Anno 2004

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Sequestri, terrorismo e media

Massimo Chiais, 23 dicembre 2004

La notizia della liberazione di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, i due giornalisti francesi rapiti alla fine di agosto, è rapidamente rimbalzata dal sito dell'Esercito di liberazione al Sunna al notiziario di Al Jazeera e quindi ai media di tutto il mondo. Ancora una volta dunque il web si è fatto portavoce e medium privilegiato di una organizzazione terroristica nella produzione di una comunicazione mirata, dal carattere politico fortemente connotato, sebbene in questa occasione il lieto fine appaia quasi stridente nel suo essere in controtendenza rispetto ai tragici fatti ai quali ormai l'opinione pubblica è stata costretta ad abituarsi.

Rimangono tuttavia aperte numerose domande circa il carattere che simili azioni rivestono nel quadro di una strategia che, sebbene si debba considerare apertamente terroristica, non può essere scissa da un contesto altrettanto dichiaratamente militare. La pratica dei rapimenti e delle esecuzioni in diretta appartiene di fatto a una scelta terroristica. Pare incontestabile, tuttavia, che tale scelta rappresenti allo stato attuale una ben chiara e deliberata decisione di carattere bellico nella dinamica di un contesto totalmente asimmetrico: quello in atto in Iraq.

Due in particolare sono gli aspetti che meritano un approfondimento: il valore strategico attribuito dai guerriglieri al sequestro di civili e alla loro barbara esecuzione e le motivazioni legate alla scelta degli ostaggi da graziare. In entrambi i casi le dinamiche rientrano nell'ambito di una scelta di carattere comunicativo e stigmatizzano l'inscindibile legame che unisce ormai guerra e comunicazione, ma più ancora comunicazione e terrorismo. Come molti studiosi affermano, il terrorismo è un modo di comunicare. D'altra parte, come già ai tempi del sequestro Moro ebbe a dire uno dei guru della comunicazione, Marshall McLuhan, senza comunicazione non vi sarebbe il terrorismo.

Quarta arma per eccellenza, la comunicazione ha assunto attraverso i nuovi media e la diffusione globale dell'informazione un valore imprescindibile ed è diventata lo strumento principale della asimmetria bellica. Ancor di più per coloro i quali non possono sostenere un confronto diretto con potenze infinitamente superiori nei mezzi, nelle risorse e nelle strategie e che di fronte a tale sproporzione riconoscono la assoluta inutilità di perseguire obiettivi bellici classici nella elaborazione di strategie miranti a una definitiva e imprevedibile vittoria.

L'azione terroristica - e quindi anche il sequestro di persona - potrebbe allora apparire come gratuita dal punto di vista della sua efficacia materiale perché non porta al conseguimento di reali obiettivi militari. Ma è proprio a questo punto che i rapimenti e i successivi video - che mostrano al mondo uomini e donne indifesi, disperati, in balia dei loro carcerieri, fino alle efferate esecuzioni in diretta - conferiscono ad azioni all'apparenza inutili un valore aggiunto che riporta all'ambito assai raffinato della guerra psicologica.

Il messaggio trasmesso è chiaro: portare il terrore nelle case di coloro i quali vengono individuati come nemici potenziali, sconvolgere una opinione pubblica internazionale dimostrando che può esistere una violenza infinita, assoluta, al di là dell'immaginabile per società abituate a stili di vita rassicuranti e agiati. Gli uomini incappucciati che sgozzano l'ostaggio davanti a un obiettivo, col loro agire dicono a chiare lettere che non ci sarà pietà per nessuno e che l'unico modo per non patire le stesse sofferenze è quello di non trovarsi sulla loro strada. Ma nel fare questo sanno anche che l'informazione, per essere significativa, deve ormai essere anche spettacolare perché l'opinione pubblica internazionale è avvezza anche ai messaggi più forti.

E allora diventano funzionali lo scannamento e le urla disperate, le immagini di uomini e donne straziati dal terrore, incatenati come animali, rinchiusi dentro gabbie, umiliati e disposti a esortare i leader politici dei loro paesi ad abbandonare il campo nella speranza di allontanare il coltello per qualche ora.

La risposta a queste immagini, sebbene abbia legittimato un atteggiamento intransigente da parte delle forze politiche dei paesi impegnati in Iraq, ha certamente smosso le coscienze dell'opinione pubblica e ha colmato in molti la misura nei confronti di una guerra sempre più avvertita come lontana, terribile, ormai al di là del sopportabile. Elementi di una disillusione e di un disgusto che rappresentano il reale obiettivo psicologico che i guerriglieri volevano raggiungere e che nella loro ottica potrebbero portare l'opinione pubblica internazionale a chiedere a gran voce ai propri governanti l'abbandono di un campo ormai troppo insanguinato e truculento per essere ancora accettabile.

D'altra parte i guerriglieri sanno anche di poter allentare la presa laddove le condizioni lo permettano. Perché lo scopo può anche diventare quello di creare un evento di tale portata da mobilitare l'intera comunità internazionale, come nel caso delle due operatrici italiane o, oggi, dei due giornalisti francesi. La "grazia" assume allora un significato differente, che comunque porta a compimento l'azione comunicativa e reitera l'evento per settimane, mesi e mantiene il livello di guardia e di attenzione su posizioni di tutto rilievo.

Se da un lato chi compie l'azione si presenta come l'esecutore senza scrupoli di una violenza infinita, dall'altro lo stesso può permettersi il lusso di concedere una pausa, che accresce il pathos di fronte ad altre operazioni simili ancora a venire. Certamente la funzione della diplomazia e dell'intelligence non possono essere trascurati a fronte delle sempre più rare liberazioni. Tuttavia, anche in questi casi non esiste sconfitta per chi decide di liberare i prigionieri sia che questo avvenga per scelta autonoma, sia che si tratti della conseguenza di trattative che, per il solo fatto di esistere, riconoscono a pieno titolo l'esistenza di un'organizzazione autorevole capace di piegare potenze incommensurabili.

Qualunque sia la sua soluzione, nell'ottica della comunicazione mediatica e della copertura della notizia a livello globale questa scelta appare funzionale e - spiace dirlo - militarmente significativa pur se fuori dagli schemi classici della guerra e su tempistiche di lunga durata. Solo l'assuefazione all'evento potrà decretarne la fine. Tuttavia, la necessità di spettacolarizzare l'informazione per continuare a raggiungere lo stesso target di pubblico rende anche questa speranza assai poco rassicurante.

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