Anno 2004

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Politica e strategia, una lezione mai appresa

Giuseppe Romeo, 23 settembre 2004

In questi ultimi tempi si è notato un interesse particolarmente vivace su temi quali la strategia, gli affari militari e la politica. La guerra in Iraq ha riportato all'attenzione del grande pubblico argomenti e aspetti che forse nemmeno negli anni della Guerra Fredda erano riusciti a superare la "cortina" degli esperti al punto tale da non disporre, allora, nemmeno di illustri (geo)politologi fra i militari. O quanto meno fra alcuni settori del mondo militare certamente non creatori della strategia relativa ma solo semplici esecutori di quanto deciso oltre Atlantico.

La discussione sulla efficacia di una strategia, sul successo di una guerra evidentemente non vinta in Medio Oriente, come sulla polverizzazione della Federazione Yugoslava e le analisi continue sulle nuove forme di guerra - o meglio sul nuovo valore della guerra nel mondo contemporaneo - dimostrano quanto si sia confuso il rapporto fra politica e strategia. Di fronte a politici che si improvvisano strateghi della guerra più efficace e light e militari che si esercitano nelle analisi geopolitiche nessuno si è accorto che la strategia perdente in Iraq - così come definita in un autorevole editoriale apparso sul Corriere della Sera del 22 settembre u.s.- non è tale per incapacità militare ma per l'inesistenza di un obiettivo politico certo conseguibile.

Affermare che si sia perso il controllo del triangolo sunnita non significa nulla. O, meglio, non significa nulla di più e nulla di meno dal fatto che nessun controllo è stato ottenuto anche nelle altre città sciite. E questo non per incapacità militare ma perché l'obiettivo politico non prevedeva dichiaratamente la conquista dell'Iraq. Insomma, potremmo anche pensare che vi sia un errore nella condotta delle operazioni sul terreno. Ma gli errori non sono altro che il risultato dell'incertezza e dell'improvvisazione di un post-conflitto che si è trasformato in una guerra interna che coinvolge le stesse forze della coalizione trasformandole, loro malgrado, in occupanti.

Il vero problema non è se le "no go zones" - per usare un anglicismo che in strategia non guasta mai - si siano improvvisamente allargate. La verità è che tali lo erano già subito dopo la vittoria, perché il vuoto politico creato, e non colmato con un progetto istituzionale credibile, le ha paradossalmente enucleate dalla stessa prospettiva di un ordine non realizzato, spingendole nel caos più totale. Così, in fondo, sembra proprio che non solo la tesi clausewitziana di proseguire la politica con altri mezzi non sia capace di definire il ruolo dei militari in Iraq per assenza proprio di una progettualità politica, che in Italia ancora non riusciamo ad individuare, ma nemmeno una possibile sostituzione della politica con la forza militare, sulla scorta del radicalismo strategico di Conrad - generale austro-ungarico che formulò per primo la possibilità di utilizzare la guerra preventiva - potrebbe rappresentare un aspetto vincente nel garantire un ordine possibile al Paese all'interno del quale punire gli stessi terroristi o chi si macchia di crimini così orribili.

Ciò che manca è la forza della legge. La capacità di creare un sistema dotato di regole entro le quali ricondurre l'uso della forza e utilizzare la stessa forza legittimamente per punire chi le regole imposte tende a violare. Da militare, ritengo - mi si permetta il commento soggettivo - che la forza non può essere fine a se stessa. La violenza in quanto tale genera violenza e al di fuori di un ordine giuridico lo stesso valore della vita umana si riduce a essere ostaggio di dichiarazioni di maniera, quasi di circostanza di fronte al morto decapitato di turno, una categoria filosofica ma senza significato in un sistema palesemente anarchico.

Insomma l'aspetto politico di una guerra è determinante e il soldato paga il prezzo in prima persona di una politica incerta e che non si attribuisce obiettivi finali. Forse bisognerebbe mutare i termini del rapporto fra politica e strategia, attribuendo a ogni espressione delle due categorie il giusto ruolo all'interno di un disegno dotato di certezza di obiettivi, perché il fallimento dell'una determina il fallimento della seconda e la seconda da sola non può che fallire per difetto di un elemento essenziale: l'obiettivo politico finale.

Il soldato fa il soldato. Il politico fa il politico. Il soldato può costruire un ponte ma non ricostruisce un sistema. Affermare che si inviano forze militari per un progetto politico è esatto solo se il progetto è chiaro, realizzabile perché politicamente conseguibile dichiarato sin dall'inizio. L'invio delle forze militari rappresenta infatti l'espressione diretta di un obiettivo politico che va conseguito, consolidato, senza vie di mezzo. Non esistono vittorie a metà. Obiettivi parziali determinano risultati provvisori e sconfitte future: in Iraq hanno determinato il caos.

Di fronte a tanta violenza, a una impotenza militare nello stabilire un ordine minimo, a una politica da telemarketing, l'unico valore che resta valido nel combattere è la certezza di affermare un diritto, proprio o internazionale, ma un diritto. Di essere consapevoli di esprimere una forza legittima. Perché solo nella legittimità giuridica della forza ogni altro tentativo di strumentalizzarne l'uso potrà essere reso inefficace e contrastare la stessa barbarie. Una barbarie che nella civiltà del diritto si pensava superata e che oggi, dopo che la civiltà del diritto ha calpestato il proprio prodotto, si alimenta attraverso un confronto che non è di civiltà ma solo fra crudeltà vera e forza a metà perché priva, quest'ultima, della sua vera legittimità giuridica.

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