Anno 2004

Cerca in PdD


Il difficile mestiere del giornalista di guerra

Francesca Longo, 30 maggio 2004

Un altro italiano ucciso, questa volta in Arabia Saudita, e l'informazione nazionale torna a puntare i riflettori sul conflitto e su Al Qaeda, salvo spegnerli prossimamente quando i morti saranno le quotidiane decine di iracheni o di soldati anglo-americani. O, in Medio Oriente, di israeliani e palestinesi. O in tutte quelle aree del mondo dove la bassa intensità dei conflitti sembra non interessare i lettori italiani.

Vige nel giornalismo nazionale la pessima abitudine di concentrarsi su un fatto che, se riportato solo all'origine della vittima o del protagonista, finisce per essere decontestualizzato. E' un ghiotto boccone per gli opinion makers, un pessimo servizio non solo all'informazione, ma anche a tutti coloro che, operando direttamente in aree di crisi, dall'informazione vorrebbero notizie e fatti, non passerelle o estenuanti dibattiti.

Tutti i recenti conflitti hanno sottolineato l'importanza dell'informazione in guerra che può essere, a tutti gli effetti, un'arma bellica o di democrazia. Tudjman 'bombardò' Knin e la svuotò dei serbi solo diffondendo la notizia dei bombardamenti sulla città; l'Onu non ha mai trovato le armi di distruzione di massa di Saddam, ma nell'immaginario collettivo occidentale l'idea della loro esistenza non è stata sradicata. In Italia sta poi prendendo piede il fenomeno della metainformazione in cui i giornalisti in zone di guerra diventano notizia.

Pessimi esempi sono l'eroicizzazione dei morti - persone morte sul lavoro, dal momento che la professione dell'inviato è una scelta, ambita, che porta con sé la consapevolezza dei rischi - o le polemiche che hanno accompagnato alcune inviate in Iraq, ree di aver parlato di Saddam in pieno regime di Saddam, dimentichi tutti che vivevano sotto regime dittatoriale.

Manca di fondo la coscienza che la buona informazione è uno strumento di garanzie democratiche per un intero Paese. E manca anche la consapevolezza che le regole di una buona informazione dai teatri di guerra sono diverse da quelle che vigono in pace: le regole d'ingaggio sono differenti.

E' importante, quindi, avere gli strumenti per leggere le notizie che provengono dalle aree di conflitto, soprattutto se si tratta di veloci lanci d'agenzia dove tecnicamente è impossibile contestualizzare da un punto di vista sociale, storico, politico l'evento (compito - purtroppo non sempre assolto - lasciato ai giornalisti della carta stampata e delle televisioni).

La figura dell'inviato di guerra è centrale per diffondere o meno consapevolezza in patria di situazioni reali, da cui derivano scelte non solo politiche, ma anche personali (pensiamo ai giovani che si arruolano volontari o ai loro familiari rimasti in Italia). Informare dai teatri di guerra non significa violare segreti militari - che tali sono in primis per tutelare le forze in campo - ma significa fornire strumenti aggiuntivi. Come?

Tutti sanno che il buon senso vuole che la concentrazione di fotografi, cineoperatori e giornalisti sia altissima negli stessi luoghi. Serve a ridurre al minimo il numero di forze (Onu, esercito, ecc.) addette alla loro sicurezza, ma non vuol dire omologazione delle notizie. Ogni inviato ha in loco un interprete e delle fonti. Tanto più affidabile è la rete d'informatori (che non mancano, visto che in tempi di mercato nero i giornalisti stranieri sono un'ottima fonte di sostentamento), tanto migliore sarà il lavoro dell'inviato.

L'esperienza e la professionalità insegna a selezionare i collaboratori. Le hall degli hotel occupati dalla stampa estera trasudano infatti di compravendite di foto, girati, notizie talvolta diffuse con secondi fini. La verifica - date le limitazioni di movimento poste dal contesto bellico - riesce spesso difficile; spetta all'inviato di volta in volta decidere. Solitamente, piuttosto che dare 'una bufala', è meglio perdere uno scoop.

In linea di massima, l'informazione italiana conta su un buon numero di ottimi inviati (e inviate - vuoi perché sono loro le prime ad offrirsi, vuoi perché una donna che parla dalle zone di guerra alza l'audience e vuoi, purtroppo, perché una donna fuori da una redazione è esclusa dai meccanismi di potere interni) il cui lavoro è talvolta intralciato dai colleghi in patria.

Chi sta dietro la scrivania spesso ignora i rischi, si dimentica che un articolo o servizio non è appannaggio esclusivo degli utenti in Italia (esistono ottimi servizi, non solo segreti, ma anche di traduzione), pretende magari di avere una par condicio cui è impossibile ottemperare in situazioni anomale, altera anche involontariamente i contenuti col rischio di 'bruciare' le fonti. Anche il rapporto tra inviato e redazione della testata è quindi un passaggio delicato da cui dipende il risultato finale.

Ultimo punto riguarda la retorica, strumento discutibile in tempi di pace, ma assolutamente inutile e dannoso per l'informazione dalle zone di guerra, dove le parole e le immagini, per essere aderenti alla realtà, devono attenersi il più possibile e con la massima oggettività alla situazione, prescindendo da posizioni personali e, compatibilmente, dall'emotività individuale.

Le dietrologie, che andrebbero evitate sempre, in questi casi vanno assolutamente eliminate, perché pericolosissime. Queste almeno sono le regole d'ingaggio a cui s'attiene un buon informatore dal fronte, tutte riassumibili in un'obbligatoria estraneità alle dinamiche interne del paese d'origine.

In tempi di multimedialità e di globalizzazione l'eroica figura del giornalista di guerra alla Hemingway o alla Robert Capa è anacronistica e deve lasciare spazio a una professionalità di servizio scevra il più possibile da protagonismi. Si va, si raccoglie, s'informa. Agli utenti finali il compito di leggere o ascoltare, di farsi un'opinione. Meglio se non solo in occasione della morte di un italiano. Meglio prima.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM