Anno 2004

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La riforma dell'ONU

Alessandro Corneli [GRRG], 4 giugno 2004

Di riforma dell'Onu si è parlato, alla fine della scorsa settimana, al convegno promosso dell'Aspen, dallo IAI e da altri istituti, e svoltosi presso l'Istituto per l'Africa e il Medio Oriente (Isiao) sul tema "Le Nazioni Unite e le nuove minacce: ripensare la sicurezza". Tra gli interventi, quelli dell'infaticabile Giuliano Amato e del Segretario della Lega Araba, Amre Moussa, che hanno presieduto la conferenza.

Amato e Moussa hanno sostenuto la tesi che il multilateralismo conosciuto negli ultimi cinquant'anni era figlio della seconda guerra mondiale e della guerra fredda. Ma dopo il crollo del muro di Berlino, dopo l'11 settembre e dopo l'attacco preventivo all'Iraq, c'è stato uno "strappo" al multilateralismo stesso per cui il problema oggi è "come rifondare le regole del gioco di un sistema di 'governance' basato sul consenso e sulla legittimità e non sui rapporti di forza", come scrive Il Sole 24 Ore (29 maggio, p.12).

Le soluzioni prospettate sono sostanzialmente due: riscrivere la Carta dell'Onu alla luce delle nuove moinacce e della necessità di prevenire la cosiddetta "ingerenza umanitaria", che può evolvere in "guerra preventiva" vera e propria; oppure applicare fino in fondo la Carta così com'è; il suo difetto è stato, appunto, quello di non essere stata applicata integralmente. I rappresentanti dei Paesi arabi hanno a loro volta sottolineato la "doppia minaccia" gravante sul Sud del mondo: la minaccia del terrorismo e la minaccia di un Occidente che "spara nel mucchio" del mondo arabo.

E' abbastanza evidente che l'evoluzione della crisi irachena avrà un risvolto sull'Onu. I revisionisti sono sostanzialmente gli esclusi dal vertice dell'Onu, considerato questo il club dei Cinque che hanno il diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito. In prima linea, tra i revisionisti, Germania e Giappone, ma anche India, Nigeria, Brasile: insomma tutti coloro che, alla fine, si accontenterebbero di una "revisione" che li promuovesse a membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

Un revisionismo molto interessato, quindi. Ma con differenze: la Germania, ad esempio, punta a un riconoscimento in posizione critica verso gli Stati Uniti (e lo fa per avere l'appoggio della Francia e un po' anche della Russia, ma Washington e Londra sono piuttosto fredde, se non altro per l'opposizione di Berlino alla guerra d'Iraq) mentre il Giappone punta allo stesso riconoscimento ma in funzione filo-americana (e per questo deve fare i conti con l'opposizione della Cina, ma solo perché Pechino è attualmente l'unica potenza asiatica presente in modo permanente e con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza).

Queste divisioni fanno il gioco di chi non vorrebbe modificare lo status quo, temendo che ogni cambiamento si risolverebbe a suo danno. In questo campo c'è l'Italia, ma insieme a medie potenze che si riterrebbero declassate sul piano internazionale se i loro contigui venissero promossi: tipo Argentina, Messico, Canada, Egitto, Indonesia, Australia, Sudafrica, Turchia, Spagna, Pakistan, eccetera.

La questione è particolarmente acuta per il mondo arabo, che con un miliardo di musulmani non è rappresentato in Consiglio di sicurezza mentre i "cristiani" hanno quattro seggi (il quinto è cinese). L'Arabia Saudita avrebbe il prestigio, ma l'Egitto non è da meno, e poi ci sarebbe l'Iran, che non è arabo ma è musulmano ed è una potenza rilevante. Senza contare che è sciita e la maggioranza sunnita non gradirebbe una tale scelta.

La somma dei "no", variamente motivati, è forte. L'Italia, poi, ha una carta di riserva per impedire la "promozione" della sola Germania e il proprio declassamento: rilanciare l'idea di un unico seggio permanente per l'Unione Europea, ricoperto a turno: ma tra tutti i membri della UE o solo dai più "grandi" o dal futuro "ministro degli Esteri"? L'altra idea dell'Italia, di aumentare il numero dei membri del Consiglio di sicurezza con la creazione di una fascia di membri semi-permanenti a rotazione, non soddisfa i più ambiziosi.

Un largo consenso esiste per l'abolizione del diritto di veto, ma i cinque interessati che lo possiedono… mettono il veto. Ovviamente. In altre parole, più il problema si approfondisce, più diventa spinoso. E questo fa il gioco di chi non vuole cambiare sostanzialmente le cose (Usa, Russia, Cina in prima linea, ma anche Regno Unito e Francia).

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