Anno 2004

Cerca in PdD


Resa dei conti per l'Arabia Saudita

Alessandro Corneli [GRRG], 3 giugno 2004

Ha scherzato a lungo con il fuoco, e si è bruciata. Questa è la storia dell'Arabia Saudita. L'attacco di sabato 29 maggio a Al Khobar, una città portuale situata a 250 chilometri a nord della capitale Riad, e uno dei maggiori centri dell'industria petrolifera del paese dove operano le principali compagnie del mondo e la comunità straniera è assai numerosa, non è stati una sorpresa, dopo gli attacchi dei mesi scorsi e le dichiarazioni di Al Qaeda.

L'attacco e la presa di ostaggi sono stati compiuti da "quattro mujaheddin", di cui uno è stato ferito e catturato mentre gli altri tre sono riusciti a fuggire: e questo particolare lascia perplessi e fa intuire qualche responsabilità di ambienti sauditi. La rete saudita di Al Qaeda è diretta dal saudita Abdelaziz al Muqrin. Le forze di sicurezza saudite, con un blitz scattato in piena notte, hanno fatto irruzione nel residence e hanno liberato gli ostaggi senza riuscire tuttavia ad impedire che alcuni di essi fossero "giustiziati".

In particolare, in un messaggio di Al Qaeda è stato detto: "Abbiamo sgozzato un italiano e lo regaliamo al governo italiano ed al suo capo, sciocco e superbo, che annuncia con chiarezza la sua ostilità all'Islam e manda le sue truppe a combattere i musulmani in guerre come in Iraq e in altri paesi". Il presunto Al Moqrin ha aggiunto: "Tra gli ostaggi uccisi, anche un giapponese, che è stato sgozzato e inviato per regalo alla sua patria, coinvolta dagli Stati Uniti nei combattimenti contro i musulmani, in particolare in Iraq, perché sia di lezione ad altri".

L'operazione, che ha fatto 22 vittime, aveva cinque obiettivi: il regime saudita, considerato "infedele"; i "crociati" e i loro alleati per isolare gli Stati Uniti: defezioni importanti, come quella italiana o giapponese, sarebbero devastanti; intimorire i leader iracheni che si stanno mettendo d'accordo sui leader che dovranno essere insediati dall'Onu; allarmare i mercati, specie petroliferi, con la prospettiva di una destabilizzazione dell'Arabia Saudita; dimostrare ai propri sostenitori di essere ancora capace di compiere azioni terroristiche importanti.

Per troppo tempo l'Arabia Saudita è stata tollerante con l'estremismo islamico, o almeno il suo vertice non è stato compatto nel combatterlo. Adesso il regime è in pericolo. Ma ha ancora risorse, se è compatto, per contrastare il terrorismo e per dare tutte le informazioni di cui è in possesso per combatterlo. Deve fare una scelta di campo e forse un segnale è venuto da Yasser Arafat, che domenica 30 maggio ha dichiarato di essere pronto a incontrare Ariel Sharon, di recarsi anche nella sede del Parlamento israeliano per promuovere la pace. E lo stesso Sharon ha rinviato il dibattito sulla sua ultima versione del piano per Gaza. Nei giorni scorsi è stato firmato, dopo 21 anni, un accordo di pace per il Sudan: altro segnale importante.

Il punto è che nessun regime che non sia fondamentalista è in pericolo. L'Arabia Saudita è in pericolo. A poca distanza c'è l'Egitto. Due paesi-chiave. Forse la cupola del terrorismo sunnita vuole stringere i tempi: da un lato si sente minacciata dalla presenza americana che se riuscirà a normalizzare l'Iraq ridurrà il potere religioso dei sunniti; dall'altro lato vede il nemico sciita, cioè l'Iran, rafforzarsi.

Nel breve termine, la partita si gioca sul filo del rasoio. Dopo l'attacco all'Arabia Saudita, con l'ulteriore offesa arrecata agli alleati dagli Stati Uniti, non è improbabile un tentativo in terra europea, in corrispondenza con la visita di Bush. I servizi d'intelligence sono sotto pressione: se non riusciranno a evitare altri attentati gravi, le cose si metteranno male; se invece riusciranno a sventarli e a portare qualche colpo ad Al Qaeda, le cose potrebbe prendere un'altra piega.

E' un braccio di ferro. E' una questione di resistenza, di volontà.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM