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La piccola grande storia del frate generale

Antonio Venci, 4 dicembre 2004

Ho incontrato per la prima volta Padre Chiti, generale dei Granatieri di Sardegna, poi frate cappuccino, presso la caserma Gandin di Roma, sede dell'allora 1° battaglione meccanizzato Assietta, di granatieri ovviamente, venti anni fa. Dopo lo avrei rivisto molte altre volte, tuttavia quella ha lasciato in me traccia vivida.

Padre Chiti stava per giungere nella sala cinema dove era convenuto pressoché l'intero battaglione, quando un collega che lo aveva conosciuto in servizio dispose che noi ufficiali rimanessimo in piedi, nei corridoi laterali. Poi fece portare via dal palcoscenico (la sala cinema era anche teatro) tavolo e sedie, lasciando unicamente lo stelo con il microfono.

Ci fu spiegato che Chiti voleva che i suoi ufficiali fossero sempre ben visibili alla truppa e che usava parlare stando in piedi. Tanto meno avrebbe avuto bisogno della scrivania perché non era sua abitudine leggere. Il frate giunse preceduto da un ufficiale superiore del comando della brigata, che era stato alle sue dipendenze, invero nella circostanza piuttosto emozionato: la cosa mi apparve insolita. Poi Chiti iniziò a parlare.

Nonostante il grande lasso di tempo, ricordo il senso delle sue parole: "Dopo un lungo viaggio, il soldato lasciato libero per una breve licenza, solo di sfuggita saluta la mamma; poi, guidato dal cuore, incontra la fidanzata, gli amici e nella spensieratezza trascorre in fretta il suo tempo libero. La mamma gioisce della felicità del figlio e attende che rincasi per dargli la buona notte. Così, velocemente, trascorre la licenza intera, senza che egli riesca a dedicarle un po' del prezioso tempo e giunge il momento di tornare in caserma. Per poco egli è rimasto con i genitori, ma la mamma col suo amore è sempre lì, metafora dell'amore divino".

Chiti aveva parlato diritto al cuore dei giovani soldati convenuti in quel cinema, usando parole comprensibili a tutti. Poteva farlo perché dotato di una grande anima, per cui "gli altri" sono tutti fratelli in Cristo: gli "altri" li aveva conosciuti da soldato, in guerra. Il suo stile derivava dalla convinzione che comandare è un servizio basato sul carisma, che questo promana dall'esercizio costante di qualità virtuose, da saper mostrare in modo adeguato alle situazioni, quando si è investiti del grado.

Gli incontri successivi mi fecero conoscere un po' meglio - purtroppo non abbastanza - quell'uomo semplice e frugale, costantemente ispirato, dotato di incommensurabili energie interamente dedicate al prossimo e alla famiglia dei Granatieri di Sardegna, che nel frattempo l'aveva eletto Padre spirituale e ne reclamava la presenza per ogni occasione: allora Padre Chiti giungeva con la sua minuscola autovettura, originale interpretazione tecnologica di saio e sandali. Da apparire talvolta schivo, rimaneva il tempo necessario a officiare e confortare e poi scappava via.

Come usano dire tra loro gli anziani veterani, ora egli "è andato avanti"e l'antico Corpo, che possiede una grande storia, annovera un generale frate con la sua piccola grande storia personale di soldato, di combattente e di uomo di chiesa da narrare a beneficio di chi verrà dopo.

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