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| Anno 2004 | |
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Il 12 novembre, Tony Blair è stato il primo leader occidentale a recarsi da George Bush dopo la sua rielezione alla Casa Bianca. Il premier britannico ha focalizzato il suo incontro sull'obiettivo Medio Oriente, che dopo la morte di Arafat potrebbe aprire spazi al negoziato. Bush si è impegnato e ha ribadito che l'obiettivo deve essere la creazione di uno Stato palestinese entro quattro anni.
Nel corso della sua visita negli Usa, Blair è stato intervistato dall'emittente Nbc e questo gli ha dato l'occasione per fare il punto sui rapporti tra America ed Europa. Ha posto la domanda chiave, che molti in Europa evitano: "Che cosa sarebbe l'Europa se gli Stati Uniti si facessero da parte?". Mentre in Europa alcuni ricordano che cosa hanno fatto gli Usa per la ripresa del continente dopo la seconda guerra mondiale e altri si limitano a generiche affermazioni di alleanza e complementarietà, Blair ha invitato a scendere nello specifico delle singole crisi: " Sono convinto - ha detto - che la Gran Bretagna tragga molti vantaggi dall'alleanza con gli Stati Uniti. Io credo che la stampa e l'opinione pubblica dovrebbero riflettere per un momento prima di criticare il valore e il significato di quello che stiamo facendo. Cosa saremmo noi europei se gli americani si facessero da parte? Il frutto della nostra relazione con l'America, è la relazione stessa". Blair ha quindi aggiunto: "Non credo che noi stiamo scatenando nuovo odio verso l'Occidente. Credo che stiamo cambiando il volto al Medio Oriente e in questo modo renderemo il mondo più sicuro in futuro. Abbiamo deciso di dare impulso alla pace in Medio Oriente. Noi sostituiamo regimi con democrazie non con nuovi dittatori", spiegando anche che la guerra iniziata dopo l'11 settembre 2001 non è una guerra degli Stati Uniti: "L'11 settembre l'America è stata attaccata per quello che rappresenta, e poiché noi condividiamo gli stessi ideali di democrazia, è come se i terroristi avessero attaccato noi. I risultati saranno visibili negli Stati Uniti ma anche nel mio paese". Intanto l'Autorità nazionale palestinese ha deciso che le elezioni per designare il nuovo presidente dell'Anp si svolgeranno il 9 gennaio 2005; ma il clima è incandescente: domenica 14 novembre, Abu Mazen, secondo alcuni il candidato favorito a quel posto, ha subito un attentato, dal quale è però uscito indenne. Ciò significa che il dopo Arafat non è una strada a senso unico e che i protagonisti della regione mediorientale non sono ancora pronti alla pace. La questione palestinese è legata a quella irachena. Le forze armate americane hanno concluso domenica 14 novembre la conquista di Fallujah: un migliaio di guerriglieri, in gran parte stranieri, sarebbero rimasti uccisi nei combattimenti, che secondo esperti americani sarebbero stati meno intensi del previsto. Tuttavia al Zarkawi non è stato catturato e un nuovo fronte di resistenza è stato aperto più a nord, a Mosul. L'eliminazione di tutti i focolai di resistenza è essenziale per il governo di Allawi e per far sì che le elezioni si svolgano alla fine di gennaio in tutto l'Iraq. Uno degli obiettivi della guerriglia e dei terroristi era infatti quello di rendere così incusse alcune zone da impedire che vi si svolgessero le elezioni, per potere poi affermare che esse non erano legittime in quanto svoltesi solo su una parte del territorio iracheno. La determinazione di Bush sembra ferma e l'appoggio britannico lo è altrettanto. Essa è rafforzata dal video - di cui si attende la valutazione sull'affidabilità - secondo il quale bin Laden avrebbe avuto l'autorizzazione, da un leader religioso, di usare l'arma atomica contro gli americani. Può darsi che il comunicato voglia annunciare un nuovo attacco agli Usa. Ma esso si collega anche alle pressioni sull'Iran perché abbandoni i processi di arricchimento di uranio. La partita in Medio Oriente è tutt'altro che chiusa, ma certo adesso non ci sono più mosse tattiche da parte dei protagonisti. Come diceva Churchill: "Non ci sono surrogati alla vittoria". |