Anno 2004

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Bosnia, nuova bandiera stessi problemi

Giuseppe Romeo, 7 dicembre 2004

Il trasferimento della responsabilità nella gestione delle operazioni di stabilizzazione in Bosnia alla Unione Europea (2 dicembre 2004) segna un momento importante nella riconfigurazione degli equilibri a Est dell'aggregazione continentale e, nello stesso tempo, assume una veste politica completamente diversa. Il ruolo dell'Alleanza Atlantica, seppure in linea con un concetto strategico rinnovato in chiave postnucleare e postbipolare nel tentativo di offrire una missione politica oltre che militare all'Alleanza, è stato considerato concluso. Si potrebbe discutere su che cosa si debba intendere per concluso scegliendo la strada di un disimpegno progressivo dai Balcani, ritenendoli ormai una realtà se non in equilibrio e dotata di stabilità quantomeno giunta a un'apprezzabile situazione di stallo a cui l'Unione Europea con le sue capacità potrà fare fronte nel futuro immediato.

Tuttavia una visione del genere, se può confortare chi nutre speranze su una prospettiva unionista in termini di possibilità di intervenire in aree di crisi e determinare la loro stabilizzazione favorendo la transizione su modelli di governo simili o almeno non incompatibili con la realtà dell'Unione, non è di per sé sufficiente a dare garanzie future. Da un punto di vista strategico l'Unione Europea non ha una dimensione militare che si assume la forza, oltre che la capacità, di difendere un disegno politico condiviso affermandosi come potenza alternativa agli Stati Uniti quanto alla Russia di Putin, quest'ultima avvicinatasi alla NATO grazie a un partenariato senza vincoli e che dimostra di essere molto attenta alle vicende dell'Ucraina, approfittando dell'ennesimo errore politico occidentale.

L'Unione Europea, inoltre, non ha realizzato un programma di inserimento progressivo nel sistema di difesa integrato delle comunità che la compongono o che le sono prossime, assumendosi soltanto una prospettiva sopranazionale in evoluzione con progetti lasciati alle determinazioni di quelle nazioni più dotate di una particolare percezione strategica verso la difesa come la Germania e la Francia. Lo stesso Battle Group diventa una formula già vista per rendere organico ciò che organico non è in ragione di una configurabilità dello strumento in caso di emergenza con una disponibilità di tempo e di dislocazione - spiegamento sul terreno? - non adeguata ad affrontare situazioni di assoluta tempestività di gestione.

La realtà, insomma, è che l'assenza di un quadro politico di riferimento priva l'Unione Europea di una visione strategica a cui ispirare l'impiego delle forze e la preparazione degli stati maggiori (europeo e nazionali) a operare in scenari più allargati e certamente più complessi di quanto le missioni di pace hanno offerto finora. Avere ricondotto la presenza in Bosnia a una delle tante operazioni di pace e stabilizzazione - già definite "di Petersberg" nel vecchio quadro Ueo (Unione Europea Occidentale) non ha favorito il raggiungimento di una maturità strategica - tattica solo in minima parte - e comunque in quest'ultimo senso solo grazie agli standard Nato espressi nelle procedure.

Così le stesse forze rischiano oggi di trovarsi disorientate perché, abbandonato lo schema atlantico di impiego, si troveranno ad affrontare le necessità e le direttive politiche espresse dall'Unione Europea verso una regione non dotata di certezze fin tanto che il perdurare della divisione in aree di autonomia amministrativa - espresse secondo linee etniche di confine - non favorirà l'espressione di un'identità politica comune.

La sfida che l'Unione Europea si troverà ad affrontare, quindi, è più politica che militare, utilizzando forze presenti sul terreno che rimarranno identiche nella maggior parte dei casi e nella provenienza ma che si troveranno costrette a riorientare - se non proprio reinventare - la loro missione con finalità da alcuni giorni molto diverse. Ciò che sarà la cartina di tornasole nel dimostrare la capacità di direzione politica e strategica dell'Unione Europea nello scenario balcanico è se la Bosnia - quanto la Serbia - saranno considerate per ciò che la storia le ha contraddistinte nel tempo: delle aree di prossimità culturale. Ovvero, aree nelle quali le linee di frontiera interetnica si spostano, al di là della fisicità di un confine così come avviene oggi nella maggior parte degli stati dell'Unione.

Se diversità è sinonimo di tolleranza e di capacità di governare. Allora la vera sfida è nel superare le singole autonomia garantendone la sopravvivenza all'interno di un quadro politico unitario. Un quadro dove l'identità politica delle etnie non sia altro che il controsviluppo in periferia della identità politica dell'Unione, realizzata nella diversità dei partner. Ed è forse questa la sfida più difficile: realizzare con le stesse forze di ieri una piccola Europa nei Balcani.

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