Anno 2004

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Turchia-Ue, integrazione ed esclusione

Gilberto Favale, 20 ottobre 2004

Pur ammettendo la necessità e la legittimità di relazioni privilegiate con la Turchia, l'Ue ha sempre espresso forti reticenze riguardo a tale adesione, senza mai arrivare peraltro a un rigetto chiaro e netto. La storia dell'adesione è segnata da fasi rallentamento o da veri e propri arresti sia per ragioni economiche che politiche.

Un forte segnale della possibilità di integrare la Turchia in Europa è dato dall'adesione alla Nato nel 1952. Da questa data non si può più ignorare l'alleato militare, preposto alla salvaguardia del confine sud-orientale del mondo occidentale. Un'altra data importante nel cammino della integrazione della Turchia è il 1963, anno in cui si conclude un accordo di associazione alla Cee (Trattato di Ankara) che si pone due grandi obiettivi: l'unione doganale e la preparazione di una eventuale adesione. Oppositore di questo processo in quegli anni è la Grecia, che riesce a rinviare l'attuazione dell'accordo del 1963: l'unione doganale entra in vigore il primo gennaio del 1996.

Le più rilevanti obiezioni ufficiali all'adesione riguardano le questioni dei diritti umani in senso lato, la questione cipriota e le relazioni con la Grecia per la definizione delle acque territoriali delle isole greche. Nel 1974 l'occupazione militare di Cipro crea un incidente diplomatico di difficile soluzione, non tanto per il soccorso prestato alla popolazione turco-cipriota, una volta accertata l'impotenza della missione militare delle Nazioni Unite, quanto per la separazione con la forza delle due entità etniche con muro e sorveglianza armata e per il riconoscimento (da parte della sola Turchia) della Repubblica di Cipro del Nord.

Nel 1997 l'Unione europea, al Consiglio europeo di Lussemburgo, non include la Turchia fra i candidati ammessi a negoziare il loro ingresso nell'Unione, i candidati ammessi sono Cipro (quella riconosciuta dalla comunità internazionale, quindi tutta l'isola), Estonia, Polonia,Slovenia, Repubblica Ceca e Ungheria. I rapporti diplomatici con l'Europa peggiorano e si rimette in discussione l'unione doganale, ma senza risolverla e viene inasprita la posizione su Cipro. Nel 1998 la Francia riconosce il genocidio armeno e la Turchia minaccia rappresaglie commerciali. Nel dicembre del 1999 il Consiglio Europeo ad Helsinki inserisce la Turchia tra i paesi europei suscettibili di adesione.

In particolare è decisa una strategia di preadesione che implica un dialogo politico più intenso, la partecipazione ai programmi comunitari, l'associazione ad organismi dell'Unione, la partecipazione a tutte le riunioni indette per i paesi candidati nel quadro del processo di adesione. Non è una chiara accettazione della domanda di adesione, perché ancora oggi la Turchia non è un paese candidato al 2007 (sesto e ultimo allargamento previsto per il momento), però è un invito ad adempiere agli inviti dell'Unione per poter valutare l'adesione in futuro. Sicuramente è una decisione politica ambigua, ma con l'obiettivo di continuare a commerciare con la Turchia in regime di unione doganale e nel contempo di non scontentare la classe politica turca europeista.

Il sito Internet della Unione europea inserisce la Turchia nei Paesi candidati, inesattezza forse voluta anche per recuperare il dialogo con paese associato dal 1963. A tale proposito Maria Antonietta Confalonieri parla di "trappola di un negoziato senza fine", volendo esprimere la sua perplessità sulla capacità e sulla opportunità di dare una risposta ben precisa all'allargamento al ventottesimo Stato dell'Unione, pena un deterioramento grave delle relazioni che comprometterebbe gli obiettivi del consolidamento democratico della Turchia e della stabilizzazione geopolitica.

Dal canto suo la Turchia si pone come un partner negoziale dotato di un alto potere contrattuale che deriva da una collocazione geografica che è pur sempre decisiva (di questo i Turchi ne sono consapevoli e sanno far valere questa carta molto bene) e ha una identità nazionale ben consolidata che difficilmente sarà sacrificata in nome dell'Europa. Spesso le élite turche hanno protestato sull'ingerenza dell'Unione europea sulle questioni interne, prima tra tutte la questione curda, la pena di morte e le regole carcerarie.

