Anno 2004

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Carabinieri, Forza Armata e Forza di Polizia

Giuseppe Romeo, 8 agosto 2004

Da qualche anno a questa parte si osserva nell'opinione pubblica e nella comunità politica un interesse particolare verso le Forze Armate. Un'attenzione che in realtà non si esaurisce soltanto per una riappropriazione del ruolo da parte dei militari, quanto nella dimensione politica espressa dai compiti assegnati in uno scenario molto diverso da quello della Guerra Fredda. Uno scenario nel quale le ragioni della sicurezza coinvolgono il politico sempre di più e fanno del soldato lo strumento della politica tanto quanto l'operatore di polizia.

Così, da qualche tempo, grazie alle operazioni di peace-keeping, la comunità militare del Paese ha sdoganato se stessa ridefinendo la propria missione quasi a voler sottolineare di essere espressione della forza dello Stato ma svolta in ambito democratico, come se così non fosse stato anche in passato.

Ora, se tutto questo può avere una spiegazione per le Forze Armate, che hanno ridisegnato il proprio ruolo riorganizzando le risorse e riorientando la missione, mantenendo un'identità propria, ciò non è così scontato per l'Arma dei carabinieri. In realtà, per quanto si sia molto prossimi ancora ai commenti degli ultimi giorni conseguenti alla notizia sul cambio di alcuni vertici nell'Arma, la vera sostanza della novità resta ancora nella nuova identità che l'Istituzione cerca di darsi dopo aver conquistato il rango di Forza Armata. Così, anche la designazione di un comandante è sufficiente per porre sotto esame la capacità di esprimere se stessa secondo il nuovo modello organizzativo.

Per questo, non è solo un cambio al vertice che sorprende, al di là della sua particolarità e della sua repentinità, giustificata sicuramente da motivazioni che sfuggono all'osservatore quotidiano, ma è il ruolo che l'Istituzione deve ancora attribuirsi all'interno di una domanda di sicurezza che è in gioco appartenendo, essa stessa, sia al sistema militare che di polizia. Due sistemi, questi ultimi, oggi complementari. Due modi di interpretare e gestire la sicurezza del Paese che guardano alle capacità espresse dall'Arma come modello unico di sintesi.

Tutto questo doveva essere l'obiettivo principale da porre alla base di qualunque operazione di benchmarking dell'Istituzione, nel tentativo di attribuirle la giusta autonomia dotandola di una conseguente identità. Un'autonomia che nel recente passato, prima ancora che si raggiungesse la riforma con l'adozione dei provvedimenti di cui al decreto legislativo 297/2000, apparteneva già al sentimento dei carabinieri.

Un'esigenza sentita, per la quale la necessità di una riorganizzazione in Forza Armata rappresentava non un obiettivo di rottura con la sua naturale essenza di forza di polizia a ordinamento militare, quanto una risposta a una domanda di maggiore funzionalità dei reparti, di definizione della missione in un regime di chiarezza dei compiti e dei ruoli, oltre che delle attribuzioni di comando, salvaguardando la peculiarità di essere l'unica forza di polizia nazionale presente sino al livello comunale o intercomunale e la componente militare a maggior gettito di personale volontario.

In altri termini il risultato funzionale doveva essere la ragione stessa della riforma dell'Istituzione e di questo ogni riarticolazione interna delle strutture di comando avrebbe dovuto tenerne conto. Così come, coordinamento nonostante, l'essersi concentrati sulla sola autonomia garantita dalla dipendenza dal Capo di SMD e sul carattere militare delle previsioni di carriera, non ha comunque evitato, per specificità di impiego, che l'Arma continuasse a dipendere, proprio funzionalmente, e per l'impiego appunto, quale forza di polizia dal Dipartimento della Pubblica Sicurezza retto però dal Capo della Polizia.

Una dipendenza che in virtù di una terzietà necessaria nella direzione politica e amministrativa delle forze di polizia avrebbe trovato maggior efficacia e flessibilità se a capo del Dipartimento fosse stato previsto un Prefetto proveniente dalle tre Forze di Polizia, in carica per periodi determinati adottando, per la sostituzione, lo stesso sistema di rotazione di vertice utilizzato per il Capo di SMD.

Questa mancata opportunità dimostra, in realtà, quanto la consapevolezza della doppia anima si sia compressa a favore di una caratterizzazione militare che da peculiarità si è trasformata in un'esclusività e che ha reso l'Istituzione funzionalmente ostaggio di criteri organizzativi e di impiego non sempre aderenti alla missione.

