Anno 2004

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Uganda, la guerra dimenticata

Alfonso Magro, 16 agosto 2004

Il papa Giovanni Paolo II il 25 luglio, prima dell'Angelus a Castelgandolfo, ha parlato delle guerre in Africa, in particolare di quelle in atto nel Sudan e in Uganda e, riferendosi a quest'ultimo Stato, ha detto: "Da più di diciotto anni il nord dell'Uganda è sconvolto da un disumano conflitto, che coinvolge milioni di persone, soprattutto bambini. Molti di essi, presi nella morsa della paura e privati di ogni futuro, si sentono costretti a fare i soldati. Mi rivolgo alla comunità internazionale e ai responsabili politici nazionali perché si ponga fine a questo ormai tragico conflitto e si offra una reale prospettiva di pace all'intera nazione ugandese".

Sul problema della conflittualità africana, specie con riferimento alla situazione nella regione sudanese del Darfur, sono state intraprese iniziative concomitanti all'invito del Pontefice, come la denuncia della corsa agli armamenti effettuata dall'agenzia "Fides", della Congregazione vaticana per l'evangelizzazione dei popoli, e l'appello di Javier Solana, alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e la sicurezza comune che, al riguardo, ha prodotto un contatto tra i ministri degli Esteri dell'Olanda e del Sudan (fonte: "Il Giornale" del 26 luglio 2004).

Contrariamente alle recenti attenzioni rivolte al governo di Khartoum, per l'Uganda - a parte l'appello del Pontefice - non sembra siano emerse nel frattempo iniziative in tal senso, come se la situazione conflittuale di questo paese africano, forse per il fatto che si protrae da troppo tempo, debba considerarsi una controversia di secondaria importanza. L'Uganda è invece uno degli Stati più travagliati del continente nero in termini di conflittualità, determinata sia da cambi radicali di regime sia da tutte le forme di conflitto tipiche del periodo postcoloniale: colpi di stato, tensioni di frontiera, controversie interne e dissidi etnici.

Il territorio ugandese, formato in origine da quattro regni feudali dei quali il principale era quello di Buganda, dal 1894 è un protettorato britannico e nel 1962 ottiene dalla Gran Bretagna l'indipendenza nell'ambito del Commonwealth; l'anno successivo diventa una repubblica federata con "presidente a vita" Mutesa II, re del Buganda, e con Milton Apollo Obote, capo dell'Uganda People's Congress (UPC), nella carica di primo ministro.

La vita della federazione nei primi anni d'indipendenza non inizia in modo tranquillo a causa della tensione tra il Buganda, che detiene la supremazia politica ed economica del paese, e il governo di Obote, espressione delle popolazioni nilotiche del Nord che sono più favorevoli alla centralizzazione e che aspirano a una posizione ugualitaria nell'ambito della federazione. Obote nel febbraio del 1966 invia l'esercito in Buganda che depone Mutesa II e successivamente vara una nuova costituzione e instaura la repubblica, il cui primo presidente è lo stesso Obote.

Negli anni successivi si afferma sempre di più l'influenza del comandante delle forze armate ugandesi, il generale Idi Amin Dada, che gradualmente diventa una potenziale minaccia per il regime del paese. Obote tenta di sbarazzarsi di Amin nel gennaio del 1971 quando, partendo per la conferenza dei capi di governo del Commonwealth a Singapore, ordina a ufficiali lealisti, appartenenti ai distretti settentrionali Acholi e Lango, di arrestare l'avversario e i suoi sostenitori.

Amin viene tuttavia informato del provvedimento e, prima della sua attuazione, decide di anticipare gli eventi: nelle prime ore del mattino del 25 gennaio, unità meccanizzate a lui fedeli, formate prevalentemente da militari delle etnie Lugbara e Kakwa, attaccano gli obiettivi sensibili di Kampala e l'aeroporto di Entebbe, dove il primo proiettile sparato dal carro armato di un sostenitore di Amin uccide due sacerdoti cattolici nella sala d'attesa dell'aeroporto.

Le unità lealiste di Obote, colte di sorpresa dalla contromossa degli avversari, vengono sottomesse senza difficoltà dalle truppe di Amin, che iniziano immediatamente le esecuzioni in massa degli antagonisti. Obote è costretto a rifugiarsi in Tanzania, mentre Amin assume i pieni poteri e dà vita a una dittatura caratterizzata da spaventosi massacri degli oppositori politici e della popolazione Acholi e Lango, accusate di aver appoggiato il regime precedente. In otto anni di dittatura si calcola che Amin abbia mandato a morte almeno 300.000 persone.

Nel settembre 1971 nasce una tensione di frontiera con la Tanzania accusata di ospitare gli avversari politici di Amin e un anno dopo scoppia un conflitto fra i due paesi a seguito della penetrazione in Uganda di circa 1.500 sostenitori armati dell'ex presidente Obote. I rivoltosi occupano alcune città ugandesi e giungono a quasi cento miglia dalla capitale Kampala ma dopo questi successi iniziali vengono sconfitti in pochi giorni dalle forze governative.

Contemporaneamente alla crisi con la Tanzania, nell'agosto del 1972 emerge una questione interna dopo l'espulsione dall'Uganda di circa 50.000 asiatici e la confisca delle loro proprietà; nonostante la dichiarazione di Amin, divenuta peraltro altamente popolare, intesa a favorire con il provvedimento la comunità ugandese, in realtà tutti i beni espropriati vanno a beneficio dell'esercito e l'allontanamento della minoranza asiatica dalle attività commerciali gestite dalla stessa provoca il collasso dell'economia statale.

Il malcontento dilaga nel paese e nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1974 viene effettuato un colpo di stato militare dal generale Arrube, ex capo di stato maggiore dell'Esercito, inteso a rovesciare il regime di Amin. Dopo diverse ore di combattimenti per le strade di Kampala, le forze fedeli al presidente ugandese riprendono il controllo della situazione e il tentativo d'insurrezione fallisce. Gli insorti sono tutti giustiziati e lo stesso Arrube muore suicida.

Nell'ottobre 1978 scoppia un'ulteriore tensione di frontiera con la Tanzania, dopo l'invasione della provincia settentrionale di quest'ultimo paese da parte delle unità lealiste ugandesi, inviate da Amin contro alcuni reparti dell'esercito che si erano ammutinati e rifugiati oltre confine. La Tanzania contrattacca e con il sostegno dell'Uganda National Liberation Army (UNLA) penetra in territorio ugandese. Nell'aprile del 1979 le forze tanzaniane costringono alla resa Kampala, mentre gli ultimi reparti fedeli ad Amin combattono sulla strada che collega la capitale all'aeroporto di Entebbe per permettere la fuga in Libia del dittatore.

Con la caduta del regime di Amin, si costituisce una Coalizione Provvisoria Nazionale presieduta da Yusuf Lule, un accademico studioso di pedagogia, di orientamento filobritannico. Washington e di Londra riallacciano con il nuovo governo ugandese le relazioni diplomatiche interrotte rispettivamente nel 1973 e nel 1976.

Le tensioni interne tuttavia non si attenuano e, dopo l'avvicendamento alla guida del paese di tre presidenti che tentano di instaurare una intesa democratica fra le parti, il 13 maggio 1980 un colpo di stato militare riporta al potere Obote. Nel 1982 si verificano nuovi tumulti popolari che il governo reprime con particolare durezza e durante i quali più di centomila persone trovano la morte. Il regime di Obote è fortemente conteso ed è costretto a fronteggiare diversi gruppi di guerriglia, fra cui le milizie ancora fedeli ad Amin e quelle del Movimento di resistenza nazionale (NRM) capeggiate da Yoweri Kaguta Museveni.

Il 27 luglio 1985, un colpo di stato militare guidato dal generale Basilio Olara Okello, appartenente a un'etnia nilotica e capo di una fazione armata formatasi nel distretto di Acholi, destituisce Obote, che è costretto a riparare nello Zambia; Okello s'impadronisce del potere e, nel tentativo di porre fine a due decenni di massacri e alle sistematiche violazioni dei diritti umani, avvia - seppure in un clima di obiettive difficoltà - trattative con il dissidente Museveni.

Nonostante i negoziati in corso, il 26 gennaio dell'anno successivo il NRM mette in atto l'ennesimo colpo di stato e dopo due giorni di accesi combattimenti contro le forze governative conquista Kampala assumendo il controllo di tutto il territorio nazionale. Il generale Okello fugge in Sudan e Museveni s'insedia nella carica di presidente, che tuttora detiene.

Il nuovo governo di Kampala si trova fin dall'inizio di fronte a un bilancio statale particolarmente deficitario e, non solo con il supporto di consistenti aiuti stranieri ma anche avviando programmi di liberalizzazione per incoraggiare lo sviluppo dell'agricoltura, intraprende grandi sforzi per rilanciare l'economia che con gradualità raggiunge progressi significativi.

Museveni riesce anche a stabilizzare quasi completamente la situazione interna del territorio, coinvolgendo tutti i gruppi etnici e le forze politiche nel governo del paese e facendo, in tal modo, cessare il fenomeno dei colpi di stato, ma non riesce a evitare l'insorgere di una nuova forma di guerriglia che, ancora attiva nei distretti del Nord, alimenta il conflitto ricordato dal Pontefice, conosciuto anche come "la guerra dimenticata" dell'Uganda.

Tale guerra è condotta contro le forze regolari ugandesi dall'Esercito di Resistenza del Signore (LRA) guidato da Joseph Kony, capo dell'etnia settentrionale Olum, che da anni dà vita a un'inconcepibile crociata ai danni del governo di Kampala, volta a imporre la legge dei Dieci Comandamenti del Vecchio Testamento al posto della Costituzione attualmente in vigore in Uganda. Oltre all'assurda motivazione ideologica, LRA trova anche una giustificazione politica della propria crociata quando nel 1994 è incoraggiato alla ribellione contro Museveni dalle autorità governative del Sudan, che accusano il presidente ugandese di appoggiare John Garang il capo storico dello SPLA, il movimento separatista attivo nelle regioni meridionali sudanesi.

Kony ingrandisce LRA reclutando forzatamente i bambini dagli otto ai sedici anni di età appartenenti ai distretti di Acholi e di Lango e in cambio dell'appoggio fornito riceve dall'esercito sudanese armi, munizioni e l'autorizzazione a usufruire di basi operative nel Sudan meridionale. Al momento si valuta che LRA sia costituito da circa 4.000 ribelli inquadrati in cinque brigate, composte al novanta percento dai bambini costretti a fare i soldati, il cui sequestro nell'ultimo decennio è stato stimato in circa 20.000 unità.

Un'analisi della situazione nel suo complesso indurrebbe a ritenere ormai prossima la fine della ribellione di Kony, dovendo venire a decadere - presumibilmente nel breve termine - il presupposto del sostegno straniero, a seguito del recente accordo di pace sottoscritto in Sudan fra il governo di Khartoum e i separatisti dello SPLA. Qualora si dovesse verificare questa eventualità, la sopravvivenza del LRA all'interno dell'Uganda resterebbe legata solo alla volontà politica del presidente Museveni di intervenire in maniera risolutiva nei confronti di Kony, in quanto - secondo l'opposizione ugandese - la guerriglia nel Nord del paese sarebbe servita a tenere a bada gli Acholi, tradizionalmente ostili all'attuale governo di Kampala.

L'ostilità degli Acholi è un problema annoso e la sua risoluzione è da ricercarsi senza dubbio in campo politico: attualmente il regime di Museveni non prevede il pluripartitismo, ma una "democrazia senza partiti" e tale assetto, evidentemente, non è sufficiente ad assicurare la partecipazione di tutte le rappresentanze sociali al governo del paese e a garantire la completa stabilità interna. Anche se l'adozione del pluripartitismo si presenta come una soluzione non immediata per la complessità delle trattative fra le parti, per il regime di Museveni sembra essere comunque la strada più conveniente da percorrere, nella prospettiva peraltro di ottenere un maggior numero di consensi nelle elezioni presidenziali di previsto svolgimento nel 2006.

Una volta eliminata la fonte di alimentazione dall'estero e la motivazione politica all'interno, la lotta al LRA potrebbe essere proseguita sotto il profilo giuridico, secondo il quale si potrebbe procedere all'applicazione del "Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia", concernente il divieto di impiegare nei conflitti armati i minori di diciotto anni, firmato da 94 Stati e ratificato da 14 in ambito ONU ed entrato in vigore il 22 febbraio 2002.

Un ulteriore argomento che induce a ritenere imminente l'epilogo della guerra dimenticata in Uganda, appare il contenuto dell'ideologia stessa del LRA, che si presenta come un coacervo di concetti cristiani, animisti e di magia africana e a cui recentemente è stato aggiunto da Kony l'undicesimo comandamento: "Non dovrai mai guidare una bicicletta".

In un paese dove prevale il cristianesimo, con il sessantasei percento fra cattolici e protestanti, sicuramente non dovrebbe passare inosservata l'incongruenza di quest'ultima imposizione con i dettami del decalogo biblico e conseguentemente dovrebbe anche essere delegittimata l'immagine di Joseph Kony, che sembra derivare più da uno stato mentale di lucida follia anziché dal carisma di un autentico capo rivoluzionario.

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