Anno 2004

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Terrorismo e responsabilità dell'Occidente

Lorenzo Lo Cascio, 24 ottobre 2004

Se il tempo fosse una semiretta con origine nel punto 11/9/2001, l'interpretazione dei fatti del mondo non sarebbe né difficile, né faticosa. Potremmo affermare con tranquilla coscienza quello che, in effetti con tranquilla coscienza, affermano i sostenitori degli interventi militari in Afghanistan e in Iraq: gli Stati Uniti d'America hanno doverosamente risposto a un'aggressione terroristica terribile, volta a colpire un numero elevatissimo di civili inermi, concepita e realizzata da un'ala musulmano-radicale (le cui fila, sia detto per inciso, vanno continuamente ingrossandosi) che, appena entrati nel terzo millennio, ha deciso di rispolverare un antico numero della tragicommedia umana: la guerra di religione.

Senza volersi mettere adesso a ricordare quanti, nei secoli, hanno creduto che Gott mit uns, basti dire che la trovata non ha brillato per originalità. D'altro canto, va considerato che l'Islam - e più ancora il Corano - rappresentano se non l'unico, il vero tratto comune delle genti arabe, che in quel libro trovano positivamente codificati tutti gli elementi di una koiné altrimenti impossibile: norme igieniche, alimentari e comportamentali, riti, miti, storia e tradizione, il tutto espresso nell'unica lingua condivisa da tutti i fratelli muslim. Esso è dunque la bitta a cui deve necessariamente legarsi chiunque persegua, per qualsivoglia fine, la realizzazione di un panarabismo. Se v'è un portato rivoluzionario del Corano, ebbene esso risiede molto più in questa funzione aggregatrice che non nei pochissimi versetti che il libro dedica alla jihad.

Ciò che francamente ha colpito in maniera molto più particolare è stata la risposta del Presidente americano, il quale, in occasione di una conferenza stampa a margine di un incontro con il premier britannico Blair, ha candidamente affermato a Londra che "Dio non può non essere d'accordo con quanto stiamo facendo". Purtroppo, e per fortuna, il mondo esisteva già ben prima di quell'undici settembre duemilauno e dunque, nel tentativo di darsi una spiegazione convincente dei fatti che sono accaduti dopo quella data ormai fatidica, ci si scontra con l'ovvia difficoltà di dover ricomporre un quadro coerente con tutti i piccoli frammenti di informazione di cui siamo in possesso.

Da quelle che in principio erano indicate precisamente quali cause del conflitto (la presenza dei campi di addestramento dei kamikaze in Afghanistan e di armi di distruzione di massa in Iraq), con il passare dei mesi l'amministrazione Bush ha indicato, come ragioni degli interventi militari, circostanze i cui contorni erano via via sempre meno certi e comunque indimostrabili (i supposti legami del regime iracheno con Al Qaeda), per arrivare infine, negli ultimi sei mesi, a opporre genericamente "la guerra al terrorismo" quale unica giustificazione dell'invasione dell'Iraq.

Un tale progressivo annacquamento delle cause della guerra sembra dare ragione a quanti, fra cui alcuni autorevoli ex-esponenti dell'amministrazione Bush, giurano che l'intervento in Iraq fosse stato proposto dai falchi neo-con (i consiglieri più ascoltati dal presidente Bush) ben prima del famigerato undici settembre. A questo proposito, val la pena sottolineare come il presidente americano, più che avere uno staff di consiglieri, abbia piuttosto un direttorio, espressione delle potenti lobbies che hanno finanziato e finanzieranno le sue campagne elettorali che, sempre a leggere le dichiarazioni di quanti di quella squadra hanno fatto parte, riesce a "convincere" molto facilmente Bush jr della bontà delle proprie ragioni.

In questi casi, purtroppo, non è dato arrivare alla verità. Potrebbero esserci altre cause a noi ignote che hanno spinto gli americani e i loro alleati a "offendere per difendere preventivamente" (secondo quanto insegna la dottrina Wolfowitz) la supposta superiorità dell'Occidente. Rimandando ad altre occasioni la discussione sul significato del concetto di superiorità di civiltà e sull'eventualità di una sua effettiva esistenza, possiamo però soffermarci su ciò che si è storicamente realizzato, almeno per quanto è stato raccontato dalla stampa internazionale.

Le forze militari intervenute in Afghanistan (che hanno goduto di una foglia di fico targata Onu sufficientemente grande a coprire le pudenda) hanno per mesi bombardato le grotte (e anche qualche villaggio, ma di questo s'è dato meno conto) del paese più povero del mondo, nel tentativo di uccidere un dializzato alto quasi due metri e un orbo che scappavano in motocicletta. Lo sforzo è rimasto finora vano e dell'Afghanistan, ormai superato da altre e più mirabolanti novità, non si parla più da mesi.

Chi ha avuto modo di verificare, ex-post si intende, quali siano stati i piani di guerra realizzati dalle forze USA, vale a dire dove si trovassero le grotte bombardate nella ricerca dei due fuggitivi, s'è stupito nell'accorgersi che le zone colpite ricalcassero pedissequamente il tracciato del progetto di un enorme gasdotto che da anni era nel cassetto di un'importante compagnia petrolifera (un rappresentante della quale fa ovviamente parte del "direttorio" alla Casa Bianca), che ancora non era stato possibile realizzare, a causa dell'impressionante quantità di mine che i sovietici, quando furono costretti a ritirarsi dall'Agfhanistan, lasciarono sul territorio di questo paese martoriato. Sminare un territorio è una delle attività più difficili e costose, a meno di non fare saltare le mine, si dice, ironia della sorte, per "simpatia".

Non potendo contare, deo gratias, sulla forza emotiva di un altro 11/9 per giustificare l'intervento in Iraq, l'amministrazione Bush ha convinto (sulla base di informazioni dimostratesi in seguito inesatte, per le quali ha pagato ingiustamente il direttore della Cia, George Tenet, ora rimosso) l'opinione pubblica mondiale della fondatezza della pericolosa eventualità che un dittatore sanguinario come Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa e che, essendo l'Iraq legato ad Al Qaeda, esse potessero essere utilizzate in nuovi attentati terroristici internazionali.

Per puro amore di verità, va ricordato che il regime baathista è stato per anni un punto di appoggio degli americani per il controllo dei loro interessi energetici e strategici in medioriente e che dopo la prima guerra in Iraq, scatenata da Bush padre all'indomani dell'invasione irachena del Kuwait, l'Iraq sia stato sottoposto a uno stretto controllo internazionale sull'impiego dei fondi derivanti dalla vendita del petrolio. Vale a dire che gli Stati Uniti erano in possesso da anni di informazioni estremamente dettagliate sulla reale consistenza dell'arsenale iracheno, prima per averlo rifornito negli anni '80 e poi per averne monitorato per conto dell'Onu ampiezza e qualità dal 1991 a oggi.

Nonostante ciò, un rigoroso controllo su centinaia di siti iracheni in cui, secondo le informazioni di intelligence americana erano nascoste le armi chimiche e batteriologiche, è stato esperito da un pool di ispettori delle Nazioni Unite. Quando però a George W. Bush è apparso chiaro che il lavoro di Hans Blix e dei suoi ispettori sarebbe arrivato a conclusioni non compatibili con l'invio di una missione militare internazionale sotto l'egida dell'Onu, l'amministrazione americana ha accelerato verso la soluzione dell'intervento unilaterale.

Senza voler affatto sposare le tesi di quanti - a partire dalle molte, evidenti, inspiegabili incongruenze delle ricostruzioni ufficiali degli attentati dell'undici settembre - arrivano a sospettare che dietro agli spaventosi attacchi agli Usa e all'Occidente ci siano proprio l'America e l'Occidente in cerca di un casus belli, va riconosciuto però che l'intervento militare in medioriente, accanto a motivazioni pubblicizzatissime quali gli "scopi umanitari" e la "liberazione del popolo iracheno dal giogo di Saddam", ha per gli USA anche fortissime ragioni di opportunità economico-strategico-politica. Queste ultime, magari, sono meno reclamizzate, ma forse è proprio da esse che è necessario partire per meglio comprendere le cause della guerra.

La nuova classe dirigente saudita, che per ragioni anagrafiche s'è ormai stabilmente insediata al comando della nazione araba, si è dimostrata nel corso di questi ultimi anni assai meno filo-statunitense di quella precedente. Il rischio di dover fronteggiare tempi (già visti all'epoca degli shock petroliferi) in cui l'economia mondiale sarà di nuovo fortemente dipendente dalle decisioni dei Paesi Opec è reale e concreto. Da questo punto di vista, appare chiaro come si sia acuita, fin quasi ad assumere profili di urgenza, la necessità (e dunque, data la benedetta pragmaticità del popolo americano, come si sia manifestata l'intenzione) degli Usa di avere una presenza anche fisica in una zona tanto cruciale per gli interessi energetici dell'intero Occidente.

Un attacco diretto agli "amici sauditi" era ovviamente da escludersi, ma Saddam rappresentava un'occasione irripetibile, perfetta: già nemico dell'Occidente (sia pure dopo una lunga storia di amicizia e affari), già sconfitto e risparmiato (da Bush senior), già inviso agli altri Paesi arabi per l'organizzazione laica che diede all'Iraq baathista, la sua destituzione rappresentava la via ideale per insediarsi in maniera non troppo dolorosa (negli intenti americani) nei delicati equilibri della zona. In particolare se, sull'onda lunga dell'emotività che ha caratterizzato l'Occidente ferito dalla aggressione dal cielo, gli si fossero addebitati anche dei mai dimostrati legami con l'organizzazione di Bin Laden.

Un dato che non si sente ripetere troppo spesso sugli organi di informazione è che gli Stati Uniti sono il Paese con il più alto debito estero al mondo. Vale a dire che quasi tutte le banche centrali del mondo hanno fra le loro riserve consistenti saldi in dollari. Oppure, specularmente, potremmo affermare che gli Stati Uniti hanno potuto negli ultimi sessanta anni finanziare le proprie importazioni dall'estero semplicemente stampando carta moneta.

Il dollaro si è imposto come moneta di scambio per i traffici internazionali in virtù della sua convertibilità in oro. Era il 1944 quando gli Stati Uniti si impegnarono a mantenere fisso il rapporto di cambio dollaro/oro. L'accettazione urbi et orbi della moneta americana come mezzo di pagamento su qualunque mercato, dunque, trae origine proprio dal suo controvalore aureo garantito. A causa della costante erosione delle riserve auree, necessaria al mantenimento della parità concordata, nel 1971, in maniera del tutto unilaterale, il presidente Nixon sospese a tempo indeterminato la convertibilità del dollaro in oro. Da un momento all'altro, i forzieri delle banche centrali di tutto il mondo erano piene di una moneta il cui valore era garantito soltanto dal fatto che fosse così diffusa.

In altre parole, da quel momento in poi, come insegnano gli usurai, non conveniva più a nessuno far fallire il grande debitore. Ma se il dollaro non avesse più questa funzione di mezzo di pagamento per gli scambi internazionali e venisse soppiantato ad esempio dall'euro, le banche centrali di molti Paesi comincerebbero a disfarsi di una buona parte delle loro riserve di dollari. Come per tutti i beni per i quali l'offerta supera la domanda, il prezzo del dollaro crollerebbe e l'economia statunitense, ormai dipendente in massimo grado dalle importazioni dall'estero, subirebbe una crisi tale da ridimensionarla in maniera permanente.

Un'altra notizia poco diffusa dagli organi d'informazione è quella relativa a una decisione che la banca centrale cinese ha preso nel 2001, ovvero quella della conversione di circa metà delle proprie riserve di valuta in euro. Si può comprendere come gli USA abbiano appreso con inquietudine che il "cliente" più grosso dell'economia mondiale dei prossimi vent'anni si preparasse a pagare i propri acquisti sui mercati internazionali con una divisa diversa da quella americana. C'erano tutti gli elementi perché il grande debitore cominciasse a tremare. E dovesse reagire.

Anche in questo caso, un'offensiva diretta al colosso cinese, non di natura militare (il che sarebbe realmente fantascientifico), ma anche solo di carattere diplomatico e/o commerciale era assolutamente impensabile, per la pericolosità delle eventuali conseguenze e l'impossibilità di governarle. Però, il contratto per un'enorme fornitura petrolifera che il buon vecchio Saddam aveva da poco sottoscritto con la Francia e denominato - guarda un po' - in euro sembrava esser fatto apposta per lanciare un messaggio discreto, ma deciso a quanti avessero le orecchie ben aperte per sentirlo e comprenderlo.

La guerra, si sa, ha costi elevatissimi. Costi per la distruzione e per la ricostruzione. Ma dove c'è chi sostiene un costo, c'è qualcun altro che ha un ricavo. A guardar le cose lucidamente, la guerra per un'economia americana molto in difficoltà è un'evenienza fortunatissima, quasi provvidenziale. Le commesse all'industria bellica per la produzione di armamenti e i contratti per la ricostruzione dei paesi bombardati sono e saranno linfa vitale per un sistema produttivo che ha bisogno di elevati livelli di domanda (e magari di non star troppo a sottilizzare sul come essa venga generata).

Non ultime, anche motivazioni di carattere squisitamente elettorale hanno avuto il loro ruolo, laddove è storicamente difficile che un presidente, tanto più se non naturalmente dotato di carisma, possa essere rieletto in concomitanza con risultati dell'economia fortemente negativi, sia pur dipendenti da una congiuntura sfavorevole. La "guerra contro il terrore" ha invece compiuto il miracolo, trasformando radicalmente la percezione che l'America ha di George W. Bush: il dislessico, l'ex-alcolista, il burattino in mano a papà e agli amici di papà, l'uomo capace quasi di strozzarsi da solo con un pretzel, la guida tentennante di un'America in grandi difficoltà economiche s'è trasfigurato nel paladino dell'Occidente e della civiltà, in un vero capo capace di prendere decisioni difficili, perché continuassero a essere garantite all'America e all'Occidente sicurezza e prosperità.

Ebbene, si può tentare di comprendere il perché della violenza generata da questa guerra e dal terrorismo solo a patto di riuscire ad aver uno sguardo ampio, nello spazio e nel tempo, su tutte le componenti di una situazione terribilmente complessa, che vede le sacrosante istanze di quella parte (maggioritaria) di mondo, che ormai sarebbe più corretto e dignitoso chiamare "in via di perenne sviluppo", essere avanzate da soggetti che non avrebbero alcun titolo a farlo, con metodi terroristici, inaccettabili anche per chi, come chi scrive, sia profondamente convinto della necessità di ridistribuire materie prime e reddito e migliorare le prospettive di chi ora non è Occidente in termini di qualità di vita e sviluppo economico.

Il terrorismo si è infilato nello spazio che l'Occidente ha colpevolmente lasciato vuoto dopo il fallimento degli accordi internazionali sul commercio e la tutela dell'ambiente, le fonti di energia e i movimenti migratori, dopo il seppellimento del diritto internazionale dietro parole come "burocrazia inutile e costosa" e "inefficaci pastoie diplomatiche" (da un quotidiano: due pakistani e un saudita sono morti a Gedda nella ressa scatenatasi per aggiudicarsi uno dei buoni sconto da 150 dollari con cui Ikea festeggiava l'apertura di un nuovo mega-store).

L'opinione pubblica mondiale, anche perché vittima della distrazione abilmente indotta dalle violente campagne mediatiche che sono state organizzate a sostegno delle ragioni della guerra, ha smesso di esercitare quella funzione di controllo che è il motore vero di quel sistema di convivenza, la democrazia, che l'Occidente dice di voler esportare (anche tramite l'uso della forza) in quanto espressione di una civiltà inconfutabilmente superiore. Dal nostro caldo cantuccio occidentale, molto meno sicuro di quanto non sia stato in passato, la cosa migliore che possiamo fare è tenere occhi e orecchie ben aperti".

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