Anno 2004

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Arafat ultimo atto

Giuseppe Romeo, 6 novembre 2004

L'uscita improvvisa di scena di Yasser Arafat, al di là di ogni ottimistica speranza di una reversibilità fisica, determina una irreversibilità politica che assegna alla storia il palestinese per antonomasia, il leader incontestabile della creazione di una identità politica e popolare di un popolo ancora senza Stato.

Di fronte a un caos regionale di evidente criticità per il futuro della pace nel mondo anche la scelta di Ariel Sharon di prestarsi al dialogo su un simulacro di road map, abbandonando Gaza, non è una concessione né una operazione di filantropismo politico. E' un prezzo politico e una scelta obbligata ponderata proprio di fronte alla possibilità di un vuoto di potere che la fine di Arafat determinerà in Medio Oriente tanto, se non ancor di più, di quanto si è già verificato in Iraq.

Oggi la consapevolezza che la pacificazione in Medio Oriente passi da Baghdad quanto la pace e la democrazia dovrebbero affermarsi in Israele e nei Territori dell'Anp diventa l'incubo per l'Occidente che guarda al post-Arafat come a una cartina di tornasole sulla efficacia di una guerra condotta senza legittimità internazionale e senza coordinare sforzi diplomatici e politici verso la soluzione della questione palestinese.

Di fronte alla scomparsa di Arafat, di fronte alla debole leadership che ne eredita il difficile compito di amalgamare le diverse anime del movimentismo palestinese, nessun azzardo politico è ormai possibile. E questo Sharon lo ha compreso chiaramente.

Washington, nel secondo mandato di G.W. Bush continua a puntare sulla guerra al terrorismo come global war la cui sconfitta rappresenterebbe, assieme al ritiro degli israeliani dai Territori occupati, la manifestazione più immediata del fatto che si possa offrire un futuro di stabilità al Medio Oriente.

Per Israele, però, si tratta di vincere come nazione l'ultima vera guerra: quella per la pace nella coesistenza. Una vittoria da conseguire con una capacità al dialogo decisiva, compiuta proprio attraverso un pragmatismo che in Sharon impera più degli altri leader israeliani approfittando della crisi di leadership e della necessità di accreditare Abu Ala come nuovo interlocutore. La realtà vera è che si dovrà superare il limite della stessa road map.

Quel limite per il quale, secondo Kissinger, la carta stradale non è altro che "un compromesso regionale su obiettivi generici". Un compromesso che non stabilisce criteri di verifica, che non stabilisce neanche le conseguenze che eventuali violazioni dovessero comportare a capo di una delle parti resasi inadempiente. Né vengono fissati i termini e gli atti di ogni singola fase, rendendola scontata e debole sin dall'inizio.

Per questo la morte di Yasser Sarafat diventa un momento per ridefinire uno start-up della pace che dipende sempre di più dalla possibilità di definire preliminarmente cosa sia giusto ed equo per entrambe le parti. Un'equa soluzione per la quale un'alternativa di uno Stato palestinese provvisorio è fuori da qualunque logica giuridica, politica e sociale, salvo ripristinare una formula protettorale che richiede, però, almeno una legittimità internazionale estesa.

L'esistenza di Israele oggi non può giocarsi sul veto posto al ritorno dei profughi in Palestina, tanto quanto il prendere tempo percorrendo la strada della pace da parte di Arafat, nel tentativo di logorare la resistenza politica di Tel Aviv, ha dimostrato la consapevolezza della leadership dell'Anp,oggi sola, di trovarsi scomodamente di fronte ad un bivio: l'ennesimo e il più difficile.

Un bivio in cui la volontà di Sharon di abbandonare Gaza si interseca con l'interlocutorietà dell'atteggiamento dei movimenti di Hamas e della Jihad islamica che assumono un'unità strategica di azione politica volta a verificare, con poca convinzione, la vera volontà di Israele e la forza e la capacità politica di Abu Ala nel post-Arafat. L'interlocutorietà che si respira oggi nella vicenda della fine di un simbolo ci pone di fronte alla fragilità delle parti.

Dimostra l'assenza di una seppur minima fiducia reciproca che mina in questo modo qualunque tentativo di realizzare le basi di una coesistenza fra le comunità e che favorirebbe una spiralizzazione della violenza, attribuendo alla regola di Hamas, dell'intifada generalizzata, la gestione del vuoto di potere in Palestina.

Hamas ha chiaro l'obiettivo: disarticolare l'unità interna del movimento palestinese e per questo in passato ha offerto tregue limitate, condizionate nel tempo, sulle quali scommette la tenuta o il ritorno al caos, magari a spese della vecchia al-Fatah già di Yasser Arafat. Ed è per questo che oggi il simbolo lascia il posto alla politica vera.

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