Anno 2004

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Congo, la soluzione è spartire la ricchezza

Alfonso Magro, 10 luglio 2004

Recentemente il governo della Repubblica Democratica del Congo ha disposto il dispiegamento di diecimila militari governativi nella provincia orientale del paese, suscitando la protesta del confinante Ruanda, che ha interpretato la manovra come un'attività preparatoria per un'invasione del proprio territorio: i timori del Ruanda scaturiscono dall'avere concesso rifugio a un gruppo di ribelli dissidenti, che poche settimane prima avevano occupato la città congolese di Bukavu.

Il provvedimento di Kinshasa ha sollevato anche la preoccupazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, nel definire l'iniziativa un dispiegamento di forze "senza precedenti", ha ammonito il Ruanda, il Burundi e l'Uganda a non concedere alcun tipo di supporto ai gruppi armati operanti nella regione e ha sollecitato gli stessi a intervenire diplomaticamente per ridurre la tensione con la Repubblica Democratica del Congo.

L'intervento delle Nazioni Unite è stato motivato dall'esigenza di prevenire l'insorgere di una spirale di violenza nella regione dei Grandi Laghi, quale possibile origine di un conflitto di ampie proporzioni analogo a quello concluso nel 2002 definito "La prima guerra mondiale africana", cui hanno partecipato, oltre agli attuali contendenti, gli eserciti regolari di diversi Stati e che in cinque anni di lotta ha provocato più di tre milioni di vittime.

Le pressioni della comunità internazionale hanno avuto successo e, al momento, il pericolo di una guerra sembra evitato: lo scorso 25 giugno il presidente congolese Joseph Kabila e quello ruandese Paul Kagame si sono incontrati ad Abuja capitale della Nigeria e, nella presumibile convinzione da parte di entrambi sulla inopportunità di un nuovo conflitto, hanno convenuto di nominare una commissione congiunta per verificare la consistenza delle reciproche accuse e per controllare il punto di situazione sul disarmo dei guerriglieri ribelli.

La Repubblica Democratica del Congo è uno Stato fra i più grandi in estensione e fra i più ricchi di risorse minerarie di tutto il continente africano; già possedimento del Belgio che sottopose il paese a un regime di sfruttamento, il 30 giugno 1960 ottiene l'indipendenza dal re Baldovino I, pressato da una crescente instabilità interna determinata da gravi scontri etnici.

Il nuovo Stato, in cui la struttura tribale è prevalente rispetto all'ordinamento repubblicano nato dalla decolonizzazione, oggetto peraltro d'interventi esterni da parte delle potenze occidentali interessate allo sfruttamento delle ricchezze naturali, sviluppa fin dall'inizio una complessa conflittualità, diventando il territorio più instabile del continente, altrimenti conosciuto come "Il ventre molle dell'Africa".

Il primo conflitto inizia pochi giorni dopo le elezioni democratiche del 1960 che vedono eletti alla guida del governo Patrice Lumumba - assassinato il 17 gennaio dell'anno successivo in circostanze mai chiarite - e alla presidenza della Repubblica Joseph Kasavubu; in tale contesto il funzionario governativo Moise Ciombé, con l'appoggio delle forze di Bruxelles e sostenuto dalla compagnia mineraria belga l'Union Miniere, proclama la secessione della ricca provincia del Katanga.

La guerra civile, nella quale intervengono anche forze inviate dalle Nazioni Unite, dura tre anni e il presidente Kasavubu evita la scissione nominando Ciombé capo del governo, con l'incarico di formare un esecutivo di salute pubblica. Dopo l'allontanamento di Ciombé nell'ottobre 1964, la crisi interna termina nel novembre del 1965 con la destituzione di Kasavubu a seguito di un colpo di stato del generale Sese Seko Mobutu, che ristabilisce l'integrità del territorio congolese mettendo fine agli scontri armati.

Nel 1966 Mobutu costituisce un regime autoritario di tipo presidenziale e il suo partito, il Movimento Popolare della Rivoluzione (MPR) definito "Istituzione suprema della Repubblica", diventa il Partito unico. Nel 1970 Mobutu è confermato presidente per altri sette anni e, richiamandosi a una filosofia conosciuta come "mobutismo o dottrina di autenticità africana ", avvia un vasto programma di "africanizzazione", a seguito del quale nel 1971 è cambiato il nome del paese in Zaire - come anche quello di diverse città quali Leopoldville che diventa Kinshasa - e vengono nazionalizzate le imprese straniere, specie quelle operanti nel settore minerario.

Il programma avviato da Mobutu, tuttavia, non si sviluppa con i risultati sperati e l'economia dello Zaire rimane legata alle esportazioni del rame: negli anni Settanta il calo del prezzo del minerale sui mercati internazionali provoca l'aumento del debito estero e nel 1976 Mobutu è costretto a riammettere nel paese le imprese straniere.

L'elevato debito estero, l'alto livello di corruzione e la gestione economica poco oculata del governo zairese causano nel 1977 e nel 1978 due tentativi di secessione da parte della provincia dello Shaba (ex Katanga), invasa in entrambe le circostanze da separatisti fedeli a Ciombé provenienti dall'Angola, dove l'uomo politico katanghese si era rifugiato nel 1965 dopo l'avvento al potere di Mobutu.

