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Giuseppe Romeo, 26 maggio 2004

La formula della legittimazione della forza ritorna attraverso le Nazioni Unite a far capolino. Aver verificato che l'avventura irachena non è una semplice conquista di un territorio, ma diventa una lotta per la conquista degli animi e l'affermazione di un successo politico, ha costretto la coalizione a ricercare l'avallo delle Nazioni Unite.

Ma è nella stessa richiesta - nell'essere ritenuto urgente, essenziale, necessario adesso il coinvolgimento auspicato dell'Onu nel processo di stabilizzazione, che dovrebbe seguire alla transizione probabile della sovranità verso un governo iracheno - che sono evidenti i limiti di azione dell'amministrazione americana per una risoluzione "poco risolutiva".

Certamente l'insuccesso somalo rappresenta un fantasma nell'immaginario statunitense e nell'impiego delle forze, e da allora la fiducia nella capacità del Palazzo di Vetro non è certamente aumentata. Ma la campagna militare non sembra aver dato frutti migliori anche se condotta direttamente dagli Stati Uniti.

La realtà, che nessuno vuol vedere, per ragioni politiche immediate o per imbarazzo, è che non vi sono vie di uscita favorevoli a giustificare con un minimo risultato apprezzabile il costo di vite umane che la coalizione ha dovuto subire. Non aver raggiunto, ancora, il migliaio di perdite non è un risultato positivo e nelle logiche delle guerre moderne, combattute con un alto apporto tecnologico, la perdita di un singolo combattente ha un peso determinante, significativo, a cui le logiche dei grandi numeri non possono più rispondere, anzi.

Così, la corsa verso la transizione non è altro che una fuga dalle responsabilità politiche che uno sforzo militare richiede immediatamente dopo la fine di un conflitto al vincitore. Il vuoto di potere che si osserva oggi, quindi, è l'esempio più significativo dell'impossibilità e dell'incompatibilità del ruolo militare sulla ridefinizione politica delle istituzioni.

Per questo, anche se il comando militare resterà agli Stati Uniti non vi saranno mutamenti sostanziali nell'economia del post-conflitto. La stabilizzazione del caos sembra essere l'ipotesi più accreditabile di fronte alla realizzazione improvvisata di un potere immediato.

Così, l'assenza di un piano preventivo che prevedesse un'alternativa politica prima dell'avvio dell'operazione rischia di perpetuarne gli effetti, soprattutto dal momento in cui ogni autorità autoctona, che sarà prescelta al più presto, sarà sempre ricattabile dagli esclusi per difetto di lealismo verso il paese e per essere prossima a interessi altrui.

Ora, se le Nazioni Unite non hanno dato sempre grande prova di decisionismo e di capacità di impiego di forze militari, è altrettanto vero che non si può chiederne l'intervento politico senza trasferirne anche il comando delle forze sul campo. Ciò è come chiedere aiuto a terzi escludendo gli stessi dal controllo o, quanto meno, dalla partecipazione alle decisioni militari ma chiedendogli di attribuirsi la responsabilità delle scelte politiche.

Di fronte a tutto questo, insomma, ci sembra che l'Iraq - e la comunità internazionale, soprattutto - oggi hanno bisogno di verificare l'esistenza e la possibilità che si affermi un minimo di legittimazione nell'uso della forza che garantisca il diritto alla sicurezza. E ciò, che piaccia o meno, non può essere lasciato a comode scelte a metà che non sortiranno effetti.

Così, non è la svolta che sarà determinate, virtuale o meno che sia. La realtà è che l'assenza di Istituzioni realizzate dalla volontà popolare rischia di allargare l'ingovernabilità trascinando nella violenza politica i governi di turno vittime, loro malgrado, di una provvisorietà reiterata. risultato della superficialità strategica prima e politica dopo, già dimostrata nella condotta delle operazioni.

Ma il risultato più immediato che potremmo osservare sarà, drammaticamente, di abituarci anche a questa crisi così come alla crisi in Vietnam. Un Medio Oriente quotidiano, sempre più vicino ai nostri occhi mediatici e mediati, ai nostri interessi anche, e sempre più presente nei nostri telegiornali o talk show. Argomento da magazines insomma per tanti esperti ma per pochi saggi.

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