Anno 2004

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Terrorismo, il dopo Madrid e le asimmetrie di al-Qaeda

Giuseppe Romeo, 20 marzo 2004

Dopo l'undici marzo dell'Occidente, e non solo della Spagna, e al di là dei risultati elettorali che modificano la compagine governativa di Madrid, nonostante si sia consolidato per il momento il dominio dell'Afghanistan e dell'Iraq da parte della potenza occidentale per antonomasia (gli Stati Uniti) e nonostante gli annunci di una prossima cattura, Bin Laden non è stato ancora preso. Forse, ma non è importante. Supponendo che sia ancora libero di gettare il mondo nell'ennesimo terrore di un'apocalisse a rate, alcune riflessioni si impongono sui rischi e sulle possibilità di azione che la persistente presenza dello sceicco del terrore determina sullo scenario mondiale.

Valutando i fatti succedutisi dopo l'undici settembre e dopo l'undici marzo sembra quasi necessario rideterminare l'atteggiamento verso il radicalismo islamico di al-Qaeda. Infatti, la vera capacità di Bin Laden non è quella - o non è solo quella - di essere stato e di essere ancora il mandante di diversi attentati terroristici, e forse anche di quello madrileno, o di essere un nemico rilevante per gli Stati Uniti d'America e per l'Occidente. Bin Laden e altri, hanno dimostrato, al contrario, quanto un soggetto politico di potere antagonista come al-Qaeda possa entrare nel gioco relazionale in chiave asimmetrica, politicamente asimmetrica, determinando delle valenze strategiche di tutto rispetto riorientandosi nella regione non solo mediorientale ma anche europea quale movimento dotato di una transnazionalità e di un potere finanziario tale da poter agire in quasi assoluta autonomia nella realizzazione dei propri obiettivi.

O di coinvolgere, altrettanto efficacemente, piattaforme antagoniste autoctone prendendone in prestito, in un franchising perfettamente strumentale e organizzato, le strutture ideologiche ed operative, convertendone l'uso ad obiettivi che non si sovrappongono ma che possono integrarsi anche se di fronte ad ipotesi strategiche diverse come concezione. Capacità già dimostrate in passato e non più novità, di Bin Laden e della sua rete, di sostituirsi progressivamente all'aiuto saudita al movimento talebano. Un'abilità data dalla forza non solo dell'organizzazione ma dall'efficace capacità di inserirsi nella comunità internazionale come soggetto politico, prima ancora che religioso.

Ma la struttura di al-Qaeda ha anche condizionato, mutandoli, gli stessi termini delle relazioni fra Stato e movimenti. Fra il soggetto per antonomasia delle relazioni internazionali, lo Stato appunto, e le realtà del contropotere. Un mutamento che non ha risparmiato Kabul nel momento in cui la struttura dello Stato afghano, rispondendo all'islamizzazione reazionaria talebana, si era approssimata alle volontà del gruppo dominante e della sua ala militante: al fondamentalismo sunnito-wahhabita e ad al-Qaeda. E non ha risparmiato nemmeno la Spagna, e con essa l'Europa, in una prossimità al terrore europeo che difficilmente potrà essere assolto totalmente da un suo coinvolgimento.

Tuttavia, la vera guerra che Bin Laden gioca è contro la borghesizzazione di un Islam che si è normalizzato seguendo le logiche economiche dello scomodo partner americano, accettando l'empietà della presenza delle basi americane sul territorio saudita, almeno sino all'avvio della campagna irachena. Contro il pericolo della modernizzazione occidentale dell'universo islamico dove l'Afghanistan talebano di ieri rappresentava il modello più radicale di reazione ad un processo universalistico quale effetto della globalizzazione dei termini di scambio e delle regole del mercato imposte da altri. La stessa Arabia Saudita, oggi, lasciando Bin Laden in Afghanistan, o tollerandone la prossimità pachistana, riduce il suo impegno verso Kabul, le cui sorti restano nelle mani dell'Occidente, e sposta l'attenzione alla difesa della propria legittimazione al potere ponendosi più apertamente a capo del fondamentalismo wahhabita nella speranza di rinsaldare i legami con l'aristocrazia dell'Islam.

