Anno 2004

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Per non ritrovarsi muti in un mondo di sordi

Francesca Longo, 14 giugno 2004

Venerdì 11 giugno i cellulari italiani sono stati raggiunti da un messaggio della Presidenza del Consiglio. Non facili da prevedere, caso mai scontate le polemiche e clamoroso autogol dei comunicatori. La liberazione degli ostaggi aveva impressionato positivamente l'opinione pubblica, la presa di coscienza su vasta scala che attraverso un cellulare tutti sono facilmente rintracciabili (cosa che è ovvia, ma non così nota come si sarebbe portati a credere) è stato un errore di non poco conto.

Comunicare non è facile e lo stesso mezzo che magari può essere apprezzato in determinate situazioni (vedi sms che ti comunicano tariffe speciali), si trasforma in una sorta di violenza alla privacy se usato in un altro contesto. Comunicare oggi è una vera e propria professione, che ha regole precise, che richiede una seria formazione, possibilmente con nozioni non proprio elementari di psicologia, diritto, sociologia oltre che a una vasta cultura generale, a un costante aggiornamento e alla conoscenza specifica e approfondita dei temi. A ciò va aggiunta la capacità di gestione delle nuove tecnologie, l'ottima conoscenza dei linguaggi (scritto, visivo, ecc.) e, soprattutto, un'overdose di creatività.

Peraltro anche il miglior comunicatore può sbagliare (in questo caso clamorosamente) perché tempi e modi della comunicazione hanno regole variabili, da plasmare sugli eventi, sulle situazioni, sui protagonisti. O meglio ancora non hanno regole. Ciò premesso, prescindere oggi dalla comunicazione significa tagliarsi fuori dal mondo.

Sia che veicoli un prodotto, sia che osanni o distrugga una persona o un evento, la comunicazione determina il mercato vero e proprio e quello delle idee. L'industriale che, per risparmiare, si affida al figlio solo perchè sa usare il computer per costruire un sito Internet, non scoprirà mai perché la concorrenza vende il doppio solo per aver investito in un ufficio di marketing, pubbliche relazioni, stampa. L'Ente che si taglia fuori dal rapporto coi media fidandosi esclusivamente della professionalità delle sue risorse, non capirà mai il perché, all'esterno, di tanta ignoranza, diffidenza, quando non vera e propria ostilità verso una materia in cui magari è leader.

Il primo pensiero in tal senso va alla Difesa. Premesso che il segreto militare va tutelato ad ogni costo, dal momento che mette in gioco la sicurezza delle persone e delle strutture, più in generale di una nazione, premesso che compito della comunicazione non è ostacolare, ma agevolare e migliorare la qualità del servizio, non è mistero per nessuno che remore di stampo ottocentesco hanno portato a una netta separazione tra civili e militari. Cosa che ad esempio non accade in un altro ambiente 'chiuso', quello delle gerarchie ecclesiastiche che della comunicazione sono praticamente i principali maestri.

Oggi, l'incomprensibile e farraginosa macchina informativa della Difesa (autorizzazioni a scalare, comunicati stampa trasudanti retorica, informazioni dirette solo a specialisti - in un mondo dove il comunicatore ha scoperto le immense possibilità della generalizzazione ai fini della diffusione - pregiudizi e, dulcis in fundo, le esigue risorse umane che effettivamente credono in un rinnovamento anche in questo settore - da cui la paura di perdere consenso all'interno) fanno sì che le Forze Armate, se anche si salvano da errori come quello citato in apertura, non riescano a fare cuneo come vorrebbero nell'opinione pubblica. E ciò, se era peccato veniale in tempi di leva obbligatoria (ossia quando ognuno si formava una propria opinione sull'esercito dovendo farne parte per un certo periodo di tempo), diventa peccato mortale oggi, quando l'esercito stesso deve fare proselitismo per la ferma volontaria.

Per quel che riguarda il marketing pubblicitario, il livello qualitativo dei depliant che promuovono il nuovo modello di Difesa è ottimo. Il linguaggio e gli strumenti usati (spesso fumetti, test attitudinali, la scelta di incidere su problemi sociali reali, quale la disoccupazione o la possibilità di poter continuare gli studi) sono quelli giusti per entrare in contatto con le nuove generazioni. Manca però quel messaggio determinante, quello che trasforma una scelta individuale in quella che è l'autorevolezza (e non autorità) di una scelta. Ci si continua ad affidare a un fideismo che alla fin fine si attorciglia su se stesso, costretto a far sempre più ricorso alla retorica per sopravvivere ancora per un po'. Chi sceglie di arruolarsi e, una volta preparato, riconferma la scelta, non ha all'esterno un riconoscimento del suo ruolo, se non da chi è o pro o contro la Difesa.

Colpa dei media o della mancanza di informazioni da parte dell'Esercito? Per chi opera nei media, sebbene categoria che ha un numero incommensurabile di limiti, in questo caso si propende spesso per la seconda ipotesi. Chi di professione informa deve per forza avere almeno un dato oggettivo da trasmettere. Lo deve avere rapidamente, con una certa costanza, comprensibile anche per un non addetto ai lavori e trasmissibile a chi dell'argomento non sa nulla, ma non è escluso a priori potrebbe essere interessato a volerne sapere qualcosa.

A oggi quelle rare informazioni che trapelano come segreti di Stato (al limite persino la festa d'addio per l'F-104) arrivano ai 'giornalisti specializzati', che, come i critici musicali, teatrali, d'arte in generale sono persone che avrebbero voluto fare il militare (o il musicista, o il regista, o quant'altro). Tutto rimane dunque nella cerchia degli intimi, ma non si fa informazione e non entra nell'immaginario collettivo- che fece tra l'altro, la fortuna dell'esercito italiano nel corso del Novecento.

Insomma, la turris eburnea in cui si è arroccata la Difesa (non la chiesa, che il proselitismo lo sa fare e bene, grazie anche a circa 2000 anni d'esperienza sul campo), è un boomerang. Non si mandano Sms alla persona sbagliata nel momento sbagliato nel modo sbagliato, ma non si riesce nemmeno ad avere quell'attenzione che serve per far capire a livello nazionale qual è il ruolo professionale e ad ottenere un consenso o anche un dissenso consapevoli.

La comunicazione è anche mercato, il mercato ha le sue regole, essere tagliati fuori dal mercato, oggi, prescindendo da ogni ideologia, significa sparire. Poi ognuno è libero di pensare e giudicare, ognuno seguendo il proprio sentire. Ma prima è essenziale sapere e saper dire per non ritrovarsi muti in un mondo di sordi.

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