Anno 2004

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Bosnia e Kosovo, gli stati d'animo delle truppe

Stefano Frantz, 9 settembre 2004

Le truppe di diversa nazionalità impegnate nei teatri del Kosovo e della Bosnia stanno vivendo differenti stati d'animo alla vigilia del programmato trasferimento del comando dalla NATO all'Unione Europea.

I vertici delle forze NATO in Bosnia hanno annunciato di recente un taglio significativo del numero di soldati canadesi inseriti nella Forza di Stabilizzazione NATO (SFOR) e impiegati in operazioni di peacekeeping: il loro numero scenderà da seicentocinquanta a ottantacinque nel prossimo mese di ottobre, secondo quanto riportato in un comunicato SFOR, e le rimanenti basi (le ultime due ancora operative) nel nord-ovest della Bosnia saranno in breve tempo chiuse.

La stessa SFOR, dislocata in Bosnia a seguito della guerra che dal 1992 al 1995 ha causato oltre duecentomila vittime, è stata ridimensionata: i suoi uomini sono scesi da sessantamila nel 1995 agli attuali settemila.

Una situazione diametralmente opposta a quella canadese è quella delle forze armate di Praga. Secondo quanto riportato dagli organi di informazione ceki, soldati di quell'esercito (da poco entrato a fare parte della NATO), che già fanno parte delle forze di peacekeeping, opereranno in tutta l'area meridionale del Kosovo a partire dal mese di novembre di quest'anno. Ciò accadrà anche in seguito alla diminuzione di militari della KFOR, secondo quanto dichiarato dal comandante in capo Pavel Stefka.

"Per sopperire alla diminuzione di soldati, vengono formati dei gruppi più piccoli di pronto impiego operativo. Si tratta di unità molto flessibili e di rapida reazione, che possono essere impiegate ovunque - ha detto il comandante in capo ceko e ribadisce che "le unità principali della KFOR non subiranno variazioni e continueranno a prevenire attacchi contro la minoranza serba, vigilando sui confini e combattendo il crimine organizzato nella regione".

L'alto ufficiale di Praga è consapevole del fatto che "ci saranno certamente dimostrazioni, i nostri soldati sono preparati per qualsiasi cosa possa accadere". A conferma di quanto sopra, fonti governative annunciano che le forze armate ceke hanno allestito una unità di controllo mobile per fronteggiare con rapidità le situazioni di emergenza, con particolare attenzione alle imminenti elezioni parlamentari previste per il mese di ottobre. Attualmente la Repubblica Ceca disloca circa 400 uomini che hanno l'incarico di vigilare su parte del confine amministrativo tra Kossovo e Serbia.

Anche la Francia sta vivendo un momento di particolare prestigio nel teatro dei balcani: il generale Yves de Kermabon si appresta infatti a ricevere l'incarico di comandare la forza NATO composta al momento di circa diciottomila uomini. Il suo incarico avrà la durata di un anno e segue quello del generale tedesco Holger Kammerhoff. Il comandante supremo alleato della NATO, generale James Jones, il ministro della difesa francese Michele Alliot-Marie e gli altri ufficiali superiori prenderanno parte alla cerimonia che si terrà presso il quartiere generale a Pristina.

Le forze armate tedesche attraversano invece un momento negativo, attaccate a più riprese da alcune fonti di informazione nazionale, anche prestigiose. Il Frankfurter Allgemeine Zeitung ha di recente accusato le truppe di Berlino schierate in Kosovo di avere fallito la loro missione. In particolare il quotidiano fa riferimento alla rivolta albanese che ha preso di mira la minoranza serba a Prizren e nelle aree circostanti lo scorso marzo. L'autore dell'articolo ha accusato i propri connazionali dislocati in zona di avere reagito in modo tardivo, scoordinato e confuso.

Il Frankfurter Allgemeine Zeitung cerca all'interno del proprio paese le cause di tale comportamento, identificandone un'origine nelle azioni della classe politica. Quando la coalizione tra social-democratici e verdi ha impegnato la Germania nella guerra della NATO contro la Serbia cinque anni fa, secondo il reporter Thomas Schmid si è trovata obbligata a fornire motivazioni morali forti, al fine di influenzare le fazioni più dubbiose dei due partiti. Tali motivazioni, elencate direttamente dal ministro della difesa Rudolf Scharping e indirettamente dal ministro degli esteri Joschka Fischer, erano basate sulla certezza che la NATO stava sconfiggendo un secondo olocausto.

Secondo l'autore dell'articolo ciò non era esatto: si è tentato di dare alla guerra una dimensione di chiarezza storica che non ha mai avuto. Uno dei risultati è stato che le violenze compiute dai kosovari di etnia albanese contro i serbi sono state tollerate in modo inaccettabile. Egli scrive che gli ufficiali non si sono resi conto che il loro operato avrebbe incoraggiato azioni ben più gravi degli scontri che avrebbero dovuto evitare. Per troppo tempo l'approccio politico al Kosovo è stato caratterizzato da un'eccessiva indulgenza verso le aggressioni compiute dalle vittime del passato.

Nelle parole di Tomas Schmid si individua un vero e proprio attacco alla classe politica tedesca sullo scottante argomento Kosovo. Nel 1999 la Germania ha deciso di intervenire, ma il giornalista tedesco accusa il suo paese di non avere ancora raggiunto lo "stato mentale" che la sua decisione richiedeva. Il mondo politico a Berlino, conclude Schmid "galleggia in uno stato di appagamento e auto soddisfazione per l'effetto morale e mediatico dell'intervento, ma non ha focalizzato l'attenzione sul cuore del problema: il compito di assicurare la pace in un area che ha vissuto e subito operazioni militari è difficile e di certo non sortiscono effetto i principi che si applicano a un benevolo programma di disciplina. Al pari dell'Iraq il Kossovo indica in modo chiaro un dogma: intervenire negli eventi del mondo ha delle conseguenze a lungo termine".

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