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Lettere. Morire a 19 anni per un ideale

Dario Guerrini, 2 maggio 2004

Caro direttore,
ricorre questo mese il 60° anniversario di un anno triste per la mia famiglia, così come quella di tanti Italiani. Nel Maggio 1944 fu giustiziato all'età di diciannove anni da una banda di carnefici un mio Zio, fratello di mio Padre, del quale mi onoro di portare il nome. In quei giorni fu anche fucilato il colonnello Venanzio Gabriotti, un puro esempio di militare fedele alla Patria e ai suoi valori più limpidi; accadde a Città di Castello, dove la piazza maggiore è dedicata al suo nome e città dove sono nato anch'io.

Il giorno 9 Maggio ci sarà una cerimonia di commemorazione molto significativa: io ovviamente non mancherò. In questi giorni cerco di ritagliarmi dei momenti di riflessione e di ricerca storica su quegli avvenimenti, che per quello che riesco vorrei mantenere e poter tramandare ai miei figli perchè perpetuino il ricordo finché sarà possibile.

Dopo l'8 settembre mio Padre in quanto militare fu assorbito d'ufficio dall'esercito repubblichino, ma di fatto, per come mi raccontava, non si capiva cosa stesse succedendo e soprattutto da quale parte fosse la verità e la giustizia. Non era un fanatico dell'una o dell'altra - poi futura - fazione politica; era semplicemente un bravo sottufficiale, molto capace e per questo molto richiesto (dopo la guerra fu chiamato a far parte dei servizi informazioni). Ricordo che mi diceva:

"Molti di noi attendevano dei segnali per capire; però gli unici che vedevamo chiaramente erano quelli della gente comune che era in subbuglio e non ne poteva più della guerra, degli eccidi e soprattutto della mancanza di un perché che convincesse che così fosse giusto e per un fine che giustificasse i mezzi".

In un ulteriore momento di confusione, quando veramente sembrava l'epilogo finale, si unì a un gruppo di altri per migrare dalla parte avversa. L'elemento scatenante di questa decisione fu il dover assistere - in quanto comandato - alla esecuzione di decine di ragazzi della sua età che non si erano presentati alla chiamata delle caserme di Salò, esecuzione fatta in un modo così atroce che ancora oggi, ricordando le sue parole, vengo preso da un nodo alla gola.

"Avevano le mani legate dietro la schiena, in piedi su dei camion con la ribalta posteriore aperta. Il camion percorreva un viale alberato; a ogni albero pendeva un cappio preparato in precedenza. Il camion rallentava e qualcuno infilava la prima testa che trovava nel cappio penzolante appena fuori. Facevano a gara quei ragazzi a sporgere per primi la testa per ridurre il supplizio. Un fischio e il camion aumentava di poco la marcia. Nei primi istanti quei poveretti sgambettavano e orinavano. Dopo due giorni fui comandato con altri per andare a staccare quei corpi, lasciati alla pubblica vista come monito."

Comprese quindi e fece la sua scelta, ma la ritorsione non tardò ad arrivare. Lo cercarono vicino a casa, a Città di Castello, ma egli era alla macchia e stava organizzando cone le istruzioni del colonnello Gabriotti il fronte della Resistenza dell'Alta Valle del Tevere, ove operava anche la gloriosa Brigata d'urto S.Faustino. Con loro affluirono molti giovani della zona tra cui il fratello diciannovenne Dario, ma l'organizzazione e le risorse non erano ancora commisurate all'ardore e il desiderio di Patria e Libertà che purtoppo non bastò per molti di loro.

Presero Dario e altri e mentre li conducevano al supplizio estremo. Sapendo che papà era nascosto da qualche parte nei dirupi lì intorno, lanciarono bombe a mano che egli sentiva scrisciare al contatto con le foglie davanti al viso, per poi andare ad esplodere nel fondo. Talvolta ho cercato di pensare cosa si prova sapendo di andare al patibolo, come ti comporti, a cosa ti aggrappi, quale ultima speranza di sorregge.

Talune sparute testimonianze di contadini della zona si sono sgretolate nei ricordi e nel tempo; ho però trovato su Internet una testimonianza molto cruda e toccante di un altro simile massacro, ove si può rivivere e comprendere quei momenti. Consentimi di suggerirtene la lettura, precisando che potrebbe suscitare non piccole emozioni.

Ora nel cimitero di Città di Castello, nell'area dedicata ai Caduti, c'è un Vanedio circolare con l'interno di marmo. Al centro in primo piano e sovrana la tomba di Gabriotti; sul pavimento in corrispondenza del muro circolare le lapidi e le tombe di quei ragazzi fucilati. Fin da bambino venivo portato in quel luogo di culto e di ricordi, cerimonia che col tempo ho metabolizzato come normale, ma di cui ora e sempre più mi si rivela il valore.

Il vedere poi una lapide con il mio nome mi ha sempre fatto riflettere e guardo sempre con dolcezza la foto dello Zio, poco più che ragazzo, che ha vissuto solo 19 anni per un ideale che ha percepito dal fratello maggiore e che ha seguito senza tentennamenti. Ogni volta che torno lì, per prima cosa chiedo scusa a Venanzio, ma egli ormai è abituato, perchè la sua tomba è un ottimo appoggio per addobbare i fiori nei vasi e al termine dell'operazione non manco mai di distribuirli a cutti Coloro che lì riposano.

Dario

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