Anno 2004

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2004, l'anno del Grizzly

Giuseppe Romeo, 29 dicembre 2004

Il 2004 potrà essere un'altra occasione di bilancio per il futuro del mondo e di ogni paese democratico che spera nell'affermazione di un principio di legalità universale che stenta a maturare nella comunità internazionale. Ma non è solo questo. La fine del 2004 è un'occasione di riflessione per un giro di boa che il 2005 dovrà permettere alle democrazie stabilizzate occidentali che si assumono la responsabilità di guidare la comunità internazionale verso un destino di reciproco dialogo.

La vittoria politica di Karzai in Afghanistan può rappresentare un buon motivo di speranza tanto quanto un esito, per quanto vago, di offrire un governo in Iraq dotato di un minimo consenso potrebbe superare i drammi di una guerra evitabile. Se così non fosse, d'altra parte, l'imposizione di un ordine armato o il mantenimento di un disordine strumentale rappresenterebbero entrambi due moniti a chi crede di superare diversità senza una partecipazione diffusa delle singole identità alla costruzione del loro futuro.

In tutto questo il decisionismo di G.W. Bush ha costretto e costringerà l'Europa e il mondo intero a essere spettatori del consolidamento degli Stati Uniti come unica potenza mondiale. Nello stesso tempo, però, l'egemonia di Washington obbligherà l'Occidente europeo a ridefinire l'anima liberale nelle opportunità, nei diritti, democratica nell'essenza multirazziale, liberista solidale nelle logiche del mercato.

Un'anima che ieri, e ancora oggi, si è divisa e si divide, suo malgrado, fra una comunità internazionale priva di un ordine polare e l'unilateralismo di Washington che, nella sua evidente apparente potenza, con la conferma della guida repubblicana alla presidenza, nasconde una debole capacità politica nel far convergere, più di quanto non è successo durante la guerra fredda, simpatie d'oltreoceano.

Nel confronto elettorale del novembre scorso repubblicani e democratici si sono dimostrati entrambi come il risultato di una sintesi politica di due culture diverse che hanno caratterizzato la storia delle democrazie moderne. La prima maturata nell'affermazione del modello economico di mercato come affermazione di ricchezza e di potenza in una logica competitiva delle capacità espresse da chi riusciva a produrre e commerciare di più. La seconda effetto di una evoluzione politica delle logiche di mercato attraverso una condizione delle scelte sociali di fronte ad una società sempre più multirazziale.

Ciò che è emerso dalla competizione elettorale è che nella corsa alla Casa Bianca non era in gioco solo la credibilità della potenza americana, impegnata in una partita molto delicata in uno scenario difficile come il Medio Oriente. Ma quella dell'Occidente intero, senza divisioni di collocazioni politiche, quale identità culturale di cui gli Stati Uniti ne sono la sintesi. Una partita al cui esito hanno guardato la Cina, la Russia e l'Iran.

La sensazione di dipendere dalle volontà statunitensi ha dimostrato quanto la superficialità europea nel partecipare alla governance mondiale sia stata la costante del 2004 e abbia subito un dirigismo che fra l'irrisolta crisi irachena e un terrorismo in ascesa ha collocato il mondo in un regno caotico dell'incertezza e coinvolto il resto dell'Occidente nei drammi di Madrid e Beslan.

Tuttavia gli Stati Uniti perseverano in una missione salvatrice di un presidente che interpreta al meglio un puritanesimo americano che ha scoperto la tolleranza cattolica soltanto per opportunità elettorale più che per prossimità culturale. Così, in un immaginario orientato verso la certezza di un controllo del potere duraturo non sono stati sufficienti più di mille morti fra americani e inglesi, più le altre vittime occidentali e irachene per aprire gli occhi su una sconfitta politica che è evidente sul piano mondiale e che solo la miopia messianica dei neoconservatori non riesce ancora oggi a vedere, rinviando all'esito incerto delle consultazioni elettorali in Iraq il momento della verifica.

La visione messianica di G.W. Bush non difende il cristianesimo in quanto tale, ma esprime una lettura biblica molto personale che si interpreta secondo le logiche politiche di una classe dirigente poco incline a guardare l'evidenza dei fatti nella loro oggettività. Ciò che a G.W. Bush è sfuggito è che paradossalmente si può essere fanatici in Occidente come nell'Islam. Ma nessuna religione può essere tale se è contro la libertà dell'uomo o se attribuisce al valore di libertà un significato unilaterale che, solo per questo, è antinomico al valore stesso che si vuole difendere, se l'istinto di potere e di potenza guida gli animi verso una lotta senza confine e senza quartiere.

La guerra continua in Iraq è l'ultima scommessa dell'Occidente verso la soluzione della questione israelo-palestinese dopo la morte di Yasser Arafat. La sostituzione alla segreteria di Stato di Colin Powell con Condoleeza Rice tenta di evitare possibili crisi nella condotta della politica estera statunitense definita "forte ma umile". Ma i risultati della forza non pagano dei morti e delle violenze quanto l'umiltà non sembra essere un aspetto determinante della scelta di potenza a cui gli Stati Uniti hanno deciso di optare.

Così, il 2004 si chiude con un saldo strategico che non da certezze nel momento in cui l'imprevedibilità della variabile iraniana e l'imprevedibilità di una leadership credibile necessaria per guidare la comunità palestinese verso una soluzione della crisi si sommano alla consapevole indifferenza di non considerare le analisi degli altri spettatori da prima fila. Così, ad esempio, Putin sicuramente crede in G.W.Bush più di quanto non avrebbe creduto in Kerry. Ma per un motivo. Perché per entrambi rimane aperta la necessità di non interferire reciprocamente in aree di stretto interesse: il Caucaso e la Cecenia per Mosca ed il Medio Oriente del Golfo per Washington.

Mentre per la Cina il consolidamento di una potenza unilaterale come gli Stati Uniti contrasta con la volontà di guardare al futuro in termini di libertà d'azione nel Pacifico e nell'Asia Centrale per potersi assicurare l'accesso alle risorse energetiche necessarie per l'espansione economica di un sistema produttivo in evoluzione, rappresentando in prospettiva un possibile fattore di crisi nel momento in cui gli interessi strategici di Pechino e di Washington si sovrapporranno fra Oceano Indiano e Pacifico.

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