Anno 2004

Cerca in PdD


Iraq, il tempo delle scelte

Giuseppe Romeo, 3 ottobre 2004

Si è capito molto chiaramente che i presupposti della presenza di truppe non anglo-americane rappresentava una sorta di supporto a una vittoria ritenuta ormai acquisita. Una vittoria trasformatasi, però, in un impegno militare ben più oneroso di fronte a una pace mancata e a una operazione di crisi non definitasi dopo la fine del conflitto. E si è anche capito quanto sia difficile misurarsi in una operazione di peace-keeping in uno scenario in cui non vi è un ordine a cui riferire i termini della stessa. Un ordine a favore del quale conseguire degli obiettivi minimi di legittimità del potere e di stabilità da raggiungere.

Ed è altrettanto evidente, da tempo, come non ci sia mai stata una strategia politica successiva alle operazioni militari che stabilizzasse un Paese dalla storia certamente non prossima a ideali o esperienze democratiche. Ciò che oggi sorprende è come qualcuno si affretti a precisare, dopo un altro attacco alle truppe italiane, che lasceremo l'Iraq. E lo lasceremo, definendo finalmente un mandato non enunciato all'inizio della operazione, dopo la conclusione delle consultazioni elettorali del gennaio 2005.

Ora, al di là di valutazioni di sistema e di metodo sull'assoluta inesistenza di una realpolitik italiana da sempre, salvo forse qualche eccezione a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, sembra che ci sia nell'animus militante di un restiling post-termale di un partito politico una diversa valutazione sulla presenza, oggi, delle truppe italiane. E sembra che si stia quasi cercando di giustificare in anticipo, come tradizione vuole, una scelta politica che prima o poi sarà necessario prendere. Un ritiro che inizia ad albergare in chi, poco propenso a fare politica estera in passato, cerca oggi di accreditarsi, tra un viaggio a Gerusalemme e guardando al Viet Nam post comunista come un navigato diplomatico senza feluca ma di lungo corso.

Deideologizzando il commento, insomma, e di fronte alle dichiarazioni odierne sul futuro ritiro a consultazioni avvenute vorrei porre alcune riflessioni agli analisti o esperti di relazioni internazionali. La prima riflessione è se vi è la certezza che le elezioni politiche si terranno in Iraq nel gennaio prossimo e se la base elettorale sia stata già determinata in ragione della sovranità che dovrà esprimere il governo che sarà indicato con il voto. La seconda è in quale cornice di sicurezza e sotto l'egida di quale autorità internazionale si svolgeranno le operazioni di voto in tutto l'Iraq a garanzia del risultato ed evitando possibili ulteriori massacri.

La terza è come assicurare la stabilizzazione del futuro governo che sarà indicato, e si spera legittimato sulla base di un consenso diffuso, dal responso delle urne ed evitare che proprio questo diventi il momento più critico. Ovvero, in altre parole, come evitare che il ritiro delle forze sia l'occasione migliore per un regolamento di conti fra fazioni, etnie, gruppi di pressione laici e/o religiosi. La quarta, come giustificare, di fronte a un ritiro nel momento di maggior necessità per assicurare il futuro politico al nuovo esecutivo iracheno, l'aver scelto ieri, conflitto durante, di accettare un impegno fuori area in una missione umanitaria che non ha sortito gli effetti sperati.

Potremmo anche andarcene domani, certo, dopo delle elezioni che non assicureranno nulla. Ma dovremmo prepararci a rispondere a chi ci chiederà cosa ci siamo andati a fare se poi ci siamo ritirati nel momento maggiormente critico, di maggior vulnerabilità della democrazia che si intendeva realizzare. Non credo sia bello scegliere di far precipitare nella confusione un paese abbattendo, giustamente, un dittatore perché non si hanno disegni politici concreti da realizzare e favorendo un caos che potrà essere foriero di altre dittature, magari fondamentaliste, perché no?

I lavori a metà, si sa, non lasciano mai soddisfatti i committenti. Se poi i lavori si intraprendono da soli, ovvero si differisce la commessa cercando di offrirla a committenti futuri, abbandonarli in corso d'opera crea soltanto un prodotto non finito, non apprezzabile, fuori mercato con il quale prima o poi si dovrà tornare a fare i conti in termini di perdite. Assicurare ed essere garanti, di fronte alla comunità internazionale, e non di fronte ad una segretaria di partito, della vera transizione politica e democratica di un Paese polverizzatosi nel caos più evidente è oggi la migliore dimostrazione di responsabilità politica.

Investire nella democratizzazione dell'Iraq, quanto della Palestina, significa investire sul futuro della democrazia nel resto del mondo. Solo che ciò non può essere portato a termine da una coalizione in affanno. Ma, paradossalmente, la stessa coalizione non può deresponsabilizzarsi davanti alle vittime civili e militari, perseguendo l'obiettivo minimo di un risultato elettorale che non darà garanzia alcuna, date le premesse, di una possibile governabilità.

Se l'obiettivo era democratizzare l'Iraq, oggi, al di là delle posizioni a favore o contro la guerra, ciò rappresenta l'unica possibilità per giustificare le vittime americane, inglesi e italiane lasciate sul campo, convinte di combattere per un fine giusto che non fosse solo la fine di un dittatore ma di un sistema politico. Rumsfeld potrà anche giocare a fare la guerra sulle proprie vittime ritenendo giustificato il sacrificio di più di mille morti per un risultato parziale: un governo aleatorio e un Bin Laden ancora libero di circolare nelle periferie del mondo. Ma per noi europei, che non abbiamo costruito la nostra civiltà solo su di un mercato, l'insuccesso in Iraq sarà l'insuccesso dell'Occidente come cultura, come alternativa democratica ed evoluta da offrire a chi cerca libertà e pacifica convivenza.

Gli Stati Uniti potranno credere di aver combattuto bene e che più di mille morti valgono la poltrona di Saddam, come in Viet Nam quella non raggiunta di Ho Chi Minh. Ma per noi è in gioco la credibilità di una cultura, di una cultura politica costruita su milioni di morti e che rischia di perdersi nella stessa superficialità di chi all'Europa oggi deve la sua potenza economica e militare. Ma per una diplomazia da segreteria politica tutto questo è troppo complicato comprenderlo. Così ci si accontenterà dell'ennesima soluzione a metà aspettando la prossima puntata, solo che questa volta non sarà colpa delle Nazioni Unite.

FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE NEL FORUM