Anno 2004

Cerca in PdD


Un'idea infelice, una teocrazia quale ultima ratio

Giuseppe Romeo, 19 maggio 2004

La guerra ci cade addosso un'altra volta, scudetto nonostante, quasi come una sorta di rivincita della realtà sull'illusione di una pacificazione rapida, dovuta a un effetto domino che coagulasse attorno alla coalizione gli animi democratici dell'Iraq come degli altri stati arabi a deficit democratico. Non solo. La necessità di trovare una via d'uscita politicamente valida affretta la ricerca di un modello di governo che possa soddisfare la necessità di dare significato alla condotta delle operazioni e trasferire le responsabilità future a un potere locale.

Così oggi, dopo l'attacco all'Italia e con essa all'Occidente, si riscrive una nuova pagina militare su una missione ritenuta di pace, anzi pacificatrice. Ma una pace è tale e duratura soltanto se condivisa nei termini e nelle condizioni anche dagli sconfitti e così non è stato. La corsa a una soluzione politica immediata in attesa che le Nazioni Unite siano in grado di assumere l'onere della transizione verso una stabilizzazione dell'Iraq come Stato rischia di generare l'ennesimo paradosso di una vittoria a metà e per questo proporre nuove opportunità future per altri conflitti.

Accettare un governo religioso, purché eletto democraticamente, è l'epilogo di una superficialità politica di analisi che una grande potenza come gli Stati Uniti non può permettersi. Il trasferimento di poteri a un governo teocratico significherebbe restituire alla guida radicale la possibilità di controllare le comunità e di protrarre nel tempo divisioni e antinomie dialettiche fra le varie correnti.

L'abbandono di qualunque ipotesi laica e federale determina uno spostamento verso il baricentro fondamentalista del futuro dell'Iraq. Se a ciò si aggiunge la provocata, imprevedibile, storica intesa fra sunniti e sciiti, allora il gioco è fatto: l'irreparabile clausewitziano è alle porte. Ciò che non doveva accadere è accaduto. Una condivisione di obiettivi verso un fronte unico rinviando a domani il confronto sul come bilanciare il potere fra sunniti e sciiti, fra l'ortodossia dell'Islam degli eletti e delle oligarchie élitarie dei primi e l'Islam del radicalismo popolare degli ayatollah dei secondi, Iran permettendo.

E in tutto questo l'ennesimo errore occidentale: avere strumentalizzato la democrazia come se fosse un'ideologia, rendendola un orpello mediatico e propagandistico che la riduce alla stessa stregua del socialismo utopistico collettivista o del nazionalismo baathista di ieri, abbandonandola a se stessa.

L'attacco dei miliziani dell'ennesimo Mahdi dimostra che un risultato è stato raggiunto ed è quello di avere aiutato lo sciismo ad affermarsi quale unica e più diffusa - oltre che credibile - corrente politica in Iraq e nell'Islam popolare. Una leadership con cui i sunniti non possono confrontarsi, disposti come sono a mettere da parte differenze sostanziali di dottrina e di vita. Un'opzione di governo che tenta di realizzare in breve tempo ciò che con la sopravvivenza di Saddam gli stessi Stati Uniti volevano evitare: uno schieramento trasversale politico religioso antioccidentale.

Così, non sarà un comodo governo teocratico ad aiutare la fine di un conflitto che trasforma la guerra trasferendone gli effetti nella dimensione allargata del tutti contro tutti. La possibilità di riuscire a dare un significato democratico al nuovo Iraq, in termini di capacità di autogoverno e di stabilità, dipende soltanto dalla volontà di riuscire ad arginare l'ipotesi teocratica e nell'affermare la laicità dello Stato come valore uguale per tutti. Un effetto importante, difficile, raggiungibile solo favorendo la crescita di una classe politica laica nelle intenzioni e rappresentativa.

Questo potrà essere il risultato migliore a cui si deve tendere, evitando vie d'uscita eleganti dettate da un'incapacità politica di definire una guerra iniziata su presupposti provvisori e priva di progettualità. Ogni altra possibilità, elegante o meno che sia, soddisferà quella o quell'altra campagna elettorale occidentale ma non aiuterà l'Iraq, ostaggio della lotta religiosa per il potere, come il Medio Oriente, ma non ne sarà favorito neanche l'Occidente verso un cammino per una pace diffusa e condivisa nella sicurezza, dove i valori democratici non si perdano né in un'ideologia totalizzante né nella strumentalità di una fede al di là di qualunque credo.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM