Anno 2004

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Unione Europea, la firma del Trattato costituzionale

Alessandro Corneli, 26 ottobre 2004, Cortesia GRRG.it

Venerdì prossimo, 29 ottobre, si svolgerà a Roma la cerimonia solenne della firma del Trattato costituzionale. Ma sarà una cerimonia mesta nella sostanza, anche se non nella forma, poiché l'Unione Europea arriva a questo appuntamento carica di ferite.

C'è di più: mercoledì 27, il Parlamento europeo deve votare la fiducia alla nuova Commissione presieduta dal portoghese Durao Barroso. Il caso Buttiglione (e di altri tre commissari) ha messo a rischio l'approvazione. Barroso potrebbe non ottenere la fiducia, e in questo caso resterebbe in carica Romano Prodi, fino al varo di una nuova Commissione: la firma del Trattato, a Roma, avverrebbe all'ombra di una crisi istituzionale grave. Ma anche se Barroso ottenesse una fiducia di misura, le polemiche di queste ultime settimane gettano comunque un'ombra sul futuro della UE.

L'occasione è tuttavia importante per tracciare un bilancio, come sempre provvisorio trattandosi di una valutazione politica.

A Roma, il 25 marzo 1957, iniziò il cammino vero e proprio del processo di costruzione dell'Europa. Era l'Europa dei Sei (Italia, Francia, Germania Ovest, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo). Nonostante qualche fase critica, l'Europa procedette piuttosto bene, con soddisfazione di tutti, per i primi 15 anni, fino al 1972. Diciamo che procedette su un percorso pianeggiante, con qualche accelerazione in discesa, qualche rallentamento per salite di seconda o terza categoria.

Poi, dal 1973, iniziò il percorso duro: pochi tratti pianeggianti, molte montagne di prima categoria, alcune discese a forte velocità. La prima (1973) e la seconda (1979) crisi del petrolio misero in luce che il semplice abbattimento delle frontiere doganali e l'elaborazione di alcune politiche comuni non consentivano all'Europa di essere una vera unità economica e politica, capace di gestire con sicurezza il proprio sviluppo e il proprio destino.

Lo schema iniziale non fu stravolto: prima l'unificazione economica e poi quella politica. Il passaggio tra le due fasi non poteva che essere quello di elaborare una medesima "politica economica", partendo dal cuore stesso della politica economica, cioè la politica monetaria. Così iniziò, proprio nella seconda metà degli anni '70, per impulso del presidente francese Valéry Giscard d'Estaing e del cancelliere tedesco Helmut Schmidt, il percorso verso la moneta unica, passando attraverso la progressiva riduzione delle fluttuazioni dei cambi, fino a fissarli definitivamente a partire dal 1° gennaio 2000, ovvero due anni prima dell'immissione nelle tasche degli europei di una stessa moneta (ma non da tutti accolta).

La stretta sulla politica economica fu stabilita a Maastricht nel 1992, fissando i cosiddetti parametri: nessun governo avrebbe potuto avere un deficit di bilancio superiore del 3% del Pil. Fine delle svalutazioni competitive, fine dei bilanci allegri che potevano essere narcotizzati con l'inflazione, fine, in sostanza, delle politiche economiche "nazionali". E' evidente che una volta che i governi non fossero stati più liberi di gestire la propria politica monetaria, ben poco di sovranità sarebbe rimasta nelle loro mani, per cui il passaggio all'accettazione di una vera e propria unità politica sarebbe stato automatico, estendendo progressivamente il principio di decisioni prese a maggioranza a tutti i settori.

Tralasciamo i problemi generati sul processo di unificazione europea dai progressivi allargamenti perché il punto critico da esaminare è se il percorso di unificazione economica ha funzionato. E la risposta è negativa.

Infatti dobbiamo situarci nel periodo compreso tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 quando in Gran Bretagna - entrata in Europa nel 1973 - andò al potere Margaret Thatcher. Le sue idee e poi le sue realizzazioni alla guida del governo britannico posero l'Europa di fronte a un bivio: o dare alla sua economica (e quindi alla sua politica) una svolta liberista, accettando le regole dell'economia di mercato, oppure mantenere gran parte delle economie nazionali sottoposte alle decisioni della politica (governi di destra o di sinistra, partiti) sia in modo diretto (imprese pubbliche) sia in modo indiretto (legislazione, interventi di vario genere, pressioni sindacali).

E' evidente che quando si parla di unificazione europea si pensa a leggi o norme uguali per tutti gli Stati membri, comunque approvate all'unanimità o a maggioranza. Ma la vera unificazione non può essere che nei principi: creare una comunità dove prevale in modo chiaro il sistema di economia di mercato oppure creare un sistema dove prevale il sistema misto, quello cioè di una massiccia presenza della politica (è più corretto che dire: dello Stato) nell'economia.

Ebbene, in varia misura, la parte continentale dell'Europa, che è poi la sua parte prevalente, ha scelto il secondo modello, anche quando ha dato l'impressione di volere aderire al primo, come è accaduto, ad esempio, con l'ondata delle privatizzazioni. E' vero che queste, apparentemente, hanno rafforzato l'economia "privata", ma le forze politiche al governo - tanto di destra quanto di sinistra - non hanno ridotto la loro capacità di intervento, soprattutto per fini "sociali", che sono l'altro aspetto dei fini "politici" (dei partiti).

In questo modo sono saltati nei Paesi più importanti - Germania, Francia e Italia - i conti pubblici e la stretta sulla possibilità di ricorrere alla manovra monetaria ha aggravato la situazione negli ultimi anni, generando una diffusa stagnazione dell'Europa con conseguenti frizioni tra gli Stati membri che si sono però prevalentemente mostrate su altri terreni, come le dispute sulla politica estera e di difesa comune o, più recentemente, sul testo del Trattato costituzionale.

Nell'Europa continentale, le forze politiche di sinistra non hanno nulla in contrario a una politica economica gestita dall'Europa, intesa come struttura sopranazionale che pianifica le diverse economie "regionali": è nella loro ideologia. La programmazione economica europea viene da esse vista concretizzarsi nelle decisioni prese a maggioranza in sede europea. Le forze politiche di destra non hanno, salvo alcune nicchie, una cultura economica liberista e quando sono al potere non rinunziano ad intervenire sull'economia, sia perché ereditano una situazione bloccata, sia perché non intendono scontentare gli elettori che beneficiano di un'economia "mista".

Ovviamente il resto del mondo è indifferente a questa ideologia interventista europea e gioca la carta del libero mercato globale, facendo leva sulla propria competitività, come gli Stati Uniti, oppure sul minore costo del lavoro e maggiore intraprendenza commerciale, come la Cina e molti Paesi asiatici. Con la conseguenza che proprio l'Europa presenta da anni i tassi di crescita più modesti, mantiene i costi sociali più elevati e quindi perde complessivamente competitività. E questo a sua volta fa aumentare le tensioni tra gli Stati membri dell'UE.

In poche parole, l'Europa dei Sei del 1957 - a parte gli Stati Uniti - concentrava le migliori capacità imprenditoriali, scientifiche, commerciali in un mondo, salvo limitate aree, largamente sottosviluppato. A quasi mezzo secolo di distanza, la situazione è cambiata per l'entrata in scena di decine di concorrenti sempre più agguerriti.

La scelta della Thatcher ha permesso alla Gran Bretagna di non perdere contatto con gli Usa, ed anzi di invertire una tendenza che la stava portando a perdere posizioni. Ma quella scelta non è stata seguita, complessivamente parlando, dall'Europa continentale dove si è sempre più consolidato l'asse franco-tedesco, ma in una prospettiva del tutto particolare.

Parigi e Berlino sanno bene che il loro modello di economia "mista" (mista nel senso di un vasto controllo della politica sull'economia e sulla società, indipendentemente dalla percentuale di imprese pubbliche) è perdente, almeno in questa fase storica, ma le rispettive classi politiche (i governi: di destra o di sinistra) non intendono cambiare, non intendono diventare "anglosassoni", nonostante alcuni pulsioni in questa direzione. Così cercano di assumere l'egemonia di una UE sempre più vasta: sia il Trattato di Maastricht sia il Trattato costituzionale sono essenzialmente opera loro, e più in generale tutto il processo europeistico è di origine e di marca francese.

Ovvio che il terzo grande europeo - l'Italia - abbia seguito per decenni il loro modello, anzi lo abbia emulato in negativo (contro un rapporto debito pubblico/Pil attualmente intorno al 60% di Francia e Germania l'Italia è scesa al 106%). Naturalmente parliamo dell'Italia fino all'inizio anni '90, quando rischiava di essere esclusa dalla moneta unica proprio a causa della cattiva gestione complessiva dell'economia da parte della sua classe politica (democristiana e socialcomunista) molto lontana da una visione liberista, anzi ad essa ideologicamente contraria.

All'inizio degli anni '90 la realtà ha imposto una riflessione, che ben presto è diventata traumatica anche per il concorso di altri fattori, primo tra i quali Tangentopoli, effetto, comunque, e non causa della crisi. Una riflessione che ebbe un primo sussulto nel 1994 con la sconfitta delle forze politiche che incarnavano il vecchio (e comodo) modello, seguito poi da un ritorno alle pratiche consuete, illusoriamente camuffate dalle privatizzazioni e da una insufficiente riforma pensionistica.

Il nuovo governo di centrodestra salito al potere alla metà del 2001 ha trovato una situazione così compromessa che non gli è stato possibile compiere quella sterzata liberista che pure aveva in programma. Per cui si è trovato con le mani legate dai parametri di Maastricht, dall'ostilità franco-tedesco, dall'aggravarsi della stagnazione economica in Europa e soprattutto dalla diminuzione, al suo stesso interno, della fede in un progetto liberista.

Pertanto, il Trattato costituzionale che i 25 membri della UE si accingono a sottoscrivere è una specie di tendone che l'asse franco-tedesco ha innalzato per coprire l'insuccesso del progetto europeo, ma sotto il quale la crisi cova più grande che mai. Nonostante i tentativi dei governi tedesco e francese di modificare la loro economia "mista" (nel senso sopra indicato), è l'UE in quanto tale (Gran Bretagna esclusa) che continua a privilegiarla: lo scontro su Buttiglione, non a caso scatenato dal gruppo socialista, la dice lunga sulla posta in gioco. Che a contrapporglisi sia principalmente il Partito popolare europeo non è una garanzia sufficiente perché la componente cristiano-democratica di esso condivide l'idea di economia "mista".

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