Così, la riforma in sé si è risolta in una riorganizzazione espressa in termini militari della Forza Armata a cui, però, non corrisponde un'esperienza di comando tale da rendere efficace una minima policy militare. Né sembra che il vuoto si sia colmato attraverso una ridisegnazione delle linee di impiego con una riorganizzazione funzionale, e non solo nominale, oltre che delle linee di comando, anche delle risorse soprattutto operative e logistiche, non di vertice ma di aderenza.

Una policy, insomma, che stenta ad esprimersi in termini di unità di missione e affida la condotta della stessa alla capacità di risorse umane espresse individualmente secondo criteri non sempre dettati dalle abilità personali ma da background istituzionalmente garantiti secondo criteri di scelta mirati a disporre del personale ritenuto più adeguato al momento.

Ora, è pur vero che l'Arma dei carabinieri offre, per la maggior parte del suo impegno operativo, un risultato per conto terzi - i cittadini - utilizzando procedure e strumenti che non sono il risultato di un'attività tipica di Stato Maggiore - perché nel settore della pubblica sicurezza e della polizia giudiziaria essa opera seguendo norme fissate dal legislatore applicandole nel rispetto delle indicazioni dell'Autorità Giudiziaria.

Ma è altrettanto vero che l'adozione di una policy visibile, definita, dichiarata, dimostrerebbe l'esistenza di un'unità di indirizzo nei settori di impiego, civili e militari, nella concezione e condotta della missione rendendo più facile l'esecuzione, meno insidioso il controllo, più efficiente e concreto il coordinamento fra le varie componenti con un apprezzamento del risultato conseguibile quale dimostrazione della validità del modello organizzativo espresso: dalle operazioni di polizia a quelle più tipicamente militari.

Per far questo occorre però una cultura del comando che non si esaurisce soltanto nella previsione di un vertice e di vertici ma nella consapevolezza che pianificazione e programmazione seguono a obiettivi fissati a monte e il cui perseguimento richiede capacità di gestione e di approvvigionamento che non possono essere lasciate in genere alla determinazione sul terreno - nonostante l'articolazione gerarchica - di un singolo livello di responsabilità.

Probabilmente è solo una questione di tempo. Ma in questo momento una visione distorta dell'Istituzione, dovuta a un difetto di comunicazione delle linee di azione e di comando che si intendono perseguire, rischia di rendere incomprensibili gli obiettivi stessi della riforma in Forza Armata, determinando incertezze su ruoli e compiti che alla fine non permetterebbero di accelerare la formazione di una cultura di comando e di impiego da Forza Armata.

Non solo. Ma volendo cercare nella dimensione militare dell'Istituzione un motivo di comprensione del processo di evoluzione verso un'autonomia di comando - e quindi di gestione operativa - si può affermare che una crisi di leadership non può essere un rischio da correre né considerarla poco meno di una eventualità.

Infatti, se ciò dovesse accadere, il risultato immediato sarebbe vincolare le capacità esprimibili dall'Istituzione a un sistema di comando e controllo troppo legato al contingente. Un sistema espresso in ragione di obiettivi diversi da quelli definiti o definibili e vincolato ad apprezzamenti troppo discrezionali. Per questo, poi, la sovrapposizione fra il soldato-carabiniere ed il carabiniere-soldato diventa il risultato più immediato di una situazione di incertezza. Una sovrapposizione che a sua volta, dato il delicato ruolo assunto in una società da una Forza Armata, determina una sostituzione della leadership militare con la leadership politica.

Per questo non è una semplice questione di vertice o di vertici. Si tratta, al contrario, di un evidente fisiologico protrarsi di una cultura dell'emergenza dettata dall'uso, non sempre pagante però, delle risorse ritenute al momento soltanto più adeguate secondo ragioni di una sicuramente motivata, personale, discrezionalità. Ma ciò, seppur comprensibile nell'ottica di una scelta di vertice, a volte non basta per dare a una Forza Armata una credibilità di efficienza e una identità propria, nel rispetto anche della propria storia.

Un'identità che superi il contingente e le offra la possibilità di stabilizzare la nuova dimensione senza soffrire della primogenitura nell'Esercito. Una primogenitura che in termini di cultura del comando poteva comunque contare, nel bene e nel male - fra errori, tanti, e successi pochi ma significativi per valore - su secoli di storia militare a cui attingere, dall'azione di Stato Maggiore alla condotta del vertice e della quale molti Comandanti Generali, non carabinieri in verità, ne sono stati degni eredi o costruttivamente critici interpreti.

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