Anno 2004

Cerca in PdD


Le forze armate italiane onorano la patria

Antonio Martino, Ministro della Difesa
Centro Alti Studi della Difesa, Roma, 15 giugno 2004

Saluto l'ammiraglio Di Paola, i capi di stato maggiore, il comandante generale dei Carabinieri, il segretario generale della Difesa e tutte le autorità intervenute. Al generale Camporini e al personale del CASD, insieme al saluto desidero rivolgere il mio apprezzamento per l'intelligente e alacre lavoro svolto. Un lavoro che non deve restare confinato in queste prestigiose mura, ma che deve essere finalizzato al conseguimento degli obiettivi che il capo di stato maggiore della Difesa ha così efficacemente delineato.

Ammiraglio Di Paola, ho ascoltato con molto interesse quanto Lei ha detto e mi felicito per l'impostazione concettuale che ispira l'attuazione degli indirizzi di politica militare. Ne colgo la credibilità della prospettazione e la coerenza con le direttive per la pianificazione, nel quadro di una riforma sistemica che abbiamo affrontato sin dall'inizio della legislatura. Importanti traguardi sono già stati conseguiti, altri dovranno esserlo secondo un'agenda molto serrata.

Per consentirlo, siamo impegnati ad assicurare le occorrenti risorse umane, materiali e finanziarie, consapevoli che il disegno è ambizioso ma fattibile e che un vero salto di qualità rende necessario l'apporto di tutti. La invito, dunque, a proseguire, Ammiraglio, in quella direzione ed esprimo la mia piena fiducia di vederne presto esiti molto positivi.

La cerimonia odierna cade in un momento speciale della vita internazionale. Il rinnovato Parlamento europeo, arricchito dai nuovi membri dell'Unione, forse è il prodromo dell'approvazione della Costituzione europea, coronamento istituzionale del lungo e difficile processo d'integrazione. La recente visita del presidente Bush a Roma e in Francia ha rinverdito il ricordo di quali e quanti lutti, sacrifici, dolori abbiano patito i combattenti americani e alleati per restituire la libertà al nostro continente. Il viaggio del presidente americano non è stato soltanto una doverosa celebrazione ma anche un successo politico del governo italiano, paladino risoluto della partnership fra Europa e America, riaffermata al vertice G8 di Sea Island, in Georgia.

In questa cornice è maturato il consenso unanime circa la nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza sull'Iraq. La restituzione della sovranità al governo iracheno e l'effettuazione di elezioni politiche finalmente genuine in quel martoriato paese costituiscono un successo di enorme portata per le nazioni che lo hanno perseguito manu militari o che, come l'Italia, senza essere belligeranti, hanno tuttavia appoggiato in concreto e con piena coscienza la Coalizione alla quale il mondo civile è comunque debitore della vittoria sulla brutale e sanguinosa dittatura di Saddam, definitivamente assicurato alla giustizia.

L'Italia può vantarsi di avere contribuito a redigere la risoluzione a stretto contatto con l'amministrazione americana: un felice esito, determinato anche dai colloqui del presidente Berlusconi con il presidente Bush a Washington pochi giorni prima che il presidente americano venisse in Europa. Il governo italiano ha dimostrato che lealtà e alleanza sono termini compatibili e che intelligenza e amicizia sanno parlarsi alla pari nel comune interesse.

Dopodomani si terrà, a Bruxelles, il previsto Consiglio europeo e a fine mese a Istanbul il summit dell'Alleanza Atlantica, incentrato sull'approvazione di strategie atte a proiettare la stabilità nei teatri di crisi, dove è indispensabile estirpare il cancro dell'odio, qualunque ne sia il pretesto, e sradicare con il fondamentalismo il terrorismo.

Nei mesi trascorsi dall'apertura dell'anno accademico, l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica hanno allargato i loro confini. Il primo maggio di quest'anno, dieci nazioni sono ufficialmente entrate nell'Unione. L'abbattimento del confine di Gorizia è l'emblema, per l'Italia, del superamento di barriere politiche e morali edificate su divisioni, passioni, tragedie del secolo appena chiuso eppure lontanissimo.

Un mese prima, il 2 aprile, è stato solennemente celebrato l'ingresso ufficiale nell'Alleanza Atlantica di sette Stati membri: Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia. Questo è il secondo allargamento della NATO ai paesi dell'Europa centrale e orientale. L'Italia lo ha propugnato con decisione con il triplice obiettivo di seppellire la guerra fredda, estendere l'area della sicurezza internazionale, garantire la libertà e la democrazia in tutta Europa. Ma lasciatemi aggiungere che gli Alleati avevano contratto un debito storico con quei popoli. Era nostro dovere, prima che nostro interesse, pagarlo.

Queste tappe indicano la direzione di marcia e delineano un'architettura della sicurezza, che ingloba la lotta al terrorismo. Non esistono tradizioni, politiche, interessi, così diversi da rendere, non dico giustificabile, ma anche soltanto comprensibili una deriva antiamericana in Europa o una deriva antieuropea in America. Non mi stancherò mai di ripetere che Americani e Italiani o Americani ed Europei non sono amici perché alleati, bensì, al contrario, sono alleati perché amici. I nostri destini sono indissolubilmente legati.

E' questo che ci tiene uniti. E anche la riconoscenza ha, o dovrebbe avere, il suo peso. Uno spirito libero e inquieto della Francia d'oggi, André Glucksmann, ha appena scritto: "Senza D-Day non ci sarebbe stata Europa, a Sei, a Quindici, a Venticinque". Io sono completamente d'accordo. E aggiungo che, per noi Italiani specialmente, la NATO è stata ed è un ottimo affare, in ogni senso.

Il terrorismo si muove con spregiudicatezza tra le crepe della società causate anche da un pacifismo mortalmente autolesionistico. Il terrorismo non ha specifici fini militari, ma un solo obiettivo politico d'importanza mondiale: farsi Stato per gettare sulla bilancia delle relazioni internazionali il peso della forza, non escluso dell'arma atomica. Noi stiamo constatando con angoscia che il terrorismo "vota" nelle nostre elezioni politiche perché larghe fette di elettorato sono ingannate dalla predicazione di leader che perorano l'accomodamento.

Ma noi abbiamo a che fare con il fanatismo, contro il quale non funzionano i ragionamenti, neppure quelli benfatti. Churchill ammonì: "A fanatic is one who can't change his mind and won't change the subjet". Un fanatico è uno che non può cambiare idea e non vuole cambiare argomento. E tuttavia è vero che la lotta al terrorismo richiede non solo gli strumenti militari, ma anche intelligence e polizia, politica e diplomazia, cooperazione economica e scambi culturali. In base a considerazioni di questo genere, il governo italiano continua la piena collaborazione con gli alleati nei grandi fori che ci vedono protagonisti: le Nazioni Unite, l'Alleanza Atlantica, l'Unione Europea.

Sotto la presidenza italiana è stato possibile giungere all'adozione di una "Strategia europea in materia di sicurezza". Ritenuto improbabile un attacco su vasta scala contro uno o più Stati membri, l'Europa comunque ha di fronte una serie di minacce riconducibili a cinque tipi: il terrorismo; la proliferazione di armi di distruzione di massa; i conflitti regionali e le loro possibili conseguenze sulla sicurezza globale; il collasso delle entità statuali, che lascia vasti territori senza amministrazione e senza controllo, e innesca conflitti civili; e ultimo, ma non ultima, la criminalità organizzata. L'Europa deve affrontare con coraggio queste sfide e vincerle, anche favorendo l'ordine internazionale basato su un multilateralismo efficace.

La Dichiarazione sulle Relazioni Transatlantiche, anch'essa approvata dal Consiglio Europeo di dicembre 2003, rappresenta un altro successo della presidenza italiana e un importante riferimento per la costruzione di legami fra Europa e America, rinnovati, forti e adeguati alle mutate circostanze internazionali. Alla strategia europea di sicurezza bisogna adeguare misure politiche e militari. Si tratta di perseguire i nuovi obiettivi del periodo 2004/2010, prevedendo un sostanziale miglioramento operativo delle diverse forze nazionali messe a disposizione dell'Unione.

Di particolare rilievo, nell'ambito di questa rivisitazione degli Headline Goals, è la costituzione di gruppi tattici di circa 1.500 uomini, formati da uno o più Stati e capaci di rispondere ai livelli di maggiore intensità previsti dalle operazioni di Petersberg. L'impegno di alcuni Stati nel settore militare costituisce un vantaggio per tutti. Per quanto ci riguarda, l'Italia non mancherà di partecipare a una più efficace difesa europea, funzionale ai nostri obiettivi politici e congrua alle nostre effettive possibilità.

In materia di sicurezza l'Europa sta per assumere una grande responsabilità. Nel quadro degli accordi Berlin Plus è in preparazione il passaggio della missione NATO in Bosnia sotto la guida europea, analogamente a quanto già accaduto in Macedonia. E' un'ulteriore conferma del crescente coinvolgimento dell'Unione nell'area balcanica nella prospettiva di una progressiva, anche se non facile, normalizzazione di tutti i paesi sorti dal dissolvimento della ex-Jugoslavia.

Il Consiglio Europeo di dopodomani valuterà, poi, la proposta del gruppo di lavoro riguardante l'Agenzia europea per gli armamenti. L'auspicio dell'Italia è che si giunga a una buona soluzione, in grado di promuovere una politica di settore e di razionalizzare l'offerta industriale. Saluto con soddisfazione, a tale proposito, le iniziative nel campo aerospaziale ed elicotteristico, che hanno visto i gruppi italiani giocare un ruolo di primo piano.

Nessuna cesura esiste fra l'azione dell'Europa e quella dell'Alleanza; né sotto l'aspetto politico né sotto quello dell'ammodernamento delle forze militari. Anzi, come non manca di sottolineare il segretario generale, l'azione della NATO è parte di un disegno più vasto ove gli attori - gli Stati Uniti, l'Unione Europea, l'ONU e le altre grandi organizzazioni internazionali, l'Alleanza stessa - si sforzano di estendere la sicurezza e di contrastare i rischi sebbene lontani dai paesi democratici. L'Afghanistan è una delle priorità dell'Alleanza, oggi al comando della missione ISAF.

L'Alleanza già garantisce la sicurezza della capitale e ora sta espandendo la propria presenza oltre Kabul anche grazie ai Provincial Recostruction Team: ridotti gruppi militari che supportano le iniziative economiche e la ricostituzione - o vera e propria creazione - dell'apparato amministrativo, garantendo la cornice di sicurezza al personale civile. Sarà un impegno importante per il futuro della nazione afghana, impegno che è oggetto, da parte delle strutture politiche e militari della NATO, di approfondite valutazioni, alle quali anche l'Italia contribuisce.

La posta in gioco in Afghanistan è altissima. Occorre garantire la buona tenuta delle elezioni del prossimo settembre così da avviare il processo democratico e consolidare un sistema politico funzionante, dopo oltre vent'anni di violenze. Le difficoltà sono enormi, anche per le caratteristiche culturali locali. La NATO Responce Force è ormai vicina alla piena operatività. L'Italia vi partecipa con qualificate aliquote di forze, nella convinzione che si tratti di una delle iniziative che maggiormente rendono credibile la determinazione delle libere democrazie in difesa della sicurezza e della libertà.

L'Italia è inoltre orgogliosa del proprio crescente ruolo nell'Alleanza, in linea con le nuove strategie rivolte all'estensione della stabilità e della sicurezza nell'area chiamata Mediterraneo allargato, che di fatto ormai giunge fino all'Asia centrale. Si rafforza il significato strategico della presenza americana e alleata nell'Italia meridionale anche alla luce della prevedibile necessità di dare garanzie al processo di pace mediorientale che, con il ritiro israeliano da Gaza, lascia intravedere un elemento di speranza.

Quanto alle Nazioni Unite, è superfluo ricordare che l'Italia ha sempre considerato con fiducia questa istituzione, massimo foro di discussione a livello mondiale. I valori delle Nazioni Unite sono rispecchiati nella nostra Carta costituzionale e praticati nell'agire quotidiano delle Istituzioni e del popolo italiano. Le Nazioni Unite spesso purtroppo sono evocate come un irrealistico deus ex machina nella complicata e dura trama delle relazioni internazionali, quando non addirittura adoperate come fantoccio polemico a fini di politica interna.

Le Nazioni Unite, lasciatemelo dire, sono le uniche che abbiamo, né infallibili né onnipotenti. Dipendono dagli interessi dei paesi membri, e soprattutto da quelli componenti il Consiglio di sicurezza. Le Nazioni Unite hanno parlato con l'approvazione dell'ultima risoluzione sull'Iraq, la quale conferma e rilegittima la scelta del nostro Governo di appoggiare, senza guerreggiare, la Coalizione che ha debellato il regime iracheno.

Resteremo in Iraq, se richiesti dal futuro governo democratico di Bagdad e se ancora possibile per noi. Ma resta immutato l'indirizzo dell'Italia di sostenere l'Iraq nella travagliata e difficile rinascita. La situazione interna irachena è migliore di come viene rappresentata dai media. Terroristi e banditi vi continuano a perpetrare delitti e fomentare disordini. Eppure, quanto vi sta accadendo di positivo, in politica, in economia, nella vita civile, ha dell'incredibile e sarebbe stato inimmaginabile poco più di un anno fa.

Il Governo italiano è stato lungimirante nell'inviare, con il sostegno del Parlamento, una missione in Iraq. Le nostre forze armate vi si stanno facendo onore e stanno onorando la nazione. I nostri soldati sono lì in missione di pace, nell'interesse della popolazione irachena e in difesa della sicurezza internazionale, che è vitale per l'Italia. Le persone sensate non possono nutrire dubbi o sollevare obiezioni.

I nostri reparti non sono truppe di occupazione o di invasione. Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri sono stati inviati per pacificare, non per conquistare. Sfamano, curano, sovvengono i bisognosi. Non prendono nulla, ma lasciano molto. Portano aiuto e ordine. Nessuno può chiamare guerra tutto questo che ne costituisce l'esatto contrario. La tragica morte di commilitoni non prova affatto che il tipo e lo scopo degli interventi delle nostre truppe abbiano assunto caratteri ostili.

Talvolta i nostri militari sono costretti a difendersi con le armi. Ma non sono mai loro ad aggredire. Le regole di ingaggio consentono l'uso della forza in relazione alle circostanze e in misura proporzionale alla minaccia. I comandanti e i sottoposti applicano tali regole con raziocinio e con umanità. Il popolo italiano sa che questa non è una versione di comodo, ma la pura e semplice verità. Perciò è intimamente compartecipe dei sentimenti, dell'opera, della sorte delle sue forze armate, che onorano la patria perseguendo nobili fini anche al prezzo della vita.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM