Anno 2004

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Piloti Aves, no alla archiviazione da parte del Gip

Pagine di Difesa, 30 novembre 2004

No alla richiesta di archiviazione per i quattro piloti dell'Esercito accusati di essersi rifiutati di partecipare alla missione Antica Babilonia in Iraq dopo aver denunciato carenze del sistema di protezione degli elicotteri. Il gip, al quale la procura militare di Roma aveva chiesto di archiviare il procedimento, ha infatti respinto l'istanza e fissato un'udienza che si terrà nei prossimi giorni. Lo ha appreso l'Ansa in ambienti giudiziari. Il giudice sentirà le parti e poi deciderà se archiviare il fascicolo, disporre altri accertamenti, oppure ordinare al pm di formulare il capo di imputazione e chiedere il rinvio a giudizio.

I quattro militari dell'Aviazione dell'Esercito, tutti ritenuti di grande esperienza, erano arrivati in Iraq nel momento più caldo, ai primi di dicembre: c'era appena stata la strage di Nassiriya e nel nord del Paese continuavano a cadere gli elicotteri americani, colpiti da missili. Subito avrebbero segnalato al loro comando alcune presunte carenze nel sistema di auto-protezione dei Ch-47 dell'Aves di Viterbo spediti in Iraq e, quando giunse il loro momento, si sarebbero rifiutati di volare. La conseguenza fu il loro immediato rimpatrio, una inchiesta disciplinare interna disposta dall'Aviazione dell'Esercito, la sospensione dall'attività di volo e la trasmissione degli atti alla Procura militare di Roma. Reato ipotizzabile quello di ammutinamento, che nel corso dell'inchiesta sarebbe però stato modificato in codardia.

Le indagini si sono protratte per circa un anno. Il procuratore militare di Roma, Antonino Intelisano, ha sentito tutti i protagonisti della vicenda e alla fine ha chiesto l'archiviazione. Ufficialmente non si conoscono i motivi per cui il pm ha ritenuto che a carico dei quattro elicotteristi non siano ravvisabili reati militari: si può ipotizzare - ma è appunto solo un'ipotesi - che abbia ritenuto che non si trattò di ammutinamento, né di codardia, poiché effettivamente quei mezzi, come denunciato, non avevano difese adeguate.

Una circostanza, quest'ultima, che è stata però sempre smentita dai vertici militari e dallo stesso ministro della Difesa: gli elicotteri italiani in missione in Iraq sono dotati "di tutte le misure di protezione previste, hanno sistemi di difesa attiva e passiva paragonabili a quelli dei mezzi degli eserciti alleati" dichiarò a suo tempo Martino. E durissimo fu il generale Luigi Chiavarelli, comandante dell'Aviazione dell'Esercito che parlò dei quattro "disobbedienti" come di "ottimi piloti, ma pessimi soldati".

Gli indagati, tuttavia, anche davanti alla magistratura militare hanno ribadito quanto denunciato fin dal primo giorno: "I nostri elicotteri - è questo il senso delle loro accuse - non sono sicuri, non sono adeguati a far fronte alle minacce di un teatro operativo come quello di Nassiriya". O almeno non lo erano all'epoca dei fatti, se è vero - come dichiarato da uno dei difensori dei militari, anche in base a un carteggio di cui è venuto in possesso - che le falle del sistema di difesa dei Ch-47 erano già state individuate dagli stessi vertici dell'Aviazione dell'Esercito, che chiesero alla forza armata di porvi rimedio: cosa che sarebbe avvenuta, secondo il legale, solo alcuni mesi dopo.

Sotto accusa, a quanto trapelato finora, diversi aspetti del sistema di autoprotezione degli elicotteri: in particolare il dispositivo manuale anti-missile, ritenuto inadeguato perchè avrebbe lasciato "scoperto" il lato sinistro e il lato posteriore destro del mezzo. Un aspetto su cui il pm militare ha disposto una perizia.

Gli elicotteristi hanno anche contestato l'accusa di avere disobbedito a un ordine, che in realtà non sarebbe mai stato impartito. Secondo la loro versione, infatti, dopo avere segnalato le presunte carenze dei velivoli, sarebbe stata loro concessa la facoltà di tornare in patria. I quattro a questo punto avrebbero insistito perchè venissero apportate le modifiche richieste ai sistemi di autoprotezione degli elicotteri, ottenendo solo di essere rispediti a casa. Diversa la versione ufficiale dello Stato maggiore dell'Esercito: "Una volta giunti in teatro operativo non se la sono sentita di volare e sono stati fatti rientrare in patria" tagliava corto un comunicato diffuso quando la notizia finì sui giornali.

Fonte: Ansa

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