Anno 2004

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Quando il fuoco spezza l'illusione pacifista

Fabio Mini, 12 novembre 2004, Cortesia Corriere della Sera

Furono i colpi dei mortai sul campo di Angioni in Libano a cancellare la sensazione che una missione di pace dovesse essere pacifica e pacifista. Una sensazione che il comandante non aveva mai avuto ma che aveva talmente impregnato l'atmosfera politica del tempo da imporre che i mezzi blindati fossero dipinti di bianco e che i soldati fossero chiamati soldati di pace: la retorica del regista che aveva fiutato che la guerra non tirava più.

Per il mondo intero furono invece le centinaia di marines e soldati inglesi morti nell'attacco all'ambasciata americana a ristabilire la dimensione della realtà libanese. E ciò nonostante prese forma l'idea che a noi un evento simile non sarebbe accaduto mai. Perché siamo bravi, siamo buoni, non facciamo del male a nessuno e andiamo in giro per il mondo per aiutare il prossimo: armati fino ai denti o anche completamente disarmati, facendo scortare i nostri soldati dalla polizia albanese.

E' stato l'elicottero di Venturini abbattuto in volo sulla Jugoslavia e il terribile sospetto che non fosse un incidente, ma un atto deliberato contro noi italiani, a far capire che anche una semplice missione di osservatori su un territorio in guerra ha rischi di guerra: è guerra. Sono stati i check-point Ferro e Pasta a far capire che gli italiani in Somalia non erano immuni nemmeno dove venivano chiamati amici e fratelli e dove i capi locali parlavano italiano e forse in italiano davano gli ordini ai propri uomini di spararci contro o di uccidere innocenti compatrioti.

A ogni sparo, a ogni lancio di granate, a ogni attacco dinamitardo o a ogni vita perduta su una mina in Bosnia, Kosovo, Kurdistan iracheno, Mozambico, Macedonia, Palestina, Afghanistan, a Nassiriya, c'è stato un moto di stupore, perché noi soldati di pace non meritiamo minacce e vittime. C'è stato un continuo stupore negli italiani brava gente nel vedere che il cliché non è uno scudo.

Lo stupore che qualcuno spari addosso a dei bravi ragazzi, a dei figlioli che fanno il loro dovere e a della gente che è andata in missione perché vuole aiutare gli altri o semplicemente perché ha una sorella che si deve sposare o per pagarsi il mutuo. Lo stupore che la retorica del soldato di pace debba invariabilmente infrangersi sulle bare, per essere poi ripresa alla successiva occasione, con il suo mesto pedaggio da pagare.

In questi ultimi vent'anni i comandanti delle missioni internazionali di terra, di mare, di cielo e di polizia militare si sono dovuti occupare più di rimuovere la retorica a costo di apparire brutali che di pianificare e dirigere le operazioni. Sono sempre sembrati tetri e preoccupati, quasi maniacali nelle misure di sicurezza, nel tenere desta l'attenzione e nel mantenersi equilibrati nei momenti di crisi.

Invariabilmente si sono dovuti misurare con raccomandazioni e "suggerimenti" in senso contrario, in tutte le lingue: riduciamo le difese, riduciamo le guardie ai beni culturali delle minoranze, non esponiamoci, non sfrugugliamo, reagire solo se attaccati e in presenza di "intento ostile", come se l'intento fosse riconoscibile come un colore dell'abito o un taglio di capelli.

Soprattutto, i comandanti sono apparsi lugubri e anche un po' menagramo agli occhi di quella corte di giulivi visitatori che periodicamente in ogni teatro vanno a "tirare su il morale", che si mettono la mimetica per un giorno e che la sfoggiano fiammante con la riga ai pantaloni. E i comandanti li devono rassicurare perché non sopportano le brutte notizie e vogliono che il bicchiere sia almeno mezzo pieno: "Tutto bene, il morale è alto, facciamo il nostro lavoro da professionisti. Ma la situazione è seria...". "Va bene, va bene … siamo fieri di voi, non siete come gli altri, portate la pace, state in mezzo alla gente per aiutarla, portate il segno della nostra umanità!".

