Anno 2004

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Uno sguardo al mercato degli armamenti

Lorenzo Mazzorin, 2 settembre 2004

Nella scelta dei sistemi d'arma di cui un paese decide di dotarsi, gioca un ruolo fondamentale l'aspetto delle relazioni internazionali. E' infatti molto importante poter assicurare un durevole rapporto di amicizia fra i due paesi che portano a termine la compravendita, sia per chi compra questi prodotti che per chi li vende: per i secondi è importante essere sicuri del fatto che le armi appena vendute non vengano usate in modo improprio, mentre per i primi è importante poter contare sugli approvvigionamenti delle parti di ricambio e di quant'altro necessario al buon funzionamento dell'armamento.

Il mercato delle armi è quindi più di altri sintomatico della bontà delle relazioni fra Stati, dal momento che il detto "pecunia non olet" non si applica a questo particolarissimo campo del commercio globale: vendere al proprio nemico l'arma finale (chimera inseguita dalla notte dei tempi), può infatti essere, prima che rischioso, stupido. Se persino in tempi di guerra fredda si poteva chiudere un occhio sull'acquisto di macchine fotografiche dalla Cina comunista, lo stesso non sarebbe stato per una partita di missili intercontinentali.

L'analisi del mercato delle armi è quindi molto interessante, in quanto permette di comprendere le politiche sul lungo termine, essendo gli eserciti al tempo stesso artefici e strumenti della politica estera. La durata di un governo è limitata a pochi anni, mentre le scelte in campo militare hanno un respiro almeno ventennale: è infatti questo il tempo tipico per lo sviluppo di un sistema d'arma e la sua messa in linea, il che porta il potere politico alla scelta di lasciare una certa liberà d'azione ai militari nella selezione dei partner internazionali.

Determinante non è infatti solo il problema economico, senz'altro importante, ma anche l'orizzonte politico. Lo sviluppo di sistemi d'arma non può infatti non tener conto del contesto in cui questi verranno presumibilmente impiegati: per quanto un piccolo Stato possa infatti investire in difesa, la potenza del suo esercito sarà sempre trascurabile rispetto a quella di una super potenza militare come gli USA o la Russia, a meno che questo Stato non sia inserito all'interno di una rete di alleanze tale da permettergli una efficace risposta in caso di attacco.

In questo caso i sistemi d'arma non verranno più sviluppati dal singolo Stato, ma si creerà tutta una serie di joint venture fra le industrie belliche dei paesi membri della rete di alleanze, al fine di sviluppare sistemi d'arma moderni dividendo i costi.

Analizzare l'armamento a disposizione dei vari Stati permette quindi di risalire a questa rete di alleanze a volte tutt'altro che ovvia: per fare un esempio, l'India, membro del Commonwealth, ha strettissimi legami con la Russia, legami per altro di lunga data. Questo può non essere ovvio, viste le posizioni di altri paesi membri di questa organizzazione, come il Canada, la Gran Bretagna o l'Australia, ma lo diventa se si osserva che l'aeronautica indiana è quasi interamente costituita da velivoli sovietici.

Fra gli Stati si possono individuare tre tipologie di approvvigionamento di sistemi d'arma: paesi che se le producono da soli, paesi che le acquistano dall'esterno e paesi che modificano armamenti di fabbricazione estera. Ovviamente non esiste un paese esclusivamente produttore o esclusivamente consumatore: gli Stati Uniti, per esempio, si producono gran parte dell'armamento ma comprano (senza modifica alcuna) armi leggere e altre attrezzature di nicchia dall'Europa.

L'atteggiamento in politica estera legato alla produzione in proprio è quello della superpotenza, che desidera, da un lato affrancarsi dagli alleati negli approvvigionamenti militari, al fine di poter attaccare chiunque, se necessario, dall'altro legare a sé tutta una serie di paesi acquirenti, creando così una solida area di influenza.

Gli Stati che, invece, acquistano la maggior parte degli armamenti senza apportare sostanziali modifiche, o hanno bisogno immediato degli stessi, in quanto hanno delle guerre in corso, o hanno scarsa intenzione di attaccare i propri vicini. La Svizzera compera, senza applicare modifiche, aerei dagli USA e radar dall'Italia, dal momento che un'invasione da parte o contro questi due Stati è semplicemente impossibile.

Infine, gli Stati che modificano armi progettate da terzi, sono quelli che, pur volendo mantenere attiva un'industria militare nazionale, non hanno le risorse per sviluppare autonomamente sistemi complessi e costosi, come caccia, navi o sistemi antiaereo. E' il caso dell'Italia, che fino a pochi decenni fa modificava armi di terzi anziché produrle in proprio.

Passando ora all'analisi della situazione europea, l'esigenza di unirsi in una federazione di Stati con una moneta comune e comuni programmi di difesa è stata anche dettata dal desiderio di non essere più nella scomoda posizione dell'oggetto del contendere fra due potenze militari soverchianti. Con la caduta del muro di Berlino, il collasso della superpotenza comunista e il pessimo momento della superpotenza capitalista l'orizzonte in politica estera dei paesi europei è radicalmente cambiato: l'Unione Europea è infatti ora una superpotenza economica, che può ambire quindi a una leadership mondiale anche in campo politico e militare.

Da questo è nata una sempre più stretta collaborazione fra le industrie militari europee, in particolare fra quelle di Gran Bretagna, Francia, Italia e Germania, per la realizzazione di progetti altrimenti inconcepibili per una sola nazione europea. I risultati, almeno per ora, non sono stati deludenti, in quanto sistemi d'arma come per esempio i cacciabombardieri Eurofighter, i missili Aster o le fregate antiaereo classe Orizzonte, non hanno nulla da invidiare a quelli di fabbricazione americana o sovietica.

Impiegando lo strumento di analisi descritto a questo scenario, quindi, la politica sul lungo termine dei paesi di quest'area risulta tesa alla costituzione di una superpotenza, non necessariamente antagonista degli USA, ma certamente da questi indipendente. Se non altro per quanto riguarda il settore difesa è probabile che siamo ormai giunti a un punto di non ritorno, visti gli investimenti, non solo finanziari che sono stati fatti in tal senso. Dopo che sono stati investiti 3,2 miliardi di euro per il progetto Galileo, che è da ingenui pensare che non verrà rapidamente riconvertito a uso militare se necessario, una marcia indietro sarebbe decisamente controproducente.

E' in quest'ottica che risultano discutibili le scelte politiche di alcuni governi, più impegnati a mostrare fedeltà all'alleato americano piuttosto che a curare gli interessi dell'Unione Europea (cioè gli interessi di tutti i loro elettori, a meno di non diventare il 51° Stato americano). Queste sono oltremodo dannose, poichè turbano la linearità del percorso che dovrebbe portare alla costituzione di un potente apparato di industrie belliche.

Il riferimento è, ad esempio, alle scelte inglesi di ritirarsi dal programma Orizzonte, come a quella italiana di ritirarsi dal programma A400M. Può anche darsi, infatti, che questi paesi riusciranno a dotarsi di sistemi d'arma più a buon mercato, e magari anche più efficienti, di quelli che avrebbero potuto reperire tramite cooperazioni europee, ma è placido che in questo modo non avranno aiutato lo sviluppo di un sistema industriale autonomo. Visto che, in questo particolare momento storico, gli unici due nemici che potrebbero minacciare seriamente l'Unione Europea sono decisamente fuori portata, sarebbe infatti più utile preparare una solida struttura industriale, piuttosto che dotarsi di sistemi d'arma oggi attuali, ma che non lo saranno certo più fra 15 anni.

Per concludere, risulta da quest'analisi discutibile l'atteggiamento di Stati come la Polonia, che ha preferito sottoscrivere contratti per miliardi di euro con gli USA, piuttosto che con i partner europei, per l'ammodernamento della sua aeronautica. A parte il fatto che gli F-16 comperati da questo Paese non possono certo competere con gli Eurofighter Thyphoon, rispetto ai quali scontano 20 anni di progresso in meno, il vero problema è che l'atteggiamento appare quantomeno ambiguo: non si capisce infatti se il desiderio di questo Stato sia quello di entrare nell'Unione Europea per farne davvero parte, contribuendo alla sua crescita, oppure per costituire una sorta di infiltrato con lo scopo di sabotare il processo di integrazione. Dalle azioni decise dal governo polacco, e non solo in materia di armamenti, effettivamente il dubbio sorge.

L'ipotesi più favorevole è che questo non sia altro che un "overshooting" dovuto alla liberazione da un regime oppressivo. Molti Stati, infatti, usano gli approvvigionamenti militari per dare uno schiaffo ai loro ex-referenti, come per esempio ha fatto l'Arabia Saudita predendo in opzione i cacciabombardieri Eurofighter Typhoon. Anche in questa ottica, tuttavia, andare a comprare armi da un diretto concorrente dei propri partner, può facilmente apparire come una scelta scorretta.

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