Anno 2004

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Iraq, il dopo Madrid e la formula europea

Giuseppe Romeo, 24 aprile 2004

E' difficile, in verità, nonostante le diverse opinioni espresse, poter comprendere cosa sia avvenuto nell'intimo collettivo in Spagna dopo l'undici marzo e quale conseguenza potrà avere il ritiro delle truppe spagnole nell'economia del conflitto: aspettiamo il 30 giugno. Ciò che però è certo è che la scelta di Madrid di disimpegnarsi in Iraq, qualunque ne sia il giudizio, nasconde delle opportunità di riflessione che non possono essere più rimosse.

Coinvolti in una dialettica politica particolarmente dura e di fronte a un'infinita parata pirandelliana di analisti, di esperti, o presunti tali, di militari senza uniforme e strateghi free lance, e quant'altro si muove nel palcoscenico dove quotidianamente si consuma la parodia di una geopolitica take away -e risultato di un marketing strategico discutibile per i risultati, e per le analisi inconcludenti - l'atteggiamento madrileno ci ricorda oggi che siamo, prima ancora che atlantici, europei e, soprattutto, euroccidentali. La differenza non è poca.

Se l'avvio di un conflitto anti-Saddam poteva rappresentare una sorta di ridefinizione degli equilibri nella regione ciò poteva far supporre l'esistenza di una intenzionalità politica rivolta a favorire l'affermarsi di un quadro democratico degli assets istituzionali degli Stati del Golfo. La verità è che, per l'ennesima volta, gli Stati Uniti, e con essi il Regno Unito e oggi gli altri Stati di una coalizione inventata strada facendo, hanno confidato in una serie di analisi preliminari che si sono fondate sulla capacità della ipertecnologica chirurgia dei sistemi d'arma dimenticandosi che i risultati dell'azione militare non si esauriscono con gli effetti delle armi.

La potenza esprimibile in senso qualitativo certamente può fare la differenza, ma se condotta nel lungo termine assume dei costi che spostano lo sforzo da un regime di accettabilità e di pareggio dei sacrifici, umani e materiali, a un sovradimensionamento ed insostenibilità delle possibilità militari quando queste ultime non coincidono più con le capacità politiche. La guerra in Iraq, in altri termini, è l'esempio più prossimo di come si siano giocate le contraddizioni della politica applicata alla strategia da tavolino, o da salotto, visto il proliferare di riviste specializzate per signori poco inclini a fare i soldati ma molto biscardiani nei giudizi napoleonici o meramente ispirati ad essere dei Luttwak al di qua dell'Atlantico.

Così, le tattiche dimensionate a una strategia cangiante votata al fallimento per difetto di presupposti concettuali veri, concreti, fondati sulla conoscenza dell'ambiente operativo non solo in termini di possibile condotta ma di gestione successiva della conquista dimostrano sul terreno come potenza e politica si siano private dell'unica variabile fondamentale per poter valutare le proprie capacità di intervento nell'area: l'uomo, la sua indeterminatezza come agente e fattore di potenza.

Il leader madrileno, nella sua anche inopportuna scelta, in realtà recupera, forse strumentalmente, ma politicamente plausibile, l'unica verità che blocca gli Stati Uniti e li rende incapaci di definire la stabilizzazione dell'Iraq oggi e domani senza essere costretti ad ammettere l'insuccesso politico e strategico: la volontà di non cedere il comando delle operazioni e affidare il futuro politico dell'Iraq alle Nazioni Unite o a qualsivoglia altra organizzazione internazionale giuridicamente riconosciuta.

Così è l'imbarazzo di ricercare oggi una via di uscita politica e giuridica che condiziona il vero cambiamento nella concezione delle relazioni internazionali e nei rapporti fra Stati che domina l'altalena delle opzioni militari e delle opportunità politiche. Un imbarazzo a cui Washington tenta di sottrarsi, coinvolto nel gioco poco piacevole di essere il primo responsabile suo malgrado del futuro della regione mediorientale e con questo dell'affermare l'esistenza o meno di un bene giuridico supremo, individuato nella tutela della pace e della sicurezza della comunità internazionale.

Ora, senza volere apparire il profeta dell'ovvio ma quale significato attribuire a una volontà a excludendi aprioristicamente posta verso un possibile intervento delle Nazioni Unite ieri, cercandone il coinvolgimento oggi in una formula diplomaticamente corretta non ancora disponibile? Non si tratta di percorrere strade di semplice buon senso per giungere alla conclusione, che non piace ovviamente che i costi politici di un Iraq nel caos sono molto alti per una coalizione estemporanea.

La stessa alleanza fra sunniti e sciiti ha superato la nostra immaginazione e quella dei migliori analisti non-combattenti protagonisti dei vari talk-show di una guerra in vitro, censori delle migliori tradizioni e dottrine militari di cui ogni soldato ne è portatore, o esperti di un background culturale che non gli (ci) appartiene. Un'alleanza molto strana, già, particolarissima per due comunità appartenenti a un universo comune in cui la genesi stessa è caratterizzata dal sangue degli uni versato contro gli altri a iniziare dallo stesso Alì, unico legittimo successore di Maometto per gli sciiti, vittima sacrificale di una laicizzazione progressiva dell'Islam in nome di un califfato universale a cui i sunniti ispirano il potere terreno e contro il quale la teocraticità sciita si è opposta nelle forme anche più violente del confronto temporale.

Un confronto aperto sulla capacità di ottenere quel consenso nelle masse verso la propria autorevolezza di guida spirituale e politica nello stesso tempo, quel consenso che l'Autorità Provvisoria in Iraq non è capace di ottenere. Così, se alla base della vittoria - tatticamente indiscussa in termini tradizionali - vi è la potenza tecnologica, quest'ultima da sola non poteva e non può verosimilmente favorire una stabilizzazione dal basso delle masse sunnito-sciite.

E di fronte a un Iran chiaramente in stand-by - a cui gli occidentali ancora oggi non vogliono credere affidando ad esso il ruolo di grande mediatore - la strategia di una guerra lampo e di una transizione possibile quale effetto domino, definita sulla carta e non sul terreno, che prevedeva una stabilizzazione dell'Iraq autoctona affidata proprio alla variabile sciita, si è trasformata in una non-strategia. In una concezione dello sforzo condotto senza obiettivi immediati condivisi, affidando l'uscita dal pantano iracheno al raggiungimento di una data, di un termine.

No, non è il Vietnam. E' l'Iraq! Ma gli errori sono, per chi conosce la storia e non fa geopolitica senza valutarne i fatti solo per ragioni o opportunità accademiche, sempre gli stessi: fiducia nella superiorità della tecnologia, potenza, diversa valutazione del fattore tempo, diverso peso e valore della vita, incapacità, di dominare il fattore umano. Così, l'assenza di orizzonti da raggiungere per deficit politico e di rappresentatività, e di ragionevole condotta di un conflitto combattuto non in virtù di una minaccia internazionalmente percepita, e dichiarata come tale, espongono l'Occidente all'impasse di un'instabilità dell'Iraq con la quale faremo ben presto l'abitudine, incapaci di determinarne un assetto stabile e democratico nei termini previsti, e poco onorevolmente capaci di andarcene se non sostituiti grazie a una fictio politica che salvi l'immagine dell'ennesima non vittoria.

Incapaci ancora una volta di attribuirci una collocazione in Medio Oriente, disorientati sul come governare uno Stato che non c'è più, dimostrando la debolezza della condotta e della gestione post-conflitto nell'assurda ipotesi di affidarsi ai …nemici di ieri, alla ricerca di una stabilità a qualunque costo: i leader del Baath, sopravvissuti o reinventati. O ancora incapaci di dialogare alla pari con un mondo arabo e scoprire o convincersi che forse Teheran non è poi così antioccidentale come sembrava sino a ieri, dimenticando che l'Iran, osservatore privilegiato, guarda alla finestra del Golfo con l'attesa strategica di chi cerca di raccogliere i frutti del caos altrui creato da …altri, meglio se occidentali, ancor di più se americani. Non solo. O, così miopi da non valutare che un coinvolgimento in una mediazione ha un costo a volte anche molto alto, soprattutto se i mediatori sono arabi o, comunque, sciiti per l'Iran: la storia insegna, invano.

Bene, in tutto questo sta la differenza fra la geopolitica che guarda alla storia e ne cerca le variabili e i motivi per determinare il futuro di una comunità o di una nazione e la geopolitica da magazine, o da Stati Maggiori illuminati in patria ma oscuratisi sulla via di Baghdad, di Nassirya e di Falluja, o da analisti laici che giocano a fare i soldati sulla vita altrui formulando ipotesi politiche che non necessariamente saranno l'epilogo di un successo strategico. Un successo che si manifesterà solo nel momento in cui vincerà chi tatticamente e politicamente fra le parti dimostrerà buon senso e crederà nella ineluttabilità di una comunità internazionale democratica, giuridicamente definita e difesa, se necessario, anche con l'uso legittimo della forza.

E' tutto questo ciò che resta delle scelte post-madrilene. Ed è nelle scelte e nella contraddizione apparente di Madrid che si gioca la partita di un Occidente che guarda lontano e non si limita alle prospettive di un singolo leader. Di un leader, ad esempio, che valuta la storia e gli assetti mondiali dal ponte della Nevà o da un affascinate anello di un corral texano ospite dell'uno o dell'altro presidente di turno, dimenticandosi che la formula europea rappresenta l'unica possibile via d'uscita a una ripolarizzazione del mondo. Per garantire un equilibrio sostenibile nelle regole di un diritto che in Iraq trova oggi la sua aberrante sconfitta derogando la sua autorità alle regole di un baratto da stato di natura nel quale il terrorismo si rigenera da sé in una lotta primordiale.

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