Anno 2004

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Le tattiche del terrorismo

Alessandro Corneli [GRRG], 7 maggio 2004

Alle guerre d'Afghanistan e d'Iraq, decise per distruggere le basi materiali del terrorismo, questo ha risposto mettendo in campo diverse tattiche, con finalità specifiche, che si possono così schematizzare: intimidatoria caso esemplare l'attacco al contingente italiani di Nassiriya; stragista, caso esemplare l'11 marzo di Madrid; ricattatoria, caso degli ostaggi.

Quali risultati hanno avuto queste tattiche in ordine all'obiettivo, non solo facilmente intuibile, ma anche dichiarato e rivendicato, di rompere la "coalizione dei volontari" allo scopo di lasciare praticamente soli gli Stati Uniti, sia di fronte alla guerriglia irachena sia soprattutto sul piano internazionale e diplomatico? Funzionale a tale obiettivo era costringere i singoli alleati di Washington ad abbandonare il campo.

Dal punto di vista dei terroristi, al di là del "successo" delle operazioni in sé e dei primi effetti immediati, il risultato non è stato brillante. E questo induce a ritenere, come vedremo, che una certa dialettica si è aperta in seno alle sue varie componenti e tra le forze politiche ad esso più o meno collegate, in Iraq e fuori.

Infatti, la strage di Nassiriya non solo non indusse il Governo italiano al ritiro, ma provocò un moto di unità nazionale che rafforzò questo stesso governo alleato di quello americano. Quindi un risultato negativo per i terroristi.

L'attentato di Madrid fu un "successo" dal punto di vista organizzativo (191 morti e circa 1500 feriti) e, almeno in una prima fase, anche sul piano politico perché contribuì alla sconfitta del partito che aveva condiviso la linea americana e alla vittoria di Zapatero che è andato fino in fondo, annunziando il ritiro del contingente spagnolo. Ma proprio questa "fuga" spagnola ha rafforzato la decisione di resistere degli altri Paesi, nonostante la concomitante "insurrezione" in Iraq.

L'effetto domino non si è verificato. Al contrario è cresciuta la pressione per un intervento dell'Onu, nel senso di arrivare ad una nuova risoluzione che permetta di allargare la base delle grandi potenze impegnate a risolvere la questione irachena attraverso il sostegno ad un regime fondato su un largo consenso.

E' sulla base di queste considerazioni che il terrorismo ha messo in piedi la tattica ricattatoria, la tattica degli ostaggi, che diluisce e prolunga presso l'opinione pubblica del paese interessato l'ansia, dando forza alle posizioni favorevoli a un disimpegno.

La scelta dell'Italia per sperimentare questa tattica non è stata casuale. Come è subito emerso con il primo messaggio dopo il sequestro, il terrorismo ha puntato sulla forte contrapposizione tra un governo pro-Bush e un'opposizione anti-Bush, sostenuta quest'ultima da un'opinione pubblica in maggioranza ostile alla guerra. Ma anche in questo caso il primo risultato è stato quello di compattare le forze politiche in una risposta negativa al ricatto.

L'assassinio di uno degli ostaggi ha creato emozione, ma non ha modificato la linea del Governo; e questa reazione, per il terrorismo, è stata un'altra sconfitta. Perciò è seguita una variante, quella dell'ultimatum di cinque giorni, con scadenza il 1° maggio. Il Governo, dopo una prima fase improntata alla loquacità e all'ottimismo, ha poi deciso per una linea del silenzio, senza arretrare sulle posizioni di fondo, ma ribadendo con una certa efficacia che la presenza italiana in Iraq è solo di tipo umanitario, e insistendo su un intervento dell'Onu rafforzativo degli scopi della coalizione, ma non alternativo ad essa.

