Anno 2004

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Burundi, dopo l'assassinio del Nunzio apostolico

Alfonso Magro, 6 gennaio 2004

Il 29 dicembre 2003 l'Arcivescovo Michael Courtney, Nunzio apostolico della Santa Sede in Burundi, è deceduto a seguito delle ferite riportate nell'agguato tesogli mentre, a bordo della vettura ufficiale, era in transito nei pressi della città di Minago a circa 50 km a sud della capitale Bujumbura.

L'episodio avviene in maniera del tutto inaspettata in un contesto particolarmente favorevole per il Paese africano nel quale, poco meno di due mesi fa, è stato siglato un accordo definito "storico" fra il Governo di transizione e i due maggiori gruppi di ribelli: le Forze per la Difesa della Democrazia (FDD) e il Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia (CNDD), da dieci anni protagonisti di una sanguinosa guerra civile.

La conflittualità nel Paese trae origine dai dissidi fra l'etnia "hutu", discendente da agricoltori di ceppo bantu che costituisce oltre l'80% degli abitanti e l'etnia "tutsi", proveniente da tribù etiopiche di allevatori con tradizione guerriera che, pur essendo solo il 13% della popolazione, si impone come classe dominante.

Il Burundi è una Repubblica Presidenziale dal 1966, anno in cui un colpo di stato militare appoggiato dai Tutsi destituisce la monarchia del sovrano Ntaré V. Il regime democratico, tuttavia, non riesce a risolvere né la disastrosa situazione economica né le rivalità etniche interne, che provocano il susseguirsi di scontri armati con un'enorme quantità di vittime - specie fra gli Hutu - e alimentano imponenti flussi migratori della popolazione, peraltro in forte crescita demografica.

Nel 1987 il Burundi conosce per circa cinque anni un periodo di relativa stabilità sotto il regime autoritario del Maggiore Pierre Buyoya sostenuto dai Tutsi. Nel 1993 tuttavia, a seguito delle prime elezioni pluripartitiche che portano alla Presidenza della Repubblica Melchior Nadadye esponente dell'etnia hutu, la spiralizzazione della violenza ha di nuovo il sopravvento e lo stesso Presidente neoeletto è assassinato pochi mesi più tardi.

Le ostilità fra le fazioni in lotta proseguono fino all'agosto 2000 quando ad Arusha, in Tanzania, i belligeranti raggiungono un accordo con la prestigiosa mediazione di Nelson Mandela già presidente del Sudafrica: si concorda il cessate il fuoco e la formazione di un governo di transizione misto formato dai rappresentanti di entrambe le etnie, con alla Presidenza della Repubblica il tutsi Pierre Buyoya per i primi diciotto mesi, da alternarsi con l'hutu Domitien Ndayizeie nell'analogo periodo successivo.

Al momento attuale le risultanze dell'accordo possono essere considerate più che positive: anche se la tregua non è mai stata completamente rispettata, ha avuto successo invece l'alternanza etnica dei presidenti della Repubblica e, proprio nelle trattative siglate lo scorso ottobre, ulteriori divergenze sulla ripartizione dei posti nell'assetto politico del governo sono state appianate con il concorde assenso delle parti.

A tutte le suddette iniziative, tuttavia, non ha mai voluto partecipare il gruppo più oltranzista dell'etnia hutu capeggiato da Agathon Rwasa, le Forze Nazionali di Liberazione (FNL) che sono ora accusate dell'assassinio del Nunzio apostolico Michael Courtney. Le stesse, per contro, si proclamano innocenti e addossano la responsabilità dell'attentato all'Esercito, invitando contestualmente il Presidente della Conferenza Episcopale Cattolica del Burundi, Monsignor Simon Ntamwana, a lasciare il Paese entro trenta giorni.

L'accaduto è di una eccezionale gravità, non tanto per l'attentato in sé che nel contesto di una guerra civile può essere considerato un avvenimento "normale", ma soprattutto per l'obiettivo dell'attentato stesso, cioè il rappresentante di uno Stato estero che, come tale, doveva essere protetto dall'immunità diplomatica, prerogativa di base per le relazioni internazionali.

La gravità dell'avvenimento sta anche nel fatto che la situazione nel Paese non è sotto controllo né da parte delle Autorità governative, cui compete di fare rispettare l'ordine pubblico e - nel caso specifico - di garantire la sicurezza del personale diplomatico, né da parte dei vertici hutu, cui dovrebbe risalire la leadership di tutta l'etnia anche di quella più oltranzista. L'attentato appena compiuto, che appare piuttosto un'esecuzione di stampo terroristico perpetrata oltretutto nei confronti di personale inerme, rischia di porre in discussione il raggiungimento di una concreta stabilità nel Burundi e di vanificare l'accordo di pace faticosamente raggiunto.

La Santa Sede, che gode di ampi consensi in Burundi dove la religione cristiana ha quasi soppiantato il tradizionale culto animista, commenta l'uccisione del Nunzio apostolico con "profondissimo dolore e sgomento" e la definisce un caso unico per l'epoca moderna: anche nei periodi più difficili del recente passato, come la seconda guerra mondiale, non è mai stato assassinato nessun ambasciatore del Pontefice ma, quando si stavano concretizzando situazioni di pericolo per la sua incolumità fisica, è stato anzi espulso dal Paese.

Il Governo di Bujumbura sicuramente aprirà ora un'inchiesta per individuare fra i responsabili del crimine sia gli esecutori materiali sia coloro che, pur potendolo, non l'hanno impedito; tuttavia, oltre alla giustizia interna, le Autorità politiche saranno costrette ad analizzare soprattutto le ripercussioni che l'irragionevole gesto ha provocato in ambito internazionale e la sua ricaduta sull'intera Nazione, dal momento che il Burundi, dotato di scarsa autonomia economica e dilaniato per anni dalla guerra civile, tuttora dipende in maniera consistente dagli aiuti di Paesi esteri.

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