Anno 2004

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Il fondamentalismo islamico in Algeria

Alfonso Magro, 4 maggio 2004

Nel mese di aprile in Algeria si sono tenute le elezioni politiche generali, che hanno visto la riconferma alla presidenza della Repubblica con l'ottantaquattro percento dei suffragi dell'uscente Abdelaziz Bouteflika, già eletto nel 1999 come candidato indipendente ma sostenuto dall'Esercito e dal partito maggioritario FNL (Fronte Nazionale di Liberazione).

Il FNL nasce dall'omonimo movimento rivoluzionario capeggiato da Ahmed Ben Bella, che dal 1954 al 1962 aveva condotto la guerra di liberazione contro la Francia, rendendosi artefice dell'indipendenza algerina. Dopo il colpo di stato del 1965 guidato dal colonnello Houari Boumedienne, il FNL da depositario della legittimità rivoluzionaria diventa in breve partito unico con orientamenti antimperialisti e adotta il modello politico del socialismo islamico, inteso come prassi e non come religione.

Per un decennio l'Algeria conosce un periodo di "potere rivoluzionario", durante il quale procede alla nazionalizzazione delle ricchezze del paese e all'imposizione di una strategia di sviluppo basata sulla rivoluzione culturale. Ne deriva anche un periodo di stabilità interna, reso possibile dagli investimenti in opere d'interesse sociale effettuati dalle autorità governative, utilizzando in modo particolare i ricavi delle esportazioni di petrolio e di gas naturale.

A questo periodo risale la conflittualità con il nemico storico dell'Algeria, il Marocco, nata per questioni di frontiera, ma poi condotta per contrastare le aspirazioni di Rabat volte alla costituzione del Grande Marocco e al tempo stesso per imporre la propria supremazia sul Magreb, anche allo scopo di assicurarsi uno sbocco sulle coste atlantiche.

Successivamente Algeri alimenta il contenzioso con Rabat sostenendo il Fronte Polisario, il movimento indipendentista in lotta con il Marocco per la liberazione del Sahara Occidentale, ospitando i rifugiati saharawi in campi profughi nel deserto di Tindouf e appoggiando la loro organizzazione politica (Repubblica Araba Saharawi Democratica) e militare (Esercito di Liberazione Popolare Saharawi).

Il presidente Boumedienne rimane in carica fino alla morte avvenuta per malattia nel 1979 e nello stesso anno è sostituito dal colonnello Chadli Bendjedid, che non modifica sostanzialmente la linea politica del predecessore ma che disattende le attese dei movimenti islamici d'opposizione: gli stessi auspicavano, infatti, un rimpasto della compagine governativa, da qualche tempo in discredito per avere gestito in modo clientelare le rendite delle più importanti risorse nazionali.

In risposta alla crisi del partito unico e alle difficoltà economiche del paese, nel 1982 l'ala più oltranzista del fondamentalismo algerino costituisce il Movimento Islamico Armato (MIA), un gruppo clandestino che invia in addestramento i propri adepti presso i mujahedin dell'Afghanistan e nel settembre del 1989, nonostante l'introduzione del multipartitismo determinata da una serie di sanguinose rivolte in più regioni del paese, ad Algeri si forma il Fronte Islamico di Salvezza (FIS) che ingloba il MIA e altri movimenti fondamentalisti.

Il FIS vince le elezioni comunali del 1990 e quelle regionali del 1991 e, diventando il partito maggioritario del paese, decide di tentare la scalata al potere in modo legale, ma senza offrire garanzie di mantenere l'assetto costituzionale basato sul multipartitismo. La prospettiva non trova l'assenso dell'Esercito algerino - a cui risale il potere reale - che nel gennaio del 1992 estromette il presidente Chadli Bendjedid, sospende le elezioni politiche generali e scioglie il FIS.

L'autorità di governo è affidata a un Alto Consiglio di Stato presieduto da Mohammed Boudiaff, un capo del movimento rivoluzionario richiamato dall'esilio in Marocco, che reprime duramente i sostenitori dell'opposizione islamica, ma che è assassinato solo sei mesi dopo il suo insediamento. Il FIS reagisce con il ricorso alla lotta armata contro il regime militare, ingenerando una complessa spirale di violenza destinata a trasformare l'Algeria in un "paese scannatoio".

Inizia una delle più sanguinose guerre civili del continente africano - tuttora in atto anche se in forma latente - che in poco più di un decennio provoca almeno 100.000 vittime. Alle stragi di civili e alle uccisioni di soldati e di funzionari governativi perpetrate dai gruppi integralisti più radicali, si contrappone la repressione sempre più intransigente dell'Esercito.

Durante gli anni Novanta si susseguono diverse iniziative per porre fine ai massacri, sia all'interno del paese sia a livello internazionale, fra cui nel 1996 anche quella della comunità cattolica italiana di S. Egidio, ma tutte le soluzioni negoziali sono sempre rigettate da almeno una delle parti in lotta.