Una rilegittimazione dell'autorità politica e religiosa coincidente nella legittimazione della monarchia il cui crollo rappresenterebbe, se a favore di un radicalismo teocratico, una prima risposta ad un capovolgimento dei termini relazionali nella regione al di là della debole costituzionalizzazione dell'Iraq. Un tentativo di legittimare se stessa, di fronte ad un rischio di una concorrenza sciita espressa nella formula della repubblica islamica, o di una riqualificazione autocratica nell'area sunnita auspicata da Bin Laden verso la quale l'Occidente stenta a comprenderne il significato di potere, convinto com'è che sia sufficiente a contenerla una dimensione di potenza.

Nonostante ciò, lo sceicco del terrore ha avuto la capacità di dimostrare già da Kabul che in realtà il vero motivo del confronto, se non proprio del conflitto, è Rijadh e che l'Islam, nella sua valenza di offerta politica e di dominio delle comunità, ha una sua collocazione non solo nella storia dei popoli ma nella rideterminazione dei termini geopolitici e degli equilibri nelle regioni mediorientali, nella prossimità africana ad ovest, transcaspica a nord e verso l'Oriente indo-pachistano. L'Arabia Saudita è e rimane, così, rilevante. Il dubbio geopolitico della funzionalità di Rijadh per un equilibrio di potere nell'area è legittimo. La fine di una leadership nell'offerta petrolifera e la riduzione dell'autorevolezza della famiglia Saud preoccupa quest'ultima nel momento in cui l'Occidente guarda alle riserve di petrolio e di gas dell'Asia Centrale.

By-passare il ruolo geoeconomico di Rijadh significa indebolire il potere interno e la credibilità politica della monarchia nei confronti dei partner arabi. Bin Laden ne è consapevole e gioca la lotta su due fonti: uno riformista rivoluzionario nel nome di un Islam universale scegliendo il nemico storicamente più legittimante: l'Occidente. L'altro nell'affermare un Islam politico nella regione, rovesciando i termini relazionali ed estromettendo di fatto l'influenza degli Stati Uniti, abbattendo possibilmente il fragile regime dei Saud. Ciononostante, però, al di là del rischio per noi di limitare l'orizzonte a Madrid, la sponsorizzazione dell'Islam integralista fra la Cecenia e la Georgia, come la diffusione della violenza fondamentalista nell'area transcaspica ed in Asia Centrale, risponde alla volontà di Rijadh di restare in gioco affidando alla carta dell'insicurezza la possibilità di ottenere almeno due risultati.

Il primo, limitare la possibilità di una competitività immediata da parte di un nuovo mercato delle risorse energetiche dell'Asia centrale garantendosi, così, la sopravvivenza della leaderhisp economica nel cartello dei paesi produttori. Il secondo, limitare qualunque possibilità di riequilibrio democratico di Stati islamici, a tutela della legittimazione religiosa del potere assoluto e antidemocratico per il quale l'Arabia Saudita si distingue più di ogni altro regime. Ma alla sicurezza ricercata altrove per arginare l'ansia da incertezza di fronte a un futuro che incombe, alle capacità destabilizzanti di Bin Laden e del suo movimento si somma l'estensione di una capacità di azione politica e militare che coinvolge anche l'Iran dal momento che, seppur opportunamente sopitasi per effetto delle vicende irachene, Teheran difficilmente vi rinuncerebbe.

Un ruolo di guida dell'Islam più politicizzato, perché popolare, rappresentato dallo sciismo a cui manca ancora l'autorità della purezza della guida, della leadership. Ed è su questo aspetto, sulla legittimazione di una nuova autorità che la strumentalità di Bin Laden potrebbe indirettamente giocare o a favore di nuovi equilibri nell'area o rappresentarne il tallone d'Achille. Ed è su questo aspetto che l'azione contro Madrid e l'Europa segna uno spostamento strategico dell'azione così condotta soprattutto nella visione occidentale del conflitto globale ma non nella concezione e condotta finale la cui organizzazione su fronti diversi rischia di creare una cortina fumogena sulle reali intenzioni del movimento radicale islamico. Riuscirà, dopo Madrid, l'Occidente a guardare più avanti del limite iracheno? Speriamo che la Spagna sia l'ultima puntata.

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