Anno 2004

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Nassiriya, quel paio di pantaloni da carabiniere

Paolo Rolli(*), 12 novembre 2004, cortesia Il Giornale di Vicenza

Nassiriya. Il ricordo più frequente è quello di un paio di pantaloni blu notte con la sottile banda rossa che corre lungo la gamba: una tuta da carabiniere, lacera e impolverata, tra i detriti di Base Maestrale.

Nassiriya un anno dopo, o poco meno, non importa. Fino a qualche settimana fa quella tuta era lì, semplice e muta testimone della tragedia che si era consumata il 12 novembre dello scorso anno nella sede della Multinational specialized unit dei carabinieri, affacciata sull'Eufrate, accanto a quello che in codice è chiamato ponte Alfa. Fu qui che verso le 10:40 del mattino un mezzo di terroristi suicidi carico di esplosivo si lanciò contro l'ingresso dell'edificio e le raffiche dei carabinieri di guardia non riuscirono a fermarlo.

Il bilancio fu pesantissimo: dodici carabinieri, cinque militari dell'Esercito e due civili italiani - oltre a otto iracheni, quattro dei quali bambini - persero la vita in quella che diventò una delle pagine più nere non solo per le Forze armate, ma per l'intero Paese.

Oggi Base Maestrale non c'è più. I militari dell'Italian Joint Task Force Iraq la stanno demolendo: con essa se ne va il simbolo, ma non il significato. Centinaia di soldati italiani l'hanno vista, passandoci davanti in un anno e mezzo di missione Antica Babilonia e a tutti provoca sempre gli stessi sentimenti: rabbia e dolore, orgoglio e voglia di andare avanti, consapevoli di quanto si sta facendo per aiutare questa martoriata area del mondo.

Entrare a Base Maestrale, Animal House, come veniva chiamata, non poteva non dare i brividi: anzi, la sensazione che si provava subito era addirittura quella di non entrarci, e non certo per la paura che qualche pezzo dell'edificio già allora pericolante ti cadesse addosso.

Avvicinandosi si passava accanto al cratere lasciato dall'esplosione dell'auto carica di esplosivo, poi si iniziava a calpestare i calcinacci, a inerpicarsi sui pezzi di calcestruzzo, si dovevano scavalcare contorti pezzi di maglia elettrosaldata e blocchi di cemento: si entrava in quello che era un edificio vivo e pulsante, prima Camera di commercio di Nassiriya e poi sede dell'Msu e che infine era divenuto forse il più grande monumento al sacrificio italiano nelle missioni umanitarie.

Guardandoci attorno con aria smarrita e rispettosa, quel che avevamo subito notato fin dalla prima volta che ci eravamo entrati era stato quel paio di pantaloni da carabiniere impolverati, seminascosti dai detriti: dietro quel semplice oggetto c'era una storia, una vita, forse la morte.

Ora che i genieri stanno smantellando l'edificio che i cannoni da 105 delle blindo Centauro avevano dovuto in passato bersagliare, in quanto lo scheletro di Base Maestrale era diventato in più occasioni improvvisato fortino dal quale i miliziani tiravano contro gli italiani durante gli scontri, se ne va il simbolo di una tragedia italiana, del folle gesto di una frangia estremista assolutamente minoritaria della popolazione della provincia di Dhi Qar, che è invece ben consapevole e grata della presenza italiana.

"Non dimentichemo mai il sangue da voi versato, che a causa del terrorismo è mescolato al sangue iracheno nel territorio di Dhi Qar" ha detto il governatore Sabri Hamid Bedir Al Rumaied al generale Corrado Dalzini, nel momento in cui la brigata Pozzuolo del Friuli ha lasciato l'Iraq per essere avvicendata dalla brigata Friuli.

Parole che confermano quanto abbiamo potuto quotidianamente constatare in quasi quattro mesi di permanenza laggiù e che permettono di affermare che per l'Iraq la speranza c'è, a patto che lo si voglia, che si continui a lavorare in prima linea e si limitino le chiacchiere di retrovia.

(*) Giornalista, capitano della riserva

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