L'elezione nel 1999 di Abdelaziz Bouteflika costituisce il primo concreto tentativo di troncare l'inarrestabile spirale di violenza. Il nuovo governo avvia trattative con il FIS ed elabora un progetto di legge di "concordia nazionale", votato dal Parlamento e confermato da un referendum popolare, ma alcuni gruppi armati dissidenti, come il Gruppo Armato Islamico (GIA) e il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento (GSPC), non aderiscono alle condizioni dell'accordo.

Il dissenso del GIA e del GSPC, che peraltro riprendono gli attentati anche contro i rappresentanti dei movimenti islamici moderati, vanifica l'iniziativa di pacificazione del governo e blocca l'avvio sia della stabilità politica interna sia dello sviluppo economico statale fra il malcontento della popolazione, metà della quale è ridotta alla soglia della povertà.

La recente rielezione di Abdelaziz Bouteflika, ottenuta con il consenso quasi unanime degli aventi diritto al voto, rappresenta la rinnovata aspirazione dell'Algeria a porre fine alle lotte intestine in modo politico ed è confermata anche dall'atteggiamento dell'Esercito che, per la prima volta dall'indipendenza, non è intervenuto sugli esiti delle consultazioni elettorali.

La neutralità dell'Esercito nella recente competizione politica è anche il risultato di una serie di colloqui bilaterali, tenutisi fra Algeri e Washington alla fine dello scorso anno, da cui è scaturita la possibilità per l'Algeria di firmare un memorandum d'associazione con la NATO, che sarà in discussione nell'incontro al vertice dell'Alleanza Atlantica di previsto svolgimento a Istanbul.

Oltre al raggiungimento della stabilità interna, la questione più importante per l'Algeria è ora costituita dalla tendenza dei gruppi terroristici armati a collaborare con al Qaeda, non solo nell'allinearsi all'ideologia antioccidentale, ma soprattutto nel favorire l'espansione del fondamentalismo islamico nelle aree desertiche e poco controllate del Sahara algerino.

Il GSPC, valutato di circa 400 combattenti e capeggiato dall'ex paracadutista dell'Esercito algerino Abderrezak "Le Para", è stato fondato nel 1998 su pressione di Osama bin Laden nella regione di Kabilya a est di Algeri e attualmente è operante nel sud dell'Algeria lungo i confini con il Mali e la Mauritania e costituisce di fatto un ulteriore fronte sul piano della sicurezza internazionale.

La minaccia del terrorismo islamico in espansione nei paesi nordafricani ha recentemente allarmato gli Stati Uniti che, nell'ambito della "Iniziativa Pan Sahel" volta a circoscrivere il fenomeno, avrebbero distaccato alcuni nuclei di forze speciali in Algeria a supporto delle autorità governative impegnate contro il GSPC e inoltre, come già avvenuto in Tunisia, avrebbero ottenuto l'assenso di Rabat a utilizzare basi addestrative in Marocco.

L'attuale situazione algerina, nella quale coesistono fazioni di opposizione in termini politici ed etnici in stretta analogia con altre nazioni africane, non si presenta di facile appianamento per la presenza dei gruppi terroristici islamici che, orientati al fondamentalismo di al Qaeda, costituiscono un'ulteriore e più pericolosa frammentazione della dissidenza nel paese.

L'obiettivo di questi movimenti, infatti, non è l'autodeterminazione o il controllo delle rendite provenienti dallo sfruttamento delle risorse naturali, ma l'opposizione generalizzata al mondo occidentale che, essendo il maggiore acquirente dei prodotti naturali estratti, potrebbe essere indotto a interrompere le relazioni commerciali con il paese, cessando conseguentemente di essere la fonte dell'economia algerina.

Un'analisi attenta del problema nel suo insieme indurrebbe a individuare la ripresa del paese nell'eliminazione del terrorismo, che è la sua maggiore condizione di vulnerabilità, e al tempo stesso nell'ampliamento l'esportazione del petrolio quale suo più importante fattore di potenza. La ferma messa al bando del terrorismo consentirebbe all'Algeria di mantenere le relazioni diplomatiche e commerciali con l'Occidente e di aprire la strada agli investimenti stranieri. La conferma può essere tratta dall'attuale situazione della Libia che, dopo la sua spontanea condanna a ogni forma di terrorismo, ha infranto l'isolamento a cui era stata relegata dalla comunità internazionale e con la quale sta ora normalizzando i suoi rapporti.

L'incremento dell'estrazione del petrolio e lo sviluppo della sua esportazione rappresenterebbe, inoltre, un investimento nel lungo termine per l'Algeria che, considerata la sua vicinanza con l'Europa, potrebbe assumere per l'Occidente il ruolo di paese produttore di elevata importanza. Un esempio di proiezione verso i maggiori consumatori come gli Stati Uniti, la Cina e l'Europa, può essere fornito dall'attuale politica economica della Russia, volta a trasformarsi in una fonte alternativa di approvvigionamento rispetto ad alcuni Stati del Medio Oriente che, travagliati da lotte armate senza fine e interessati da una pluralità di conflitti ideologici, sembrano destinati a diventare delle fonti incerte e inaffidabili di produttività energetica.

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