Anno 2004

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Elezioni Usa, l'orientamento dei cattolici

Umberto Mazzone, 25 novembre 2004

Due settimane dopo lo svolgimento delle elezioni negli Stati Uniti, che hanno visto la riconferma del presidente George W. Bush e la sconfitta dello sfidante democratico, John Kerry, i vescovi cattolici degli Stati Uniti, nella riunione della Conferenza episcopale svoltasi dal 15 al 18 novembre scorsi, hanno eletto loro nuovo presidente per i prossimi tre anni William S. Skylstad, vescovo di Spokane. Il succedersi così ravvicinato delle due elezioni, che ovviamente non sono in alcuna relazione causale tra di loro, stimola l'analisi dell'orientamento politico dei cattolici americani emerso dal voto del 2 novembre e che il nuovo vertice della Conferenza episcopale non potrà certo ignorare.

Secondo le stime più accreditate il 52% dei cattolici ha dato il suo voto a Bush. Nelle elezioni del 2000 Bush aveva raccolto le simpatie del 49% dell'elettorato cattolico. Nello stato della Florida Bush ha raccolto oltre 400mila nuovi voti nell'elettorato cattolico. Il gruppo degli eletti cattolici al Congresso si conferma il più forte all'interno delle appartenenze di fede (29%), ma in questa legislatura, se il numero dei congressisti cattolici repubblicani sale da 63 a 69 quello dei cattolici democratici cala da 87 a 85. Si è registrato dunque un progresso repubblicano tra i cattolici che è la spia di alcuni movimenti della società americana. Si è confermato il fenomeno, in atto da tempo, dell'indebolirsi dei legami dei cattolici con il partito democratico.

Lentamente ma significativamente i cattolici americani stanno cambiando. Se un tempo la gran parte degli elettori cattolici era formata da componenti della classe lavoratrice industriale con forti legami etnici con l'Europa centro-meridionale, ora la composizione sociale si è diversificata e, man mano che il partito democratico ha accentuato le scelte liberal, la parte socialmente conservatrice ha cominciato ad avvicinarsi ai repubblicani. Ma vi è una fascia di incerti che non hanno ancora compiuto una scelta definitiva, anche dopo queste elezioni. Più che di un riallineamento ai repubblicani si può così parlare di un deallineamento dai democratici del voto cattolico.

A compensare la perdita per i democratici sono giunti gli ispanici. Un gruppo che però pone dei problemi alla leadership democratica. Se infatti gli ispanici sono assai coinvolti nei temi cari ai democratici - come l'economia, il sociale, la tutela dei diritti delle minoranze - sono però fortemente conservatori per tutto quello che riguarda le scelte in materia di etica. In ogni modo, sono lontani i tempi delle elezioni presidenziali del 1960 quando il democratico John Kennedy raccolse il 78% dei voti cattolici.

John Kerry è stato il primo cattolico candidato da un grande partito alla presidenza dopo Kennedy, ma se Kennedy dovette combattere soprattutto le correnti presenti nella società americana fortemente prevenute verso i cattolici, Kerry, superata storicamente la questione della possibilità per un cattolico di ambire alle massime cariche istituzionali del paese, ha dovuto scontrarsi con la sua stessa comunità sui temi legati a scelte di morale. Ma più della semplice appartenenza confessionale ciò che ha influenzato maggiormente la scelta di voto dei membri della varie chiese è stata l'intensità dell'appartenenza. Il dato appare univoco: quanto più cresce la frequenza alle pratiche religiose, tanto più cresce il voto a Bush.

Il massimo dell'adesione al presidente repubblicano (81%) lo troviamo tra i bianchi, protestanti, che hanno avuto un'esperienza di "rinascita" religiosa e che si recano in chiesa più volte la settimana. Anche tra i cattolici la linea di divisione passa attraverso la frequenza al culto: votano Bush il 60% dei cattolici bianchi assidui e il 53% dei cattolici bianchi più lontani dalle pratiche devote. Chi manifesta meno simpatia per Bush sono gli ebrei: solo un quarto di loro ha votato repubblicano.

Le posizioni di John Kerry (cattolico, politicamente contrario a interventi legislativi contrari all'aborto, sfidante di un protestante "rinato" e su posizioni pro-life) non potevano non avere ripercussioni nel campo ecclesiale. All'inizio della scorsa estate si era pronunciato anche il cardinale Joseph Ratzinger, che in una sua lettera al cardinale McCarrick aveva ricordato quanto fosse improponibile l'ammissione alla comunione dei politici cattolici favorevoli all'aborto e alla eutanasia, ma la Conferenza episcopale degli Stati Uniti aveva assunto una posizione più cauta riservando la decisione ai singoli vescovi. La questione aveva suscitato aspre tensioni e, se pur minoritaria, la voce di chi voleva provvedimenti rigoristi aveva continuato a farsi sentire, anche se il 72% dei cattolici giudicava impropria quella sanzione.

Durante la sua campagna elettorale Bush ha usato senza esitazioni i temi religiosi e morali e ha spregiudicatamente propagandato il suo incontro con il Pontefice a Roma l'estate scorsa, insistendo con determinazione su questioni come il matrimonio e l'aborto. Alla fine ha dimostrato di aver visto giusto. Il 22% di tutti i votanti ha posto la tutela dei valori morali come il più importante compito che è di fronte alla nazione, seguito dalla soluzione dei problemi della economia e del lavoro (20%) e dalla guerra al terrorismo (19%). L'80% dei cittadini che hanno identificato i valori morali come il tema principale hanno votato per Bush. Inoltre i referendum svoltisi in undici stati hanno confermato unanimemente il significato del matrimonio nel suo senso di unione tra maschio e femmina, con una percentuale di voti favorevoli che va dal 56 all'86%: una scelta a sostegno della quale l'insieme dei movimenti cattolici si era mostrato unito e risoluto.

I repubblicani si sono posti come maggioranza morale oramai da anni e hanno abilmente assunto il monopolio dei valori morali, categoria in sé alquanto generica e difficilmente precisabile con puntualità, che pare spesso usata come un acchiappatutto. Nella diversificata società americana non vi è infatti un accordo su come definire esattamente i valori morali. Per i cristiani conservatori i valori morali tendono a essere riferiti ai comportamenti sessuali, come matrimonio e aborto o alle pratiche di eutanasia; per i cristiani liberali spesso sono legati a questioni di giustizia sociale, povertà, ambiente, guerra e pace. Probabilmente a Kerry è mancata la capacità di trasformare valori sociali in valori morali.

In queste elezioni l'elettorato cattolico pare aver perduto una sua assoluta specificità per avvicinarsi al comportamento medio dell'elettorato americano. La linea di faglia politica della società statunitense incontra meno le generali scelte di adesione confessionale ma passa molto di più per come e quanto viene praticata la vita religiosa. Anche per i vescovi americani un segnale importante: ora è evidente che da un comportamento di fedeltà e costanza nella pratica religiosa consegue anche, nella maggioranza dei casi, una scelta politica. In questo momento conservatrice.

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