Anno 2004

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Burundi, ancora tensioni e massacri tra hutu e tutsi

Alfonso Magro, 26 agosto 2004

Poco prima di Ferragosto in Burundi, nel campo profughi di Gatumba allestito per accogliere i rifugiati tutsi congolesi di etnia banyamulenge, si è perpetrato un massacro nel quale hanno perso la vita almeno 150 persone e altre 120 sono state gravemente ferite. L'incursione è stata rivendicata dalle Forze Nazionali di Liberazione (FNL), il gruppo più oltranzista degli hutu capeggiato da Agathon Rwasa su cui, peraltro, nel dicembre 2003 gravò l'accusa di avere fatto assassinare il Nunzio apostolico Michael Courtney.

L'attacco, preceduto da un'azione di volantinaggio che inneggiava la morte ai banyamulenge, è stato compiuto con machete e armi da fuoco e ha colpito soprattutto donne e bambini. La notizia del massacro ha suscitato vasta risonanza nell'opinione pubblica, che ha esplicitamente parlato dell'avvenimento come un'azione di pulizia etnica.

I responsabili della forza di interposizione presente nel territorio, inviata dall'Unione Africana nell'aprile 2003 e trasformatasi il 1° giugno di quest'anno in Missione delle Nazioni Unite per il Burundi (ONUB), hanno deciso di sospendere i colloqui di pace con i ribelli autori dell'atto terroristico che in tal modo sono riusciti a rendere sempre più precario il difficile processo di distensione nel territorio.

Prescindendo dall'efferatezza con cui si è consumato il massacro - che ancora una volta rileva la predilezione degli assalitori a colpire persone inermi - l'episodio rappresenta tuttavia l'ennesimo segnale di una conflittualità non ancora completamente appianata, nonostante lo storico accordo di tregua raggiunto del dicembre scorso fra le varie fazioni burundesi, che si proponeva lo scopo di porre fine alla decennale guerra civile nel paese.

Il FNL è l'unico gruppo armato che si è rifiutato di prendere parte alle trattative di pace, nella convinzione che la questione interna burundese sia da discutersi solo in ambito etnico e non in sede politica, cioè fra tutsi e hutu e non fra FNL e governo. Per tale ragione i ribelli sono pronti a sedersi al tavolo negoziale per trattare con i tutsi, ma senza la partecipazione dell'attuale presidente della Repubblica Domitien Ndayizeye, anche se appartiene all'etnia hutu.

La popolazione del Burundi viene classificata all'ottantacinque percento come hutu (razza autoctona discendente dai bantu che, pur essendo maggioritaria, non ha mai avuto una reale prevalenza nel paese), al quattordici percento come tutsi (etnia di origine nilotica, minoritaria ma da sempre detentrice di un ruolo dominante) e all'uno percento come "twa" (meglio conosciuti con la denominazione di pigmei, maltrattati sia dagli uni sia dagli altri).

Fra i due maggiori gruppi etnici, che da secoli abitano la regione dei Grandi Laghi e praticano attività economiche diverse, nel passato sono sempre intercorsi dissidi di tipo tribale, come peraltro in altre aree del continente africano, ma si sono verificate anche forme di integrazione quali l'adozione della lingua bantu da parte dei tutsi e molti matrimoni misti, con l'ingenerarsi del conseguente fenomeno del meticciato.

L'attuale conflittualità è di tipo razziale e comincia a emergere durante il colonialismo, quando i governi della Germania e successivamente del Belgio, hanno approfondito e giocato a proprio vantaggio le divisioni tra le due etnie, scegliendo i tutsi quali depositari del potere, giudicando gli stessi capaci di comportarsi in modo civilizzato in opposizione agli hutu, negroidi, selvaggi e ritenuti incapaci di apprendere i dettami dell'amministrazione statale europea.

Secondo Gabriel Nikundana, giornalista radiofonico originario del Burundi meridionale e operante nella capitale Bujumbura, la questione burundese è molto complessa e sfugge a tutti gli schemi classici di rilancio economico, sociale e politico, in un contesto complessivo in cui l'ignoranza e il basso livello di istruzione costituiscono i fattori determinanti per il degrado dell'intero paese: "Il Burundi - ha affermato Nikundana - si risolleverà e imboccherà la via dello sviluppo unicamente quando hutu, tutsi e twa comprenderanno che la pace è un bene non per una sola etnia".

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