Anno 2004

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Politica internazionale tra bisogni di pace e strategie di guerra

On. Elettra Diana - On. Silvana Pisa, 22 settembre 2004

Si è fatta strada negli ultimi anni, anche in settori della sinistra, l'idea che l'Italia possa essere un grande Paese solo se lo è anche dal punto di vista militare. La moltiplicazione delle missioni militari, variamente definite come umanitarie, di pacificazione, di stabilizzazione, sembra voler misurare - in mancanza di altro - il peso internazionale del nostro Paese.

Al di là delle motivazioni che hanno giustificato le singole missioni, non vi è tuttavia dubbio che sia ad esse sottesa l'idea della costruzione di un nuovo ordine mondiale organizzato attorno alle idee e ai valori dell'Occidente. Ma potremmo dire, soprattutto, agli interessi dell'Occidente.

Qualora si voglia parlare della necessità di una "grande strategia" italiana, il passaggio anche teorico da una difesa essenzialmente territoriale a una dottrina della protezione degli interessi, si è già compiuto e precisato a cominciare dalla definizione del Nuovo modello di difesa del 1991, passando per il libro bianco dell'ultimo governo di centro-sinistra, per finire con il libro bianco del ministro Martino.

All'interno della trasformazione del pensiero strategico nazionale, i mutamenti organizzativi e ordinativi della difesa sono avvenuti al di fuori di qualsiasi reale dibattito e in adesione totale e acritica alle esigenze e alle prescrizioni della NATO.

E così, mentre il nostro Paese resta escluso da qualsiasi incarico importante all'interno dell'Alleanza è venuto proponendosi come il più diligente esecutore delle decisioni assunte a livello militare, di fatto impegnando la quasi totalità delle nostre risorse nella messa a disposizione dell'alleanza di comandi, forze, basi così come richiesto per l'implementazione di un concetto strategico che ben si proietta a largo raggio oltre l'area geografica entro la quale era stata storicamente dispiegato.

La vicenda irachena illustra perfettamente lo slittamento del preteso umanitarismo della missione militare in una occupazione sine-die dove anche le scarse ragioni di un ristabilimento dei diritti umani hanno lasciato il campo agli interessi di multinazionali che operano protette da poderosi eserciti privati.

Assistiamo al ritorno di un modello neo-coloniale in cui la componente militare è elemento centrale, come è dimostrato dall'ampliamento delle cosiddette attività Cimic, cioè l'intervento militare per la realizzazione di infrastrutture civili, dall'insistere sulla formazioni di unità di polizia, le MSU, basate su forze militari specializzate, dallo sviluppo importante delle unità una volta definite di "guerra psicologica" ed oggi chiamate di "comunicazione operativa".

Di fronte a tutto questo, sconcerta come nelle forze democratiche e della sinistra vi siano settori importanti che assumono acriticamente l'uso della forza così concepito - cioè la nuova guerra - come un uso talvolta utile, talaltra necessario, quasi sempre giustificato.

La ripresa di una riflessione approfondita su queste e altre contigue problematiche, soprattutto alla luce delle vicende internazionali che hanno contrassegnato gli anni novanta e l'inizio del nuovo secolo, è dunque quanto mai urgente. La politica interna, europea e internazionale non ne possono prescindere.

L'incontro che promuoviamo vuole, appunto, essere un contributo in questa direzione.

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