Anno 2004

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Gli Stati Uniti di Bush secondo

Lorenzo Lo Cascio, 8 novembre 2004

La rielezione di George W. Bush è una notizia che nel complesso non è stata accolta con favore dall'opinione pubblica mondiale. Fuori dagli Stati Uniti (anzi, fuori dagli Stati Uniti più profondamente americani, ossia quelli che non si trovano lungo le coste atlantica e pacifica), la parte maggioritaria della popolazione mondiale avrebbe appreso con soddisfazione di un cambio alla guida degli USA.

La prima considerazione da fare è dunque che a scegliere l'uomo che più di ogni altro condiziona i fatti del mondo è stata quella parte di America di cui qui in Europa si parla pochissimo e soltanto per dirne male. L'America che ha dato altri quattro anni di potere a Dubya è quella populista, sbrigativa, quella che dorme con la pistola sotto il cuscino, che va a Messa la domenica, ma che "mia figlia meglio suora che sposata a un negro"; è quella delle condanne a morte da non commutarsi mai in altro, ma da eseguirsi e basta, possibilmente con tanto di pubblico.

Sono gli Usa del "three and you're out" che sbattono in galera vita natural durante chiunque entri in una cella, per qualsivoglia motivo, per tre volte. È l'America che ha bisogno di sapere che ha una missione da portare a termine nel mondo e di constatare continuamente non soltanto che esistono i buoni e i cattivi, gli indiani e i cowboy, ma che i cowboy sono i buoni e alla fine vincono sempre. È a questa America che Karl Rove, scaltrissimo e geniale consulente elettorale di Bush, si è con successo rivolto.

In questo contesto, non dovrebbe essere stata così irrilevante, come pure stranamente tutti i commentatori si sono affrettati a definirla, l'improvvisa epifania mediatica di Osama Bin Laden, lo sceicco del terrore. L'eccezionale affluenza alle urne, che tutti gli analisti avevano in un primo tempo interpretato come un'ottima notizia per lo sfidante, non si è rivelata tale. Al contrario, parrebbe corretto spiegarla come la corsa di quanti, d'accordo o meno con Bush su tutto il resto, hanno detto: "Se l'indiano si fa vivo, vado a votare per il cowboy".

Da questo punto di vista, appare assolutamente inspiegabile come un uomo capace di concepire e realizzare l'attacco alle Torri Gemelle e di sfuggire alla caccia all'uomo organizzata in Afghanistan per catturarlo, recapiti al suo grande persecutore il migliore spot elettorale possibile, proprio a due giorni dal voto che potrebbe toglierglielo finalmente dai piedi. Non si direbbe che, a questo livello, si possa parlare di errori. Si sente, piuttosto, uno strano odore di parallelo convergere di interessi.

Questa valutazione, peraltro puramente epidermica, del voto americano consente però di intravedere, pur con tutte le cautele del caso, che cosa ci riserverà il prossimo futuro. Lungi dal credere ciecamente che, se John Kerry fosse diventato presidente, automaticamente ci sarebbe stato un cambio di strategia in Iraq, con la conferma di Bush non vi sarà certamente quel cambio di "visione" di lungo periodo che costituisce la vera ragione per cui quasi tutto il resto del mondo ha fatto il tifo per il funereo senatore del Massachusetts.

Bush non ha sicuramente mentito al suo elettorato (quello che ha raccontato mirabilmente il Micheal Moore di "Bowling a Colombine"), anzi è stato capace di offrire quella rassicurazione che le orecchie spaventate di Mr. John Smith avevano bisogno di ascoltare: gli USA non intendono fare un passo indietro; per gli USA non c'è alcun bisogno di ridiscutere un nuovo ordine mondiale. Bush ha ripetuto (più e meglio anche di quanto seppe fare suo padre) che gli americani sono buoni e forti, e dunque che chi è contro gli americani è cattivo e perderà.

La sensazione, dunque, è che gli Usa continuino a esser convinti che, dopo la caduta dell'Unione Sovietica, non avere antagonisti di pari livello nella politica mondiale garantisca meglio i loro interessi di lungo periodo (sia in termini di ricchezza economica, ma anche di sicurezza interna) e che il paradigma di riferimento nella soluzione dei problemi aperti sullo scenario mondiale debba continuare a riservare loro la parte di chi, a pagamento, sblocca l'impasse in cui istituzioni internazionali troppo deboli cadono invariabilmente nel tentativo di risolvere situazioni di crisi.

Proprio questa debolezza dei consessi internazionali è uno degli obiettivi funzionali cui gli USA hanno alacremente e con successo lavorato in questi anni, ad esempio continuando a "dimenticare" di versare la loro quota per il budget dell'Onu, oppure procrastinando inspiegabilmente ogni discussione su che cosa debba diventare la Nato dopo la sconfitta del Patto di Varsavia.

Quel che Bush potrebbe sottovalutare è il gigantismo del ruolo che ritiene di dover far recitare all'America, rispetto alle risorse su cui anche un paese ricco e potente come gli Usa possono contare. Una tale strategia, sul lungo periodo, non appare sostenibile. Quanti altri Stati canaglia sarà necessario invadere? Quanti regimi dovranno essere insediati (o, specularmente, rovesciati) per la garanzia del predominio americano sull'economia mondiale?

Il rischio più evidente è che chi ha governato e governerà gli Usa sottostimi le conseguenze di lungo periodo di questo fortissimo unilateralismo. Le scelte degli Usa (anche quelle più importanti), invece, paiono improntate a una sorta di short-termismo politico ed economico, che ha nella convenienza a cinque anni il proprio orizzonte temporale di riferimento. E, siccome anche qui non è dato credere a errori, si deve parlare di una volontà o, meglio, di obiettivi di breve periodo (non solamente politici) che non sono compatibili con obiettivi di stabilizzazione di lungo periodo dello scenario mondiale.

Quella che, prima del 2 novembre, era lecito riporre in Kerry (e non in Bush) era proprio la speranza che la politica tornasse a essere preminente, preponderante, vincente sulle ragioni strettamente economiche e strategiche. La politica è qualcosa di più di quello che Bush ci ha fatto vedere in questi anni. Egli ha inteso risolvere il problema (reale, concreto, urgente) della difesa della supremazia dell'economia americana con una soluzione antica, medievale.

E la recente (e poco diffusa) notizia dell'annuncio da parte americana della volontà di abbattere i satelliti Galileo, qualora impegnati in azioni considerate ostili, testimonia proprio la difficoltà crescente degli Usa a sostenere il ruolo di unica forza leader nel mondo. Un'azione ostile di tal genere costituirebbe un atto senza precedenti nei rapporti Usa-Europa dal secondo dopoguerra a oggi e francamente appare difficilmente realizzabile, in special modo ora che anche la Cina è entrata con un investimento importante nel programma Galileo.

Il ruolo di attore unico porterà inevitabilmente gli americani ad annunci di questo tipo che, sempre più frequenti, testimonieranno più la debolezza che la forza di un'America che avrà l'esigenza, ma non la forza di reprimere ogni tentativo di mutamento del quadro internazionale (e il pantano iracheno è già lì a dimostrarcelo).

Non è dato sapere (e ora, dopo la sua sconfitta, è perfettamente inutile chiederselo) se Kerry sarebbe stato in questo più lungimirante e avrebbe tentato sin da subito una multilateralizzazione, una collegialità nell'affrontare i problemi gravi dell'agenda internazionale. Quel che sembra fatale è che, perdurante l'assenza di una politica di confronto e di concertazione, quando (tra non molto) l'economia cinese avrà compiutamente realizzato quell'inevitabile processo di crescita che terrorizza giustamente gli americani, quando l'Europa sarà un unico soggetto politico (e renderlo più o meno coeso è la sfida che il vecchio continente ha di fronte) con un'economia e dei mercati di entità addirittura superiore a quelli americani, sarà difficile per gli Usa avere degli antagonisti e non dei nemici.

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