Anno 2004

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Elezioni Usa, religione e indice di borsa

Giuseppe Romeo, 2 novembre 2004

Siamo giunti al termine di una campagna elettorale che ha coinvolto il mondo intero dimostrando quanto la sensibilità per le sorti del pianeta stia nelle mani del futuro presidente degli Stati Uniti. La sensazione di dipendere dalle volontà statunitensi, nostro malgrado, dimostra la superficialità europea nel partecipare alla governance mondiale, subendo un dirigismo che nell'autonoma condotta di una disastrosa guerra preventiva ha decisamente collocato il mondo intero in un regno caotico dell'incertezza, di fronte a un futuro reso ancor più nebuloso da una perdita della sua memoria storica.

Della storia occidentale in particolare, delle sue conquiste di civiltà giuridica, dei disastri umanitari che hanno insanguinato il continente e che nell'autonoma difesa assunta dagli Stati Uniti, in una lotta fra G.W. Bush contro il resto del mondo, tutti noi europei ne siamo stati coinvolti, da Madrid a Beslan. Una visione che si è esaurita nel monopolio della missione salvatrice di un presidente che interpreta al meglio un puritanesimo americano poco incline alla tolleranza cattolica, molto vicino al settarismo cristiano verso il quale si orientano individualismi dell'ultima ora.

Di fronte a tutto questo non bastano centomila morti in Iraq per giustificare una guerra preventiva e ritenuta giusta contro un regime, ma non condotta contro bin Laden, ancora libero di scegliere il ruolo che crede. E non sono ancora sufficienti più di mille morti americani e inglesi, più le altre vittime occidentali, per aprire gli occhi su una sconfitta politica che è evidente sul piano mondiale e che solo la miopia messianica dei neoconservatori non riesce a riconoscere.

Il vero risultato ottenuto dal mandato Bush, mistificato nella campagna elettorale dall'essere l'uomo del divino, è la forte contrapposizione, Europa compresa, fra un integralismo islamico emergente, che si rafforza sempre di più di fronte alla intransigenza statunitense di sentirsi depositari della missione salvatrice contro l'Armageddon, e la fede redentrice americana. Contro il nuovo Anticristo il cui contrasto sembra essere stato affidato ai soli Stati Uniti.

Tuttavia, ciò che si è osservato, ancor più significativamente, nei discorsi di una campagna militante - e militarista - è una strumentale utilizzazione di termini religiosi presi in prestito dall'Apocalisse che sembrano essere diventati patrimonio dell'ala repubblicana e che, ereditando l'ipotesi dell'Armageddon identificato da Reagan nell'Impero del male - che guardava a una Unione Sovietica già in procinto di implodere su se stessa - identifica la nuova minaccia a Oriente, riproponendo scenari dell'ultimo giorno che giustificando una America first dovunque.

Gli Stati Uniti di G.W.Bush non difendono la religione cattolica, né il Cristianesimo, ma esprimono una lettura biblica molto personale che si interpreta secondo le logiche politiche di una classe dirigente. Si difende un cristianesimo non occidentale, poco europeo, individualista, non mediato, ridefinito in chiave neoprotestante su una sorta di delirio divinizzante che, contrariamente agli effetti materiali, tenta di contrapporsi alla logica di un Islam politico con l'idealità trascendente di chi esorcizza la realtà.

Di fronte a tutto ciò ci si chiede oggi, ad esempio, come mai ancora la potenza più forte del mondo non sia stata capace di catturare bin Laden. Di vincere una guerra al terrorismo non solo militarmente ma politicamente. Perché se il terrorismo internazionale è il male del secolo non si comprende come non si sia riusciti ancora a creare le condizioni per una coalizione allargata ai popoli civili e democratici, cattolici e non, occidentali o meno, consapevole di combattere e di vincere sul campo dei valori universali della pace e della tolleranza una guerra globale che rischia di incancrenirsi in un confronto politico giocato, pericolosamente, paradossalmente, sul campo religioso.

Si può essere fanatici in Occidente come nell'Islam, ma nessuna religione può essere tale se è contro la libertà dell'uomo, se l'istinto di potere e di potenza guida gli animi verso una lotta senza confine e senza quartiere. E' facile usare strumentalmente la religione come paravento morale. Ed è facile giustificare morti inutili per un credo che nella sua essenza è inesistente e si trasforma in ipocrisia politica nell'Iraq americano quanto nell'Islam terroristico. La verità è che di fronte al risultato delle consultazioni presidenziali negli Stati Uniti il mondo sarà, comunque, ancor più insicuro.

Insicuro se vincerà G.W.Bush, perché continuerà nella sua strada delirante di uomo di potenza, favorendo l'esasperazione terroristica e proponendosi come alter ego di bin Laden. Insicuro se vincerà Kerry, nella difficoltà di ridefinire l'approccio americano cercando di realizzare un'era di dialogo fra civiltà, nel nome di una libertà difesa nella legalità e nella legittimità giuridica dell'uso della forza, se necessario. Una incertezza dovuta alla necessità di ridefinire i termini stessi della missione, riportandola sul terreno di principi condivisi, di regole comuni e di volontà sincere e - soprattutto - molto responsabilmente, per una volta, evitando di valutare il futuro del mondo sull'andamento di un indice di borsa.

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