Anno 2004

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Libia, dal colpo di stato alla revoca delle sanzioni

Alfonso Magro, 5 ottobre 2004

Nello stesso giorno in cui la Commissione dell'Unione Europea ha annunciato di ritenere necessario "eliminare completamente le sanzioni economiche dell'ONU contro la Libia", la Casa Bianca ha comunicato ieri ufficialmente che il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha firmato l'ordine esecutivo di revoca dell'embargo alla Libia.

L'annuncio della Casa Bianca mette fine a due tipi di sanzioni: il divieto di un servizio aereo diretto fra gli Stati Uniti e la Libia e il congelamento dei beni finanziari libici per un valore di 1,2 miliardi di dollari. L'intesa con Gheddafi giunge dopo la decisione del dittatore libico di rinunciare a programmi nucleari e di risarcire i parenti delle vittime di Lockerbie.

L'embargo aereo e militare, rinnovato più volte dall'ONU a partire dal 1992 e a cui si aggiungono nel 1996 le sanzioni decise dal Congresso statunitense, viene disposto nei confronti della Libia per il sospetto suscitato dalla stessa di fornire sostegno al terrorismo internazionale. La conflittualità libica è tuttavia antecedente alla vocazione terroristica e, seppure attuata nelle forme tradizionali di lotta, inizia con il colpo di stato militare del giorno 1 settembre 1969 guidato dal colonnello Muhammar Gheddafi, che rovescia la monarchia di Sayd Mohammed Idris I e istituisce la Repubblica Araba della Libia.

Il nuovo gruppo dirigente, ispirato a una concezione autoritaria del "socialismo arabo", all'interno del paese sviluppa una politica dittatoriale, reprimendo ogni forma di dissenso e sequestrando le proprietà degli stranieri residenti - in particolare italiani e israeliani - mentre verso gli Stati confinanti assume un atteggiamento aggressivo, motivato dal principale fattore di potenza rappresentato dalle ingenti risorse petrolifere.

Il governo di Tripoli si propone in più occasioni come polo di riferimento del mondo arabo guidandone la linea più intransigente: tenta di formare una federazione con l'Egitto e con la Tunisia, ma il fallimento dell'iniziativa determina un inasprimento dei rapporti diplomatici con gli stessi. Si scontra con il Ciad per rivendicazioni confinarie e per l'intervento militare nella guerra civile ciadiana e si pone in contenzioso prima con la Tunisia e poi con Malta, nel tentativo di estendere la propria supremazia sul Mar Mediterraneo in materia di prospezioni petrolifere.

La rottura dei rapporti fra Tripoli e Il Cairo nasce a seguito degli accordi di Camp David del settembre 1978, che avevano siglato la pace tra Egitto e Israele e che, dal punto di vista di Gheddafi, rappresentavano il tradimento della causa araba da parte del presidente egiziano Sadat. Nel marzo del 1980 la Libia rafforza il proprio dispositivo orientale costruendo basi aeree e fortificazioni ai confini con l'Egitto mentre, dalla parte opposta, il minore impegno militare sulla penisola del Sinai consente all'Egitto di incrementare le proprie difese lungo il confine con la Libia. In tale contesto gli Stati Uniti forniscono un consistente appoggio al Cairo con aiuti civili e militari e, nonostante la spiralizzazione della tensione, non avvengono scontri armati fra i due Paesi.

I rapporti tra la Libia e la Tunisia iniziano a guastarsi nel maggio del 1977, quando fra i due paesi scaturisce un contenzioso per lo sfruttamento petrolifero marino della piattaforma continentale; la vertenza, di carattere prettamente giuridico, non assume la forma di conflitto e si conclude il 24 febbraio 1982 con la sentenza della Corte internazionale di giustizia dell'Aia.

Durante tale controversia le relazioni diplomatiche fra Tripoli e Tunisi arrivano alla rottura, a causa del sostegno fornito dalla Libia ai fuoriusciti tunisini che, nella notte tra il 26 e il 27 gennaio 1980, attaccano il centro minerario di Gafsa distante quattrocento chilometri dalla capitale tunisina, con l'obiettivo di rovesciare il regime di Habib Burghiba.

I rivoltosi riescono a impadronirsi della città, ma la popolazione non partecipa all'incursione come invece era stato previsto e, in pochi giorni, l'esercito costringe i ribelli alla resa. Nell'operazione la Francia assicura appoggio logistico alle truppe tunisine con l'invio di aerei, elicotteri e anche di tre navi da guerra nel golfo di Gabes.

La tensione con il Ciad inizia nel 1973 dopo l'annessione unilaterale da parte della Libia della zona di frontiera denominata "striscia di Aozou", nella quale erano stati scoperti consistenti giacimenti di uranio, a cui sono seguite varie iniziative a sostegno delle fazioni filo - libiche esistenti nel paese, rivolte a destabilizzare il governo di N'Djamena contrario alle mire espansionistiche di Tripoli.

La tensione sfocia in conflitto aperto nel dicembre del 1980 quando la Libia, inserendosi nella guerra civile ciadiana scoppiata fra le fazioni di Hissene Habré appoggiato dalla Francia e quella di Oueddei Goukouni palesemente anti-francese, dopo una sostenuta azione dell'aeronautica militare libica nella parte settentrionale del paese, entra con le forze di terra a N'Djamena determinando la vittoria di Goukouni.

Alla fine dell'anno successivo la Libia, pur senza abbandonare completamente il paese, si ritira dalla capitale ciadiana a seguito della svolta politica di Goukouni che, non più convinto delle mire espansionistiche di Tripoli, si rivolge a Parigi e ottiene dal presidente francese François Mitterrand consistenti aiuti sul piano materiale, finanziario e logistico - fra cui la fornitura di armi leggere - ma con l'esclusione di qualsiasi partecipazione militare.

L'intervento diretto della Francia contro le unità libiche dislocate nel Ciad avviene nell'ambito dell'operazione "Manta", condotta dalle forze francesi tra l'agosto del 1983 e il novembre del 1984, epoca del ritiro definitivo dal territorio pattuito con la Libia su base di reciprocità.

La rottura dei rapporti con Malta inizia nel novembre del 1979, quando il governo maltese - già importatore di petrolio dalla Libia - notifica a Tripoli l'intendimento di effettuare ricerche petrolifere all'interno delle proprie acque territoriali. Malta auspicava di poter emulare la Gran Bretagna, l'ex potenza colonizzatrice, per essere autosufficiente con il petrolio sottomarino o, forse, per diventare addirittura un paese esportatore.

A tale scopo, firma un contratto con la statunitense Texaco Oil Company per eseguire ricerche sui "Banchi di Medina", una zona di mare a basso fondale rivendicata da entrambi e situata a circa metà strada fra la Libia e Malta. I due governi interrompono le prospezioni e decidono di esporre la vertenza alla Corte internazionale di giustizia dell'Aia che, con la sentenza del 3 giugno 1985, definisce i limiti marittimi di pertinenza dei due paesi per le ricerche petrolifere, come avvenuto per la Tunisia tre anni prima.

Il Mar Mediterraneo prospiciente le coste libiche, oltre ai contesi diritti per lo sfruttamento economico delle risorse sottomarine, diventa anche motivo di contrasto sui diritti della navigazione, a seguito della dichiarazione unilaterale da parte della Libia sulla territorialità delle acque del golfo della Sirte, rivendicata da Tripoli oltre le dodici miglia marine contrariamente alle leggi e alle consuetudini accettate dagli Stati a livello internazionale.

L'iniziativa della Libia genera un inasprimento delle relazioni diplomatiche non solo con i paesi rivieraschi, ma soprattutto con gli Stati Uniti e con la Gran Bretagna, particolarmente interessati alle rotte mediterranee. Il golfo della Sirte in più occasioni diventa teatro di confronto fra le forze statunitensi e quelle libiche: nell'agosto del 1981 due caccia americani, decollati dalla portaerei "Nimitz", abbattono due velivoli di fabbricazione sovietica dell'aeronautica militare di Tripoli e, nel febbraio del 1983, caccia libici in avvicinamento alla medesima portaerei americana, che incrociava al largo di Bengasi, si vedono costretti a rientrare dopo l'intercettazione da parte dei velivoli da combattimento F-14 statunitensi, anche in assenza di uno scontro a fuoco.

La tensione fra i due paesi conosce la fase più critica il 24 marzo 1986 quando, in concomitanza con un'esercitazione aeronavale della VI flotta americana nel golfo della Sirte, a poche miglia dalla "linea della morte" fissata da Gheddafi, le navi statunitensi affondano due motovedette libiche che si erano avvicinate in maniera "pericolosa" alle forze degli Stati Uniti.

La Libia reagisce lanciando sei missili contro i caccia avversari in sorvolo sul golfo, senza peraltro colpire l'obiettivo, mentre i caccia F-14 rispondono attaccando e distruggendo la batteria missili da cui era partita l'azione; il giorno dopo scatta un secondo attacco aereo contro nuove installazioni missilistiche libiche, mentre le navi americane affondano altre due motovedette di Tripoli "per legittima difesa".

Il 27 marzo termina l'esercitazione della VI flotta e le ostilità fra i due paesi sembrano terminate, ma lo scontro riprende a Berlino il giorno 5 del mese successivo alla discoteca "La Belle" dove, a seguito dello scoppio di una bomba ritenuta dall'intelligence di provenienza libica, nelle duecento persone circa coinvolte muore un soldato statunitense e altri sessantatré rimangono feriti.

Gli Stati Uniti reagiscono senza perdere tempo: nove giorni dopo diciotto cacciabombardieri F-111 partono dalla base britannica di Lakenheat, compiono un largo volo sull'Atlantico per non invadere lo spazio aereo francese e spagnolo e, in prossimità delle coste libiche, sono raggiunti da sedici caccia A-6 decollati dalle portaerei "America" e "Coral Sea" in navigazione nel Mediterraneo.

Nella notte del 15 aprile i velivoli statunitensi bombardano Tripoli e Bengasi, causando danni ingenti a strutture militari e la morte di trentasette persone per la maggior parte civili, fra cui anche una figlia adottiva di Gheddafi. Lo stesso giorno la Libia lancia due missili Scud contro l'installazione della NATO "Loran" di Lampedusa, ma gli ordigni cadono in mare e l'azione non ottiene alcun risultato.

Termina in tal modo il breve conflitto di ventitré giorni fra gli Stati Uniti e la Libia, ma inizia un lungo braccio di ferro destinato a durare diciotto anni e che ora, con la revoca dell'embargo, è di fatto terminato, con un risultato di particolare rilevanza: la politica della fermezza verso gli Stati canaglia, anche se maggiormente diluita nel tempo, riesce a fronteggiare il terrorismo con la stessa efficacia di un conflitto armato e, soprattutto, con il sacrificio molto minore di vite umane.

La rinuncia di Gheddafi ad alimentare l'eversione e a produrre armi di distruzione di massa, in un momento in cui l'economia di Tripoli risulta fortemente penalizzata dalle sanzioni, rappresenta per la Libia l'unica strada percorribile per uscire dall'isolamento a cui era stata relegata dalla comunità internazionale e, nello stesso tempo, la dimostrazione per i paesi che ospitano i santuari del terrorismo sulla convenienza della ragionevolezza al posto dell'aggressività, specie se a farne le spese è la bilancia statale dei pagamenti.

Dovrebbe essere ormai unanimemente condiviso il fatto che per uno Stato desideroso di sviluppare la propria economia - a prescindere dalle convinzioni ideologiche e dalle credenze religiose - non è solo sufficiente avere la disponibilità di risorse naturali, ma è soprattutto necessario esportare tali risorse verso i paesi consumatori, anche allo scopo di evitare la trasformazione di un intrinseco fattore di potenza in una procurata condizione di vulnerabilità.

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