso rapporti diplomatici con il Vaticano, attraverso le aperture al dialogo fortemente volute dal presidente Usa Bill Clinton.

Ma l'intransigenza dei gruppi palestinesi più estremisti, primo tra tutti Hamas col suo fondamentalismo islamico, l'altalenante politica israeliana con i suoi raid mirati e la politica cosiddetta delle ruspe, la situazione internazionale con le due guerre contro l'Iraq, non hanno fatto altro che porre ipoteche sempre più pressanti a ogni opportunità, chiudendo ogni possibilità di dialogo e congelando quel sogno di pace e sicurezza che aveva portato al Nobel per la pace lo stesso Arafat, Rabin e Peres nell'ottobre del 1994. Isolato, delegittimato, minacciato, costretto a una forzata prigionia nella città di Ramallah, il "vecchio leone" sembra aver perso la sua autorità politica, nell'incapacità o nell'impossibilità di gestire uno scenario sempre più complesso e in contesto in continua evoluzione.

Ma se l'uomo politico sembra tramontato, rimane forte il simbolo. Ed è proprio intorno a questo simbolo, a questo vecchio combattente, che si riunisce il popolo palestinese all'annuncio della grave malattia che lo porta per l'ultima volta fuori dalla terra per la quale ha così lungamente lottato. Yasser Arafat, come si conviene a un personaggio che così profondamente ha impresso la sua impronta nella controversa questione arabo-israeliana, va assumendo negli ultimi giorni un nuovo ruolo: quello di testimonial, di eroe, di icona e simbolo di tutto un popolo e della sua lotta per la sopravvivenza. Un ruolo che certamente non tarderà a penetrare fortemente l'immaginario e la mitologia palestinese e che, con altrettanta certezza, sarebbe assai gradito al comunicatore di simboli Arafat.

Come per ogni processo di beatificazione post mortem, non è pensabile accettare acriticamente l'immagine eroica che la propaganda araba e palestinese vorrà dare per sfruttare in termini politici la figura del suo vecchio leader. Doverosi però sono l'onore delle armi e l'omaggio che, qualunque sia il punto di vista, non possono non essere tributati all'eroe della resistenza o al fiero nemico di oltre cinquant'anni di battaglie.

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