Anno 2004

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Le istituzioni, l'informazione e le missioni militari di pace italiane all'estero

Ferruccio De Bortoli

Discorso pronunciato alla inaugurazione dell'anno scolastico della Scuola militare Teuliè di Milano il 23 ottobre 2004

Ringrazio la Scuola Militare "Pietro Teulié" e il suo comandante Antonio Tebaldi per l'invito. Ne sono particolarmente onorato. Io sono nato a poche decine di metri da qui. E questa scuola ha rappresentato negli anni della mia giovinezza, anni costellati di molti errori e anche da molti pregiudizi, per esempio nei confronti delle forze armate, un luogo insostituibile di una immaginaria topografia delle istituzioni.

Ognuno di noi ha la propria idea dei luoghi dello stato, luoghi che formano nei ricordi personali il perimetro dell'identità nazionale, il profilo del senso di appartenenza. La scuola, la chiesa, il comune. La presenza civile, religiosa e militare. Una comunità è tanto più coesa quanto più le immagini e i ricordi personali, pur con trame diverse, riproducono lo stesso sentimento di vicinanza con le istituzioni. Sono coordinate dentro le quali le vite si svolgono nella libertà di scelta e nella consapevolezza dei diritti soggettivi, ma anche nella condivisione dei valori comuni. Nell'orgoglio dei valori comuni.

Forse se c'è qualcosa che manca nel dibattito civile è un po' di orgoglio italiano, che non è soltanto amor patrio, spirito nazionale, ma anche una memoria condivisa di quello che si è e di quello che si è stati, una memoria che si traduce in un maggiore rispetto dell'altro. Se avessimo un briciolo di più di questa consapevolezza il livello del nostro dibattito politico e civile, la qualità della nostra convivenza, ne guadagnerebbero.

La memoria purtroppo non è stata condivisa a lungo nella storia del Dopoguerra del nostro Paese. Per anni il concetto di patria è rimasto negletto, e confinato ai libri scolastici. Chi ne parlava era sospettato di farlo con un intento politico ben preciso magari da chi ideologicamente di patria ne aveva un'altra, con un'altra bandiera. Ecco la bandiera. La vostra Scuola si onora di essere l'"erede" del primo Tricolore italiano. La bandiera non è stata per molti anni il simbolo totalmente riconosciuto dell'unità del nostro Paese. Questo dobbiamo dircelo. Oggi lo è. E se lo è lo si deve alla fine del secolo delle ideologie, che fu breve come scrisse Hobsbawn, cioè andò dalla prima guerra mondiale alla caduta del muro, ma interminabile come lutti e sofferenze.

Ma lo si deve anche al prestigio delle istituzioni repubblicane, spesso discusse. A volte anche a ragione. Istituzioni, e in particolare le Forze Armate, che hanno mostrato di restare salde nel loro senso del dovere e nella loro fede democratica, anche nei momenti più difficili, come negli anni di piombo, negli anni dell'attacco terrorista al cuore dello Stato che fu respinto grazie al cemento della cittadinanza, al fatto in definitiva che ci sentiamo tutti parte della stessa comunità. Anche le Forze Armate hanno sofferto anni in cui il loro ruolo veniva negato o considerato superfluo o addirittura ritenuto pericoloso. Non dagli eversori, ma da alcuni eletti del popolo.

Oggi sono, indipendentemente dalle nostre opinioni, considerate un architrave fondamentale di uno stato democratico. Non sono né di destra, né di sinistra, sono di tutti. Ma quello che è accaduto in questi anni, che ne ha cambiato persino la loro natura aumentandone l'importanza e il peso specifico, sono state le numerose missioni italiane all'estero. Sono state essenziali nel garantire il rispetto di fragili armistizi o di deboli trattati di pace, nell'affrontare, pur nella limitatezza delle regole di ingaggio, la minaccia terroristica. Hanno pagato un tributo in vite umane, come a Nassirya.

Ma le missioni all'estero hanno rappresentato molto di più. I nostri militari si sono distinti nell'assistenza e nella cura di popolazioni flagellate da dittature e povertà, hanno comunicato rispetto e umanità. Non hanno occupato nulla, si sono occupati di tanti problemi. Hanno portato un po' di speranza e molto sollievo. Ecco perché sono convinto che i militari italiani siano i migliori testimoni della civiltà occidentale che non è fatta solo di interessi o di armi ma anche di solidarietà, comprensione, disponibilità al dialogo rispetto delle diverse fedi e dei differenti costumi.

Qualche volta penso che noi italiani, in divisa e non, perché dobbiamo ricordare l'opera e il sacrificio di tanti civili, volontari, giornalisti, siamo bersaglio del terrorismo internazionale soprattutto per questo. Perché se c'è qualcosa che occupiamo sono i cuori delle persone, tante, a cui facciamo del bene. Certo, commettiamo anche degli errori. Ma forse noi siamo temibili perché rappresentiamo una civiltà della tolleranza, dei diritti.

Il nostro non è un messaggio di arroganza, né un'affermazione acritica neocoloniale o peggio, neoimperiale. La storia dimostra, tragicamente, che non ne abbiamo la forza e forse non ne siamo geneticamente nemmeno capaci. Come avviene per il terrorismo interno che colpiva e speriamo non colpisca più, i moderati e i riformisti, forse è vero che il terrorismo internazionale, anche quello islamico più cieco, colpisce prima i Paesi con una cultura più aperta, una cultura se volete più sorridente. Come la nostra.

Possiamo essere a favore o contro la guerra. Io fui contro, ma sono contro anche al ritiro immediato del nostro contingente, perché significherebbe abbandonare le persone cui si dà assistenza e tradire quei cuori occupati. Ma dobbiamo dire che l'opera delle nostre missioni di pace all'estero è una pagina di impegno umanitario tra le più belle scritte dalle nostre Forze Armate e dalle nostre istituzioni. Non è retorica. E credo che l'informazione, e qui arrivo a parlare anche di cose che conosco di più, lo abbia raccontato bene. Senza particolari pregiudizi.

Una situazione analoga proiettata negli anni Settanta avrebbe dato luogo a lacerazioni e polemiche. Quegli anni sono passati per fortuna. Ma la minaccia del terrorismo globale è decisamente superiore a quella dell'eversione interna. Sono convinto che non si vinca solo con le armi, ma anche dimostrando all'opinione pubblica araba, ammesso che ne esista una, che la civiltà occidentale non è quella che loro scrivono su giornali e siti o fanno vedere sulle loro reti satellitari. E qui è importante l'opera dei giornalisti, testimoni oculari degli orrori di questo secolo.

Speravamo che gli orrori terminassero con il secolo passato, quello delle ideologie, ma ci siamo sbagliati purtroppo. I cronisti di guerra descrivono ciò che vedono con i loro occhi, danno voce a tutti, alle vittime, anche ai terroristi, perché no. E' indispensabile che la gente di quei posti non li veda come nemici, ma come osservatori, con le loro idee certo, con il loro passaporto, ma con l'etica professionale di chi non nasconde nulla e non si ferma alla verità ufficiale. Se fanno bene il loro mestiere sono utili due volte. Alle nostre democrazie, che si reggono su un'opinione pubblica informata e consapevole.

Qualche volta scrivono cose che possono dispiacervi, che magari possono essere considerate contro l'interesse della nazione. Ma una democrazia, anche nella lotta a un terrorismo cieco e brutale non deve rinunciare a nessuna delle sue conquiste di libertà. Quando cede un pezzetto dei propri diritti, anche sull'altare di una maggiore sicurezza, viene meno a se stessa e dà ragione, purtroppo, a chi odia e coltiva solo una religione di morte.

Utili due volte, vi dicevo. Anche a quelle fragili democrazie che tentano di uscire da dittature, costumi tribali e fanatismo religioso. Per dimostrare agli altri che la divisione dei poteri in una democrazia è una conquista reale. Che il giornalista fa il proprio mestiere pubblicando anche quello che le autorità civili e militari del suo Paese non vorrebbero. E' la semina di democrazia migliore, credetemi.

Militari e giornalisti hanno condiviso molte missioni all'estero, pericoli, lutti e anche soddisfazioni. E' giusto che il sistema dei media dia a queste missioni lo spazio che meritano, che abbia un'attenzione maggiore per le Forze Armate, anche nella normalità della pace, speriamo vicina. Ma non è giusto che i ruoli si confondano. Il giornalista ha un passaporto, una identità, ma credetemi non è giusto che vesta una divisa o si comporti come se l'avesse.

La divisione dei poteri è essenziale in una democrazia. Così la divisione dei compiti. Con diverse responsabilità, qualche volta in conflitto. Ecco questo, se volete, è l'unico conflitto, ovviamente di fatti e di opinioni, che mi sentirei di giudicare salutare per rinsaldare quei principi che sono nei luoghi delle istituzioni di cui parlavo all'inizio, nel senso di appartenenza a una comunità civile. Nella nostra identità, di cui questa Scuola è parte non piccola. Per la sua Storia e il suo prestigio.

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