Il risultato è stato che, alla scadenza dell'ultimatum, è stata avanzata una diversa richiesta: un intervento del Governo italiano - messo un po' in ombra dalle diverse trattative - presso le autorità del Kurdistan per ottenere la liberazione dei prigionieri iracheni, in gran parte legati al regime di Saddam Hussein, particolarmente persecutorio nei confronti dei Curdi.

Prima di quest'ultima svolta, c'è stata la marcia a Piazza San Pietro organizzata dai familiari degli ostaggi, che hanno respinto qualsiasi politicizzazione, e che hanno ricevuto dal Papa un sostegno importante, ma tutto orientato sui valori umanitari e religiosi, e quindi di difficile utilizzazione politica da parte dei terroristi. Anzi, questa linea umanitaria ha aperto uno spazio sia ai pacifisti sia, soprattutto, alla Croce rossa italiana per una soluzione umanitaria.

Ora, senza entrare nei dettagli di queste trattative, dichiarazioni, ecc. appare un dato nuovo: è possibile che sulla tattica da seguire, incluso il problema degli ostaggi italiani, si sia aperto un dibattito duro in area "islamica" poiché le tattiche sopra esaminate non si sono dimostrate paganti al di là delle prime apparenze.

Per "area islamica" intendiamo diversi gruppi: gli integralisti sunniti che si possono ricondurre a Al Qaeda, gli integralisti sciiti di obbedienza iraniana e quelli iracheni, i governi moderati del Medio Oriente e i gruppi dirigenti (o aspiranti tali) iracheni, che pensano alla leadership che assumeranno nel nuovo Iraq.

Gli estremisti di tutte le parti avevano (e hanno) un obiettivo comune: disgregare la coalizione, isolare gli americani, dimostrare il fallimento dell'intervento militare e assicurarsi la leadership nell'intero mondo islamico mediorientale. Le loro tattiche terroristiche non hanno però avuto successo. Forse per questo hanno tentato di allargare il fronte (attentati in Siria, in Arabia Saudita, nella Thailandia del Sud).

Ma così hanno ancora di più allarmato non solo i governi moderati dei paesi musulmani e soprattutto hanno cominciato a rendere insostenibile la posizione dei Paesi (ben più importanti) che erano rimasti alla finestra e che hanno cominciato ad esaminare in concreto la possibilità di una nuova risoluzione dell'Onu che consacrerebbe il definitivo isolamento dei terroristi.

I moderati, di fronte al fallimento delle tattiche degli estremisti, hanno cominciato a credere che, eventualmente con una nuova copertura dell'Onu, la coalizione resisterà e riuscirà, anche se con il tempo, a trasformare e normalizzare l'Iraq. Quindi è loro interesse, senza perdere la faccia, cominciare a dialogare sul serio e ad impegnarsi a collaborare perché saranno poi loro ad ereditare il potere nel nuovo Iraq.

Il dibattito in senso a questi due schieramenti si ripercuote sulla sorte degli ostaggi italiani. La linea degli estremisti, di uccidere ad intervalli uno dopo l'altro gli ostaggi, è stata bloccata; si è introdotta la variante dell'ultimatum; quindi un'altra variante, la richiesta di intervento sulle autorità del Kurdistan. Tutto questo per impedire il precipitare di una situazione che renderebbe più difficile per i moderati accreditarsi come degli di assumere poteri sempre maggiori e più diretti nella gestione dell'Iraq.

Del resto era inevitabile: se la coalizione fosse collassata, gli estremisti avrebbero avuto partita vinta. La resistenza della coalizione fa sì che gli estremisti perdano, in un modo che diventerà sempre più evidente, il sostegno (anche passivo) dei moderati.

Da questo punto di vista, la "resistenza" morbida e fluida dell'Italia - se non avverranno fatti nuovi e colpi di coda del terrorismo - si sta rivelando positiva non solo e non tanto per la questione degli ostaggi ma per tutta la vicenda irachena. Per considerare questa, infatti, non bisogna guardare i singoli episodi, non di rado contraddittori, ma la logica degli interessi in gioco.

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