E gli scopi umanitari della missione vengono ribaditi e rimbalzati come ordini di operazione e come ordini di pattuglia. E poi ti fanno saltare due chiese, ti ammazzano sei bambini, ti attaccano le stazioni di polizia, ti fanno saltare un capitano su una mina. E poi un camion pieno di tritolo esplode in caserma e muoiono in diciannove, sparano sui ponti e vedi partire i tuoi feriti, i tuoi caduti.

Ancora stupore: siamo lì per aiutarli e ci sparano. Piuttosto che ammettere l'evidenza si bara perfino sull'avversario: "Non sono loro, non possono essere loro, sono altri, vengono da fuori, sono terroristi". E questo venire da fuori dovrebbe giustificare il fatto che non si potesse fare di meglio, che l'evento fosse inevitabile.

Con la grande responsabilità che ogni soldato ha di rappresentare all'estero e in ambito multinazionale la Patria, la cultura e la finalità dell'intervento, è sempre più difficile trovare chi faccia da mediatore e interprete tra lo scopo della missione e il compito di sicurezza armata che ciascuno deve assolvere: da soldato prima che da samaritano, con il fucile prima che con le preghiere.

La missione che l'Italia assegna ai suoi soldati, per rispetto della Costituzione, non può che essere di pace: per definizione, ma la realtà della situazione dove si spara e dove si muore dilaniati da una bomba o da una mina non può essere che di guerra, perché chi deve sparare per vivere e deve morire per assolvere il compito assegnato è in guerra a prescindere dallo scopo ultimo, geopolitico, economico o umanitario, per cui è lì.

C'è lo stupore per la dignità e il coraggio con i quali gli uomini e le donne di qualsiasi forza armata affrontano le situazioni che cambiano o quelle che non si aspettavano di trovare perché annebbiati dalla retorica del soldato della pace. Una retorica invasiva, perché diffusa con qualsiasi mezzo e da autorevoli fonti e che arriva al singolo non filtrata e interpretata prima ancora delle direttive e degli ordini dei comandanti.

E poi, quando si perdono uomini e donne, c'è lo stupore sincero per la forza d'animo, la compostezza e la serenità del profondo dolore di chi resta. Lo stupore per l'assenza di rassegnazione o disperazione, lo stupore per un'accettazione del dolore che non segue la retorica del soldato morto per la pace ma la realtà del soldato caduto per fare il proprio dovere. C'è una maturità, una forza, nel nostro popolo e nei nostri soldati di qualsiasi forza armata, grado e genere, che supera qualsiasi retorica e che anzi la rende blasfema.

Dai teatri operativi sta venendo una lezione profonda e inquietante. I nostri soldati cominciano a sentirsi isolati e cominciano a credere di essere gli unici a fare qualcosa d'importante per la Patria. Si sentono diversi dagli altri e fra questi "altri" includono tutti coloro che non hanno fatto ciò che fanno loro: militari e civili, superiori e subordinati. Si passano su radionaja, e sui Cdrom di foto ricordo, questo epitaffio, inventato da chissà chi, ma che sta diventando un omaggio a chi ha sofferto sacrifici e ha perso la vita e un monito per tutti:

Io sono stato quello che gli altri volevano essere
Io sono andato dove gli altri non volevano andare
Io ho portato a termine quello che gli altri non volevano fare
Io non ho preteso mai niente da quelli che non danno mai nulla
Ho pianto, ho sofferto e ho sperato...
ma più di tutto, io ho vissuto quei momenti che gli altri dicono sia meglio dimenticare
Quando giungerà la mia ora agli altri potrò dire che sono orgoglioso per tutto quello che sono stato: un soldato italiano

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