Anno 2004

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In Iraq strategia perdente

Fabio Mini, 25 settembre 2004, Cortesia Corriere della Sera

Dopo l'annuncio ufficiale del ministro Donald Rumsfeld e del capo di stato maggiore Richard Myers, anche il comandante del corpo d'armata multinazionale in Iraq, generale Thomas Metz, ha condiviso la necessità di una battaglia autunnale: le aree del territorio iracheno fuori controllo sono aumentate. La resistenza, nelle varie forme, è più virulenta che mai e tende a peggiorare. Quelli che sei mesi fa erano indicati come "qualche migliaio" di terroristi, estremisti e ribelli, sono diventati oltre ventimila prima della battaglia di Falluja e ora, secondo fonti del Pentagono, sono oltre centomila: un esercito con mille teste indipendenti, ideale per la destabilizzazione e il caos. Le "no go zones" tradizionali del triangolo sunnita si sono estese anche alle aree sciite e a sud di Bagdad.

Che tutto questo sia il risultato di una serie di errori di visione politica e di acquiescenza militare è ormai un dato di fatto. Le stesse apparizioni congiunte di Rumsfeld e Myers dimostrano responsabilità incrociate più che unità. Le dichiarazioni piccate dei comandanti in uscita dall'Iraq sono perfino più esplicite. Il generale dei marines James Conway, salutando i suoi ha detto che nella battaglia di Falluja prima ha ricevuto un ordine e poi altri sempre diversi: "Quando si dà un incarico bisogna conoscere le conseguenze e poi si deve consentire di portarlo a termine". Per riacquisire il controllo del territorio ora bisogna "espugnare le città dove si annidano i ribelli e ripulirle"; vanno eliminate "sacche di insurrezione e terrorismo". Sacche che nel frattempo non sono più tali perché Falluja, Baquba, Samarra, Ramadi, Mahmudya, Iskandariya, Al Latifiya, la parte di Bagdad conosciuta come Sadr City, con i suoi due milioni di abitanti, e l'interrogativo di Bassora e di altre città come Nassirya, sono quasi tutto l'Iraq.

L'imperativo della battaglia viene dalla politica e dai tempi della politica. Bisogna portare risultati nel carniere elettorale di Bush. Le condizioni per consentire le elezioni irachene del 2005 fanno parte di questi. Senza il controllo del territorio le elezioni irachene non avranno alcuna possibilità e soprattutto nessuna credibilità, ammesso che elezioni in una situazione di degrado e di instabilità possano comunque essere credibili. Ma la riacquisizione del controllo del territorio è anche il solo presupposto per qualche speranza politica del nuovo governo e il solo motivo logico della permanenza della coalizione finora impegnata soltanto a proteggersi.

Il ministro Rumsfeld ha dato il limite di quattro mesi considerando la necessità di rafforzare la Guardia Nazionale irachena. Il generale Metz ha già tracciato un calendario delle operazioni: gli servono tre mesi per "ripulire" e un mese per lasciare che le autorità irachene organizzino le elezioni. La strategia della "battaglia delle città" ha la sua tattica ufficiale nella dottrina statunitense delle operazioni nelle aree urbane. La "Doctrine for Joint Urban Operations" ha ormai tre anni e doveva essere lo strumento concettuale della cattura di Bassora e Bagdad. Per vari motivi non è stata applicata che in minima parte. Ora dovrebbe essere impiegata in condizioni che non sono esattamente quelle dello scenario teorico.

La dottrina prevede infatti il confronto con "combattenti", truppe regolari con armamenti regolari che non ci sono. Prevede lo status di guerra contro un avversario dichiarato in modo che siano applicabili le garanzie di guerra nei riguardi della popolazione civile. Prevede la forza del governo locale e il supporto internazionale alle forze della coalizione. Entrambi assenti. In termini prettamente militari essa prevede di trasformare la città in "un campo di battaglia che favorisca le potenzialità delle forze attaccanti esercitando pressione sulle forze avversarie e influenzando quelle amiche, sfruttando l'ambiente informativo e soprattutto gli elementi della triade del combattimento negli abitati: terreno, popolazione e infrastrutture".

Oggi il terreno non è conosciuto, la popolazione è ostile e le infrastrutture sono al lumicino. Occorre "assicurare libertà di movimento dei mezzi e capacità d'impiego di tutto il fuoco a disposizione". Contro un avversario simmetrico questo procedimento intende isolare, in senso fisico, morale e informativo, le aree da attaccare e stanare i "combattenti" abbattendo ostacoli (edifici), distruggendo le infrastrutture (acqua, luce, comunicazioni) e forzando l'esodo della popolazione. Contro un avversario asimmetrico come in Iraq non è possibile alcuna distinzione fra combattenti e non combattenti. La distruzione infrastrutturale significherebbe radere al suolo quanto superi l'altezza di una torretta di un tank Abrams.

Nelle condizioni attuali il vero isolamento morale tocca alle forze attaccanti mentre tra quelle attaccate l'isolamento colpirebbe le disponibilità di cibo, acqua e medicinali per la popolazione residente. In nessuna delle aree a rischio è realizzabile una condizione "di favore" come quella prevista dalla dottrina senza provocare conseguenze opposte allo scopo da raggiungere. La distruzione fisica è esattamente il tipo di provocazione che i ribelli vogliono. La commistione con i non combattenti è facilmente ottenuta con l'uso di scudi umani e di masse di cittadini inermi tra le quali infiltrare i combattenti, che comprendono donne, ragazzi e bambini.

La battaglia sarebbe una mattanza che alienerebbe ancora di più i rapporti con la popolazione e che non darebbe alcuna assicurazione di stabilità futura. Al massimo si otterrebbe, a costi elevatissimi, un periodo estremamente fugace di tregua: quella necessaria a seppellire i morti. Un tempo non adatto per le elezioni. Le ragioni della politica sono indubbiamente ottime ragioni, ma purtroppo ancora una volta ci troviamo di fronte alla differenza tra i tempi della guerra e i tempi della politica. Quello che vorrebbe ora la politica non è ottenibile con i tempi e i metodi della guerra tradizionale.

C'è poi un aspetto che ci riguarda da vicino: il generale Metz ha le idee chiare e si appresta a eseguire gli ordini che gli verranno impartiti da Washington. Quella delle città sarà la guerra che dovrà combattere e vincere per permettere le elezioni. Ma il generale Metz non è un comandante di una forza esclusivamente americana. Comanda un corpo d'armata multinazionale al quale appartengono forze di paesi che, secondo loro, non sono lì per fare la guerra. E neppure possono permettersi di combatterla cambiandole di nome. Ammettendo che tali forze non partecipino attivamente alla battaglia viene a mancare al comandante parte dello strumento necessario. Se partecipano violano un mandato nazionale. Se non partecipano attivamente rischiano comunque di diventare gli obiettivi di ritorsioni e attacchi da parte delle forze ribelli che di sicuro non fanno molte distinzioni tra gli avversari. Fra questi ci siamo anche noi.

Ma la situazione attuale è insostenibile e allora, tutti insieme, dobbiamo trovare una strategia che unisca e non che separi, che coinvolga e non che isoli. Si può pensare a una "battaglia delle città" che consenta di penetrare nelle roccaforti individuando e separando gli estremisti dai moderati. Colpire i primi risparmiando i secondi. Questo presuppone una conoscenza dell'ambiente umano che finora non è stata acquisita. A prescindere dai numeri, gli iracheni estremisti non sono facilmente individuabili. Anche i cosiddetti "stranieri" non sono identificabili e godono dell'omertà locale.

Il sentimento antiamericano (e per estensione anticoalizione) accomuna una fascia di popolazione molto più grande di quanto i dati ufficiali non dimostrino. Oggi in Iraq, come in quasi tutto l'Islam, separare i moderati dagli estremisti significa separare i padri dai figli e quando un figlio o un padre muore c'è un padre o un figlio estremista in più. A Falluja, Najaf, Bagdad di questi morti ce ne sono stati fin troppi e ce ne sono in continuazione. Gli interventi mirati presuppongono una intelligence già operante all'interno e un sistema giudiziario e di polizia efficiente e soprattutto equo: una vera utopia per tradizione e per cultura in Iraq e non solo. Significa avere forze credibili per lo screening di intere popolazioni urbane. Forze che non ci sono e che in tre mesi è impensabile si possano costituire.

Per applicare questo modello occorre ricominciare da capo nella costruzione degli strumenti necessari alla gestione del dopoguerra e del rapporto tra liberatori e liberati. La coalizione ha perduto la battaglia essenziale che avrebbe dovuto portare alla conquista delle menti e dei cuori del popolo iracheno. Qualcun altro ha conquistato le loro menti e ha riempito i loro cuori di odio per gli stessi "liberatori". Ora la battaglia delle città, o qualsiasi battaglia lanciata in nome del popolo iracheno, manca del supporto fondamentale: la sua convinta partecipazione. Per riprovarci, e si può, ci vogliono tempi lunghi e una logica di cooperazione e sicurezza completamente nuova.

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