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| Anno 2004 | |
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La terribile vicenda di Margareth Hassam pone con forza un interrogativo importante: come mai gli operatori umanitari, i cooperanti delle Ong sono entrati nel mirino di chi, resistente o terrorista lo si voglia chiamare, ha intrapreso la strategia dei rapimenti in Iraq? Come mai, dopo i bodyguard, gli autisti, i rappresentanti delle multinazionali, ora tocca proprio a chi da anni si trova al fianco degli iracheni, impegnato ad alleviare le sofferenze della popolazione civile?
Chi ha dato una risposta a queste domande ha ravvisato nella progressiva ricomprensione fra i target possibili di tutti i civili non iracheni in Iraq (fino ad arrivare a quelli impegnati in azioni umanitarie) l'intenzione di dimostrare che per chi si oppone alla presenza anglo-americana non c'è Occidente con il quale si possa e si debba avere rapporti. La scelta degli operatori umanitari come vittime dei rapimenti (e spesso delle esecuzioni più o meno rituali) sarebbe dunque una sorta di proclama da parte araba che nessuna attività, per quanto lodevole, può redimere l'individuo dall'appartenenza occidentale. Un vero e proprio peccato originale. Le Ong costituiscono la cinghia di trasmissione con cui i fondi che le economie avanzate destinano alla Cooperazione si traducono - con differenti gradi di successo - in progetti sul territorio dei paesi in via di sviluppo. Per dare qualche minimo riferimento, nel caso degli stanziamenti italiani, va detto che ci si riferisce a qualcosa come lo 0,33% del Pil negli anni d'oro della cooperazione (1990-92), quota che negli anni successivi si è via via venuta assottigliando, fino ad attestarsi allo 0,17% del 2004, corrispondente a circa 2.460 mln di euro. Vale a dire che le Ong italiane gestiscono tramite le loro iniziative un'ingente quantità di denaro pubblico. L'Italia è al settimo posto tra le nazioni occidentali per entità dello stanziamento di fondi, ma esso risulta minore in maniera significativa di quello di altri paesi come la Germania (6.690 milioni di euro nel 2004) o il Giappone (8.910 milioni di euro nel 2004). Lo Stato copre una parte sostanziale dei fabbisogni operativi delle Ong, principalmente tramite il sistema dei cosiddetti progetti affidati, ossia quello secondo il quale la Direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo (Dgcs) del ministero degli Esteri individua e finanzia una Ong ritenuta idonea all'attuazione di un intervento comunque ideato presso la stessa Dgcs. Altre volte - più raramente - il processo trae impulso da un'iniziativa della Ong che la Dgcs ritiene meritevole di sostegno. In altri paesi, su tutti la Francia, il governo finanzia addirittura in toto l'attività delle Ong, riuscendo quindi ad avere grande influenza su localizzazione e modalità dei loro interventi. Questo consente allo Stato di impiegare le Ong come vere e proprie agenzie governative in territori e situazioni in cui interventi diretti non sarebbero altrimenti possibili, a tal punto che i canali diplomatici che le Ong possono attivare nella risoluzione di situazioni estremamente delicate (ad esempio in Bosnia o in Iraq) rappresentano oggi una risorsa sempre più importante per i governi occidentali. Se si va a guardare, però, quali siano le scelte in merito ai luoghi di intervento operate dalle diverse Ong italiane è impossibile non notare alcune peculiarità. A fronte di una vocazione che imporrebbe un radicamento fondato principalmente sull'effettiva gravità della emergenza umanitaria, si osservano scelte di posizionamento molto differenti tra Ong cattoliche e Ong laiche. Ad esempio, in Africa nel 1994 le Ong cattoliche del Focsiv erano presenti con 144 progetti, tutti in Stati non musulmani, con particolari punte in Kenya (13 iniziative) e nei paesi confinanti con regioni a forte presenza musulmana. Al contrario le Ong laiche afferenti al Cocis, pur avendo una distribuzione apparentemente meno selettiva, operavano più intensamente nella regione subsahariana, nell'Africa settentrionale musulmana e in quei paesi con regimi filomarxisti, ad esempio Angola (cfr. G. Dettori, "Italia-USA-Vaticano: le sinergie della cooperazione" in Limes 3/97, Editrice Periodici Culturali). Questa breve ricognizione sulla entità e le modalità dell'attività di cooperazione evidenzia come vi sia una sorta di mutua strumentalizzazione tra Stato e Ong che si esplica nei differenti paesi con diverse modalità. Tipicamente, le Ong consentono allo Stato che ne finanzia l'attività di usufruire di uno strumento adatto a essere utilizzato sia come forma di controllo dei flussi migratori sia come momento di preparazione a una penetrazione politico-economica di paesi ritenuti di interesse nazionale. Per contro, lo Stato fornisce alle Ong i mezzi per il perseguimento dei propri fini non soltanto ideali, ma anche, come si è visto dalle diverse scelte che Ong di ispirazione diversa compiono nella selezione dei campi di attività, politico-ideologici. Se dunque la geopolitica dell'azione umanitaria non risponde soltanto a criteri oggettivi (quali le isobare di povertà e consimili), ma nel processo di selezione degli ambiti e delle zone di intervento entrano in gioco differenti esigenze politiche e ideologiche (tanto dello Stato finanziante, quanto della Ong che realizza il progetto), si comprende come in Iraq sia avvenuta quella sorta di equiparazione che ha portato gli operatori umanitari a essere considerati prima di ogni altra cosa dei nemici, correi di una forma soft di neocolonialismo (realizzato con ospedali da campo, medicine e pozzi d'acqua), al pari degli altri fiancheggiatori delle truppe anglo-americane. Il Monterrey Consessus tenutosi nel 2002 ha fissato le linee guida secondo cui si sviluppano ancora oggi le attività di cooperazione nei paesi in via di sviluppo. Il documento finale delinea un percorso in cui sono disciplinati tempi e modalità che i paesi firmatari dell'accordo si impegnano a rispettare nel sostegno alle attività di cooperazione. L'obiettivo è quello di far convergere entro il 2006 l'ammontare di risorse che ogni singolo paese può destinare alla cooperazione verso quote del Pil nazionale più o meno uguali. Il documento tende, dunque, a ottenere nel medio periodo una omogeneità comportamentale dei paesi firmatari, ad evitare l'affermarsi di livelli di impegno differenti (tanto verso l'alto, quanto verso il basso). Con i fondi della Cooperazione e per il tramite dei progetti gestiti dalle Ong, infatti, si realizzano quelle infrastrutture che costituiscono i necessari prerequisiti all'affermarsi di economie di tipo occidentale (acqua, strade, produzione di energia elettrica, telecomunicazioni) e la cui mancanza ha reso finora impossibile lo sfruttamento delle enormi risorse del Continente Nero. L'Africa non sta conoscendo dell'economia globalizzata quel fenomeno di importazione di aziende che ha invece investito il sud-est asiatico o l'India e che ora caratterizza la Cina. Per le imprese occidentali non è ancora possibile decentrare la propria produzione in Africa, proprio per l'assenza di quelle infrastrutture di base che vengono oggi finanziate dagli Stati occidentali tramite i fondi per la Cooperazione. È questa l'attività di preparazione alla penetrazione politico-economica cui si faceva riferimento. È difficile, infatti, immaginare che un'azienda italiana possa trovare difficoltà a insediarsi in una zona in cui energia, acqua, strade, ospedali e sostegno all'agricoltura sono stati forniti da una Ong italiana con soldi della Cooperazione italiana. Questo spiega in parte perché la presenza di Ong italiane risulti più rarefatta in quelle regioni che hanno forme statuali da tempo consolidate, quali ad esempio il Maghreb (che pure sarebbe per il nostro paese di grande interesse strategico). Siamo ancora allo stadio iniziale del processo che introdurrà le enormi risorse africane nel circuito della economia mondiale. Per il momento il solo ruolo che il Continente Nero è in grado di giocare è soltanto quello che lo vede come una pattumiera sufficientemente capiente, lontana e silente. Ma già nel medio periodo, non appena le condizioni di base per un redditizio esplicarsi dell'attività economica saranno sufficienti a garantire l'operatività di soggetti privati più o meno grandi, più o meno globalizzati, è lecito attendersi una massiccia ondata di investimenti. Questo porterà senz'altro a ricadute positive sulla performance delle economie africane, ma costringerà l'Occidente a misurarsi nuovamente con la contraddizione della propria inclinazione colonialista. I migliori standard di vita della popolazione civile africana saranno garantiti in cambio di una sostanziale privatizzazione dell'enorme potenziale economico del continente africano. |