Anno 2004

Cerca in PdD


Private military companies e fine della modernità

Umberto Mazzone (*), 12 giugno 2004 [cortesia, Il Regno]

Uno dei risultati più rilevanti dell'assolutismo fu il definirsi, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento, nelle grandi monarchie europee continentali - Francia, Austria, Prussia, Russia - di nuovi principi organizzativi per gli eserciti permanenti (l'eccezione è costituita dalla Gran Bretagna che mantiene specificità tutte proprie). Il principio d'ordine e di subordinazione al principe diviene primario. Nell'ambito di un più generale processo di disciplinamento, di controllo sociale proprio dell'età moderna la struttura militare subisce delle trasformazioni destinate a condizionare i secoli successivi sin quasi ai giorni nostri.

In primo luogo il sovrano recide ogni legame di carattere privatistico che ancora si dava nell'esercito. Venalità delle carriere, vero e proprio possesso da parte dei comandanti dei propri reparti vengono superati. Diviene prioritaria la funzione dello Stato che si pone come detentore esclusivo del monopolio della forza. Centralizzazione, assolutismo, esercito stanziale si sviluppano assieme, sostenendosi a vicenda e divenendo parte propulsiva del più grande processo di edificazione dello Stato moderno con la sua nuova struttura di possesso e di amministrazione del potere. La forza armata è parte costituente e distintiva del potere pubblico.

La rivoluzione francese portò la condizione militare a dovere patriottico e condusse alla coscrizione obbligatoria. In seguito al successo del sistema prussiano nel 1870 la struttura tipo degli eserciti europei sarà definita da una grande armata stanziale e permanente, formata prevalentemente da coscritti, rinforzabile con il richiamo delle classi anziane, che costituisce anche un grande volano economico attraverso gli arsenali, le commesse di guerra, gli approvvigionamenti, i lavori pubblici (fortificazioni, strade, ferrovie).

In questo modello è così forte ed esclusivo il controllo statale che per operazioni che oggi chiameremmo speciali, nelle quali sia richiesta una maggiore spregiudicatezza politica e dove non si debbano piangere troppo i caduti, è lo Stato stesso che organizza e inquadra in sé le compagnie di ventura (esempi classici la Legione straniera francese e il meno blasonato Tercio de Extranjeros spagnolo).

Ora che, in conseguenza della guerra irachena, si è alzato il velo sullo straordinario sviluppo avuto dalle private military companies, sul ruolo decisivo da loro assunto sia sul terreno, sia nella programmazione delle operazioni, è evidente che quel modello di struttura militare, nato con lo Stato moderno, si è completamente esaurito, così come si sta esaurendo la coscrizione obbligatoria. Usciti, senza ritorno, dalla categoria politica di Stato moderno, la privatizzazione della guerra torna, di conseguenza, a presentarsi in dimensioni di tutto rilievo. E' un altro elemento che testimonia la conclusione di un periodo secolare della storia dell'Europa e dell'America. Anche nell'ambito della milizia si è aperta la fase della post-modernità.

Sarebbe dunque un abbaglio considerare le companies alla stregua dei mercenari degli anni Cinquanta o Sessanta e giudicarle con le stesse categorie politiche. Siamo di fronte a una nuova forma di complesso militare, politico ed economico in cui pubblico e privato si integrano, si scambiano compiti, si cedono incarichi a discrezione dell'opportunità e dei rischi. Si concede dallo Stato legittimità o meno alle azioni delle companies a seconda delle opportunità, seguendo criteri di riconoscimento esclusivamente de facto e fondamentalmente amorali.

Se il ruolo delle private military companies appare secondario - con gravi rischi di sovraesposizione - in condizioni di conflitti ad alta intensità, amplissimo è invece lo spazio che viene loro lasciato in situazioni di conflitti a bassa intensità. Non è certo casuale che l'entità della presenza della companies in Iraq sia divenuta di comune e diffusa conoscenza nel momento in cui la situazione di scontro si è generalizzata, passando dal terrorismo all'insorgenza. Lo Stato non ha più il monopolio dell'uso della forza ma da questo arretramento, in caso di belligeranza, ne può trarre vantaggi, anche in termini di maggiore libertà d'azione a scapito dell'avversario. Con non secondarie conseguenze anche nel diritto.

Se un militare in una missione all'estero commette un reato è sottoposto al codice penale militare del suo paese, se lo stesso reato è commesso da un civile, in molti casi - specie quando vi è una forte disgregazione delle istituzioni locali - le possibilità che il reato sia effettivamente perseguito appaiono assai minori. E' facile comprendere come operazioni "sporche" ne siano, in tal caso, favorite. Lo svelamento dei terribili casi di umiliazioni e torture dei detenuti iracheni rende il problema ancor più drammatico e attuale. Sappiamo infatti di quanto fatto da militari, ma accanto a loro pare ci fossero altre e diverse presenze.

Si tratta di mutamenti strutturali che non possono essere inoltre esaminati in una dimensione strettamente nazionale, proprio perché come conseguenza dalla post-modernità è in crisi anche il concetto di nazione. Risulta quindi opportuno che una discussione sullo strumento militare e sulle nuove caratteristiche che sta assumendo, a partire dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, paesi in prima fila in questo processo e non a caso lontani dalla tradizione delle grandi monarchie continentali europee, divenga patrimonio comune di tutti quanti hanno a cuore la sviluppo di politiche di pace.

(*) Docente di storia della Chiesa,
Dipartimento di discipline storiche dell'Università di Bologna

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM