Anno 2004

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Kosovo, nuove misure di sicurezza

Stefano Frantz, 1 settembre 2004

La rivolta in Kosovo dello scorso marzo continua ad avere ripercussioni sulle operazioni di peacekeeping della KFOR: è di pochi giorni fa l'annuncio che sono iniziate le prime fasi di potenziamento delle misure di sicurezza nell'instabile provincia, che si trova sotto l'egida dalle Nazioni Unite fin dal periodo dei bombardamenti NATO che conclusero il conflitto di sette mesi tra le forze serbe e i separatisti albanesi nel 1999.

Allo scopo di prevenire il ripetersi delle violenze dello scorso marzo, che causarono la morte di 19 cittadini serbi e il ferimento di circa 900, la distruzione di almeno una trentina di chiese e monasteri serbo-ortodossi e 800 abitazioni rase al suolo a mezzo fuoco, le Nazioni Unite e la NATO stanno attuando una serie di misure con il fine dichiarato di aumentare la sicurezza di alcune "zone sensibili", quelle - per esempio - abitate dalla minoranza serba e quelle in cui si trovano le chiese serbo-ortodosse.

Da tempo, infatti, alcuni contingenti nazionali compresi nelle forze di peacekeeping, tra cui i finlandesi e i tedeschi, hanno richiesto di essere equipaggiati con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, ma la soluzione è sempre stata difficoltosa perché i 37 contingenti nazionali che compongono KFOR sono equipaggiati in modo non omogeneo, e le decisioni in merito vengono prese a livello di singolo governo.

Il portavoce della KFOR Horst Piper nei giorni scorsi ha dichiarato: "Esistono già due aree intorno a chiese ortodosse considerate zone protette, dove le truppe della KFOR saranno autorizzate all'uso proporzionato della forza in relazione a eventuali rivolte. A partire dalla scorsa settimana i due siti sono soggetti a differenti livelli d'allarme, dal blu al rosso a seconda del livello di pericolo, e la misura sarà estesa in tempi brevi nelle altre aree sensibili".

Le nuove, annunciate misure di sicurezza saranno testate in ottobre, periodo in cui sono previste elezioni in Kosovo. La KFOR e le Nazioni Unite hanno assicurato che si tratterà di un voto "in condizioni di pace e sicurezza".

Secondo fonti ufficiali, un nuovo centro-operazioni è in fase di costituzione, con il compito di coordinare le operazioni tra KFOR e la polizia delle Nazioni Unite; inoltre stanno per essere ampliate le unità anti-rivolta all'interno della polizia multi-etnica kossovara e un gruppo di monitoraggio serbo-albanese è in fase di attivazione allo scopo di assicurare la segnalazione di tutti gli episodi di violenza correlati a problematiche etniche.

Ma le istituzioni, governative e non, sono di parere discorde: il gruppo di Vigilanza sui Diritti Umani con sede a New York ha dichiarato in un sarcastico rapporto datato fine luglio che "la comunità internazionale continua a rinnegare il proprio fallimento in Kosovo".

Il rapporto accusa il contingente francese della KFOR di non avere impedito agli albanesi di imperversare contro i concittadini serbi nel villaggio di Svinare e i soldati tedeschi di non avere protetto le antiche chiese serbo-ortodosse a Prizren. Già nel corso della guerra - si legge nel comunicato - in Bosnia (1992-1995) le Nazioni Unite crearono delle zone rifugio, che però non riuscirono a prevenire l'uccisione di circa 7.000 civili mussulmani da parte delle forze serbe nell'area di Srebrenica nel 1995.

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