![]() |
| Anno 2004 | |
|
|
La partecipazione al vertice sul futuro dell'Iraq a Sharm el-Sheik doveva rappresentare il momento di coagulo di posizioni internazionali efficaci per assicurare una transizione credibile e condivisa del potere in Iraq. Ma non solo. Il vertice, nella partecipazione della stessa Lega araba, doveva essere un momento di dialogo e di confronto utilizzando una organizzazione, per quanto anche poco credibile in verità nel passato, come forum per determinare strategie politiche e programmi di attuazione per stabilizzare il Medio Oriente nel futuro prossimo.
La semplice condivisione di posizioni comuni o l'auspicare una transizione indolore quasi democratica dell'Iraq, non ha definito nulla ma solo rinviato alla verifica sul terreno le aspettative di chi cerca una credibilità politica internazionale in un impegno militare asimmetrico rispetto alle aspettative degli Stati Uniti. Ciò che emerge ancora oggi (ce ne andremo, resteremo, forse si forse no) non fa altro che confermare la persistenza di una costante della nostra politica estera: l'assenza di obiettivi politici concreti e, conseguentemente, di linee strategiche definite. La sola stabilizzazione dell'Iraq non è un buon motivo per scegliere un impegno fuori area, soprattutto se questa è funzionale a valutazioni strategiche definite fuori dall'area di interesse del paese e quindi difficilmente valutabili in termini di interesse nazionale. La politica estera diventa oggi uno strumento di promozione e di immagine di un paese e di una classe politica che cerca un accreditamento esterno. Ma essa è anche uno strumento delicatissimo di relazioni e di verifica delle capacità di un paese di costruire un sistema relazionale esterno ottimizzando le proprie risorse attraverso la concretizzazione di un fine. Un anno fa, a ricordo di un tristissimo e indelebile evento che ci ha colpito per la prima volta, una autorevole voce ha strenuamente difeso l'impegno italiano in Iraq indicando che lo sforzo, deciso nell'immediatezza e all'interno di uno scenario realizzato da terzi, era tale perché valutato all'interno di un progetto. Un progetto di cui non si sono mai delineati i termini contestualizandolo almeno in un'ipotesi strategicamente di interesse per il paese e per l'Unione Europea. Così, tutto ciò rischia di sminuire la credibilità politica occidentale ancora una volta se le elezioni irachene si dimostreranno parzialmente democratiche e se a un disimpegno delle forze non seguirà una valida capacità interna di assicurare un ordine alle comunità del paese. Il rischio di doverci tornare è tanto pericoloso quanto lo è il prolungamento dell'impegno in una regione che oggi, di fronte a un gioco al gatto col topo sul nucleare iraniano, rischia di coinvolgere l'Occidente attraverso Israele in una nuova competizione fuori area. Questa volta con l'Iran. Ma l'Iran non è l'Iraq. Un'ennesima guerra preventiva e unilaterale, se giocata contro Teheran, non riuscirà a prevenire nulla di più di quanto non sia stato già previsto dal regime sciita iraniano dal primo momento dell'attacco a Baghdad. Ma una valutazione di ordine strategico è troppo per una classe politica poco lungimirante e priva da sempre di una cultura internazionalistica e di capacità di analisi strategica, preoccupata di sdoganare una forza ideale sempre più virtuale affermando una politica estera molto declaratoria ma poco propositiva. Certo, la guerra al terrorismo per G.W. Bush è stata un buon motivo per allargare la sua capacità di azione politica e di controllo strategico delle riserve petrolifere dell'Asia Centrale e del Golfo, ma ha offerto all'Iran una occasione storica da giocare con cautela politica, provocando l'avversario ma sino al limite del ritorno possibile. Per adesso. Se consapevoli di questo, forse a Sharm el-Sheik si doveva discutere di come riuscire ad affermare un modello democratico diffuso, evitando che la democrazia sia percepita solo come un valore occidentale perché risponde alla preliminarità istituzionale nella costruzione di un mercato ed è quanto gli Stati Uniti non hanno capito. Percepire la democrazia come modello significa attribuire al modello in quanto tale un significato etico e giuridico su cui costruire un consenso diffuso che garantisca stabilità alla costituzionalizzazione di uno Stato democratico. Così, ad esempio, laicità dello Stato, riconoscimento dei diritti civili, partecipazione alla vita politica dell'individuo diventano i motivi della crisi di un modello - quello iraniano - che è soprattutto crisi del modello di Repubblica islamica. La stessa guerra all'Iraq, le cronache iraniane, le manifestazioni di Parigi della scorsa estate hanno dimostrato quanto e quale fosse la sensibilità delle nuove generazioni arabo-islamiche verso il passaggio alla democrazia. Ma anche in questo gli Stati Uniti hanno evidenziato un limite nella previsione politica degli eventi. La sconfitta di Saddam Hussein e il governo provvisorio di Allawi non dimostrano l'ineffabilità della scelta dell'uso della forza, quanto la debolezza politica di investire in democrazia utilizzando un sistema protettorale artificiale. E il rischio di un Iran sciita in ascesa diventa la fine di qualunque progetto democratico allargato se non si riuscirà a coinvolgere le masse verso una nuova partecipazione al potere. La storia è fatta di occasioni ed è un peccato perderle. Così come l'Ucraina e la sagacia di Putin in questo momento insegnano all'Europa come il Viet Nam di ieri avrebbe dovuto insegnare agli Stati Uniti. |