Le crisi conflittuali, definite Shaba I e Shaba II, evolvono positivamente per lo Zaire e si concludono con la cacciata oltre confine dei ribelli, avvenuta a seguito dell'intervento di contingenti militari stranieri, chiesti da Mobutu a supporto delle proprie forze armate: nella crisi Shaba I intervengono 1.500 paracadutisti del Marocco che, trasportati in zona di operazioni con velivoli militari forniti dalla Francia, in due mesi assumono il controllo del territorio, mentre al conflitto Shaba II partecipano, con il supporto logistico dell'Aeronautica militare degli Stati Uniti, 700 francesi della Legione Straniera e 1.700 soldati del Belgio, che evacuano dalla provincia duemila cittadini europei e liberano rapidamente la città di Kolwezi occupata dai ribelli.

La corruzione sempre più diffusa e l'appropriazione illegale delle ricchezze del paese aggravano la crisi economica che agli inizi degli anni Novanta raggiunge la sua fase critica. Pressato dalla comunità internazionale e dall'opposizione interna, il dittatore nel 1990 annuncia il ripristino delle libertà politiche e nel 1991 introduce nel paese il pluripartitismo.

Il regime di Mobutu, tuttavia, continua a essere contrastato da movimenti ostili in rapida proliferazione e in altrettanto rapido scioglimento, aggregati in alleanze sempre mutevoli in termini di consistenza e di obiettivi ed è destinato ad avviarsi all'epilogo: negli anni successivi il perdurante clima di instabilità interna non consente il successo né dei tentativi di indire libere elezioni né di quelli volti a formare compagini governative con le rappresentanze di tutte le parti.

La situazione precipita nel 1996 con lo scontro etnico tra Tutsi e Hutu, da cui si genera l'ennesimo movimento rivoluzionario che nei primi mesi del 1997 sconfigge le forze governative, destituisce Mobutu e proclama presidente Laurent-Desiré Kabila, capo del movimento stesso; la conflittualità congolese - nel frattempo il nome Zaire è cambiato in Repubblica Democratica del Congo - degenera nella "Prima guerra mondiale africana", nella quale a favore del Ruanda si schierano l'Uganda e il Burundi, mentre in appoggio al governo di Kinshasa intervengono l'Angola, la Namibia, lo Zimbabwe e il Ciad, con il sostegno diplomatico del Gabon, dell'Etiopia, dell'Eritrea, della Tanzania e dello Zambia.

Nel gennaio 2001 il presidente Kabila viene assassinato in una congiura originata da motivazioni estranee al conflitto in corso e rapidamente è sostituito dal figlio Joseph che rilancia il dialogo interno con le opposizioni, riprende i contatti con i paesi belligeranti e riallaccia le relazioni diplomatiche con le potenze occidentali, interrotte a seguito dell'accusa mossa al regime di Kabila di violazione dei diritti umani, perpetrata all'inizio delle ostilità ai danni dell'etnia Hutu.

Nel febbraio 2002 i rappresentanti del governo di Joseph Kabila e delle opposizioni si incontrano a Sun City in Sudafrica, dove viene concordato uno "schema di transizione" guidato da Kabila alla presidenza e dal dissidente Jean-Pierre Mbemba al governo. Nei mesi successivi i paesi intervenuti nel conflitto firmano accordi di tregua e iniziano a ritirare i propri contingenti, consentendo al paese di approdare a un periodo di fragile stabilità, vigilato dalla presenza della Missione delle Nazioni Unite per il Congo (MONUC).

L'incontro di Abuja del 25 giugno scorso dimostra, tuttavia, la tendenza dei due governi a non infrangere la tregua faticosamente raggiunta due anni prima e a non volere innescare un nuovo conflitto, che vedrebbe coinvolte altre Nazioni della regione e che sicuramente comporterebbe le stesse conseguenze della guerra appena conclusa, con particolare riferimento alle ripercussioni negative sulla intera economia statale.

L'analisi della situazione congolese porta a considerare in un piano di priorità il problema della gestione economica nel suo insieme correlata, indubbiamente, alla gestione politica dello stesso: non appare casuale il fatto che un territorio ricco di risorse naturali da cui potere ricavare ingenti introiti sia anche la fonte di una complessa conflittualità che, oltre ad avere origini interne in analogia ad altri paesi africani, assume anche un aspetto internazionale per il coinvolgimento di Stati confinanti o viciniori.

La Repubblica Democratica del Congo è il paese più esteso dell'Africa dopo il Sudan e l'Algeria e, come tale, presenta obiettive difficoltà di controllo interno, ma un eventuale frazionamento dei suoi confini sarebbe ora anacronistico, in quanto il principio della intangibilità delle frontiere, proclamato ufficialmente dall'OUA nel 1963, è diventato un principio basilare della geopolitica africana.

Dal punto di vista politico, la stabilità interna ricercata nel Partito unico e nel regime autoritario non ha prodotto gli effetti auspicati; la via obbligata sembra ora indirizzata al pluripartitismo e alla partecipazione al governo di tutte le rappresentanze del paese, anche se si tratta di un obiettivo che comporta complesse trattative fra le parti e tempi lunghi di realizzazione.

La strada più immediata e più concreta, appare quella della ripartizione fra le parti dei proventi derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali, com'è avvenuto di recente nel Sudan - altrettanto esteso e altrettanto ricco - che sta ottenendo in tal modo la stabilità interna a premessa del proprio sviluppo economico.

Per il governo di Kinshasa sembrerebbe attualmente più proficuo fare cessare i venti di guerra che soffiano sulla sua provincia orientale, allo scopo di indirizzare le proprie energie non tanto a provocare l'insorgere di nuovi conflitti, ma soprattutto a conferire un impulso più consistente alla economia statale che, oltre al rame, al cobalto e ai diamanti per uso industriale di cui è da sempre produttrice, potrebbe incrementare la produzione del "coltan", la colombo-tantalite diventata un materiale essenziale per l'aeronautica e per l'informatica.

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