Nel 2000 con il Trattato di Nizza, vengono attribuiti i seggi nel Parlamento europeo a tutti i paesi candidati al quinto (2004) e al sesto (2007) allargamento. Alla Turchia, pur essendo menzionata, non è corrisposto alcun seggio, segno evidente che per la legislatura 2004-2009 non è prevista la sua integrazione. In effetti non è così, perché si potrebbero riponderare nuovamente in un'altra sede tutti i seggi, ma resta comunque un forte segno di rifiuto.

Nel 2002, il Parlamento europeo, con la risoluzione sui progressi compiuti nel 2001 di ciascuno dei Paesi candidati all'adesione, si manifesta "pienamente consapevole delle principali priorità indicate dalla Commissione e dal partenariato per l'adesione, come i diritti umani, la libertà di culto, la questione cipriota, la tutela delle minoranze etniche e religiose e la risoluzione delle controversie frontaliere in sospeso; apprezza nel contempo i passi compiuti dalla Turchia per affrontare questi problemi sulla via verso i negoziati e sollecita ulteriori sforzi ai fini di un'effettiva attuazione pratica delle riforme recentemente approvate" auspicando uno sviluppo della Turchia verso una democrazia conforme agli standard dell'Unione.

Viene, inoltre, auspicata una maggiore collaborazione nel campo della politica energetica, della protezione dell'ambiente a livello regionale e della lotta contro la criminalità transfrontaliera, onde creare un migliore rapporto di fiducia fra i cittadini dell'Unione europea e della Turchia.

Nel mese di giugno del 2002, il Parlamento europeo, nel punto di situazione sullo stato dell'allargamento, si compiace del fatto che i rappresentanti delle due comunità cipriote, Clerides e Denktash, abbiano avviato degli intensi negoziati, ribadendo "che l'adesione è aperta solo a un unico Stato sovrano cipriota; rileva che questo Stato dovrebbe essere bizonale e bicomunitario, come previsto dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'ONU, ma deve avere la piena capacità di agire a livello internazionale nonché la capacità di adottare decisioni" in comune in materia di politica estera, politica europea, politica economica e monetaria, cittadinanza, nonché politica di sicurezza e di difesa.

Denktash non gode di una autonomia politica rispetto ad Ankara, e lo stesso Governo turco non è svicolato dalla situazione dei turco-ciprioti, in ragione del sentimento popolare diffuso di solidarietà verso la minoranza dell'isola.

Nel dicembre del 2002, in occasione del vertice di Copenaghen, il Parlamento europeo si congratula per i passi compiuti in campo legislativo per colmare le lacune che ancora sussistono in materia di criteri politici, ma diplomaticamente ribadisce l'accettazione della domanda di adesione, rimandando all'autunno 2004, sulla base della relazione intermedia della Commissione, la decisione se vi siano le basi per un negoziato, in particolar modo per la questione dei diritti umani e sul ruolo dei militari nel Paese.

Il Consiglio d'Europa il 19 maggio 2003 pubblica la decisione sui principi, sulle priorità, obiettivi intermedi e condizioni del partnerariato per l'adesione della Turchia, in cui sono ribaditi gli obiettivi da raggiungere circa il grado di democrazia (ruolo dei militari), il rispetto dei diritti umani e il rispetto delle minoranze, insieme con una economia di mercato concorrenziale all'interno dell'Unione e che sia in grado di sottoscrivere (e assicurare) gli impegni dell'Unione politica, economica e monetaria.

Le priorità assegnate per il biennio 2003/2004 sono le seguenti:

- giungere a una soluzione globale del problema cipriota con la supervisione del segretario generale delle Nazioni Unite;

- mettere in opera tutti i mezzi disponibili per risolvere le eventuali liti di frontiera esistenti;

- ratificare il patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, il suo protocollo facoltativo e il patto internazionale relativo ai diritti economici, sociali e culturali;

- mettere in opera la lotta contro la tortura e i maltrattamenti da parte dei servizi antisommossa, inoltre adottare le misure necessarie a svolgere delle inchieste rapide in caso vengano denunciati dei maltrattamenti, e che i tribunali applichino pene severe a chi sarà condannato per questi abusi;

- garantire la pratica dei diritti dei detenuti ad avere un colloquio privato con un avvocato e garantire che la famiglia sia avvertita dell'arresto provvisorio, conformemente alla convenzione europea dei diritti dell'uomo;

- garantire, sul piano legislativo e in pratica, la piena validità giuridica delle libertà fondamentali e dei diritti dell'uomo, senza distinzione di lingua, razza, colore, sesso, opinioni politiche, religione, conformemente agli strumenti internazionali ed europei di cui la Turchia fa parte;

- predisporre ed attuare delle riforme concernenti la libertà di espressione, in particolare la libertà di stampa; risolvere la situazione delle persone perseguite e condannate per aver formulato delle opinioni non violente;

- predisporre e attuare delle riforme concernenti il diritto alla libertà di associazione pacifica, comprese le riunioni sindacali;

- adattare e applicare le disposizioni concernenti l'esercizio della libertà di pensiero, di religione per tutte le persone e le comunità religiose; stabilire le regole che tutelino i beni delle comunità, dei loro affiliati, l'insegnamento religioso, la nomina e la formazione del clero;

- garantire le diversità culturali di tutti i cittadini quale sia la loro origine, garantire emissioni radio televisive, l'insegnamento delle lingue diverse dal turco;

- adattare il funzionamento del Consiglio di sicurezza nazionale al fine di separare il controllo civile da quello militare;

- rinforzare l'indipendenza e l'efficienza dell'apparato giudiziario e promuovere una interpretazione coerente delle disposizioni legislative relative ai diritti dell'uomo e alle libertà fondamentali;

- provvedere affinché venga presa in considerazione la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo nello svolgimento delle istanze giudiziarie; allineare il funzionamento dei tribunali di sicurezza dello Stato alle norme europee; predisporre la costituzione dei tribunali di appello di primo grado;

- perseguire il miglioramento delle condizioni dei detenuti nelle prigioni al fine di renderle conformi alle norme in vigore nell'Unione;

- perseguire la formazione del personale di polizia alle questioni sui diritti umani e alle tecniche moderne di inchiesta, in particolare in ciò che concerne la lotta alla tortura e i maltrattamenti, con lo scopo di prevenire le violazioni dei diritti dell'uomo e della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell'uomo;

- perseguire lo sforzo di elaborare una strategia globale di riduzione delle disparità regionali esistenti, in particolare migliorare le condizioni del sud-est, al fine di accrescere le possibilità economiche, sociali e culturali per i cittadini. In questo contesto, conviene sostenere ed accelerare il ritorno dei deportati verso i loro luoghi d'origine.

L'elencazione, completa ed esaustiva, delle ultime richieste dell'Unione europea alla Turchia, rende chiaramente qual è lo stato del processo di integrazione. Alcuni punti sono un chiaro ultimatum sulla questione dei diritti umani, sulla situazione della giustizia e delle carceri, sulla questione curda e sul ruolo dei militari nella vita del paese. Dall'ottica turca sono condizioni che vanno contro i principi che hanno guidato la Repubblica per ottant'anni, e che difficilmente saranno recepite senza contraccolpi. La Turchia potrebbe dire no a una Europa che non la vuole così com'è e che in un certo senso si prende gioco di lei.

Il 6 ottobre, però, la Commissione europea pubblica il suo rapporto sul "sufficiente" rispetto dei criteri di Copenhagen, infatti l'inevitabile "si" è stato accompagnato dalle "raccomandazioni" del commissario all'Allargamento Gunter Verheugen, che continuano a tenere la Turchia in bilico: non si può dire ancora no, ma non si vuole dire di sì.

La Turchia ha fatto negli ultimi mesi passi da gigante per rientrare nei parametri fissati dal Consiglio d'Europa (5/2003), ma resta la questione dell'adulterio (reato penale), la tortura, restrizioni alla libertà religiosa e di stampa, ai diritti delle donne e delle minoranze. Il 17 dicembre i presidenti del Consiglio dei 25, decideranno se iniziare e come iniziare i negoziati per l'adesione della Turchia. Questi potrebbero concludersi tra dieci quindici anni, ma poco importa: se si avvieranno no si potrà più sospenderli come vorrebbero alcuni in caso di nuove violazioni.

Il Ministro degli esteri Gul ha detto chiaramente che o l'Europa dice si senza condizioni o sarà la Turchia a non accettare e a reagire "in modo aspro". Si dice stufo e offeso dalla diffidenza europea: "la Turchia non è un paese di serie B" e non accetta "raccomandazioni" da nessuno (riferendosi a Verheugen).

Per approfondimenti cfr
Favale G., Mamma li Turchi. Rischi e vantaggi dell'integrazione europea della Turchia
Prospettiva editrice, Civitavecchia, 2004

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